Ci sono ragazzi che, invece di limitarsi a subire il mondo che gli abbiamo apparecchiato, provano a cambiarlo. Si pongono domande, si arrabbiano, discutono, organizzano assemblee, riempiono le piazze. Non sempre hanno le risposte giuste, qualche volta sbagliano anche loro, come accade a chiunque provi a fare qualcosa anziché limitarsi a commentare. Ma hanno una qualità che dovremmo custodire con cura: non si sono ancora rassegnati e si approcciano alla vita in maniera critica, pensante.
A me questi ragazzi piacciono. Mi piacciono quando scelgono di non considerare inevitabile tutto ciò che viene deciso sopra le loro teste. Mi piacciono quando contestano le priorità di una politica che trova sempre una ragione per chiedere sacrifici a chi ha meno voce, ma raramente traccia lo stesso tratto quando c’è da rimettere mano alle proprie scelte.
Una generazione che non si arrende
E i numeri raccontano che non siamo davanti a una minoranza trascurabile.
Il Sole 24 Ore, riprendendo un sondaggio di Skuola.net condotto su 1.500 studenti delle scuole superiori, riferisce che il 33% partecipa attivamente alle proteste. Circa uno su dieci ha preso parte a un’occupazione scolastica, mentre il 24% ha partecipato ad autogestioni, scioperi, manifestazioni o sit-in. Se si considerano anche gli studenti che frequentano istituti mobilitati senza essere direttamente in prima linea, si arriva al 59% entrato in contatto con forme di protesta.
E il 56% condivide, in misura maggiore o minore, le ragioni delle manifestazioni.
C’è un altro dato che mi sembra sia quello più interessante: il 62% preferisce una forma di protesta pacifica e dialogante. Eppure è una maggioranza che rischia di sparire dalla narrazione pubblica ogni volta che una telecamera si ferma su una vetrina sfondata.
Perché i motivi della protesta sono tutt’altro che incomprensibili.
Il 34% degli intervistati indica come ragione principale la richiesta di investire di più nella scuola e ridurre le risorse destinate alle armi. Il 22% denuncia le carenze delle strutture scolastiche, un altro 22% le difficoltà dei giovani a costruirsi un futuro.
Altro che ragazzi senza ideali. Qui c’è una generazione che si interroga sul mondo in cui dovrà vivere.
Lo stesso articolo del Sole 24 Ore richiama la necessità di distinguere fra le diverse voci di spesa e osserva che, in Italia, gli investimenti scolastici sono cresciuti fino a tenere il passo con l’inflazione. Ma resta una questione politica alla quale non si può rispondere facendo spallucce: quali priorità stiamo scegliendo e quale futuro stiamo costruendo?
Perché mentre il riarmo diventa una necessità evocata con sempre maggiore insistenza, la sanità pubblica, la ricerca, l’università , l’istruzione, le infrastrutture e il welfare continuano a fare i conti con risorse insufficienti, servizi che arrancano e promesse che restano tali.
A chi si affaccia alla vita adulta viene chiesto di essere flessibile, paziente, competitivo e disposto ad arrangiarsi. Quando, però, prova a chiedere conto di tutto questo, c’è sempre qualcuno pronto a spiegargli che dovrebbe comportarsi in modo più maturo.
E così la maturità , evidentemente, consiste nell’accettare il mondo così com’è. Possibilmente senza disturbare.
La violenza non può mettere a tacere tutti
Sia chiaro, la violenza va condannata senza esitazioni, in tutte le sue forme. Chi aggredisce, devasta, saccheggia o distrugge deve essere identificato e assicurato alla giustizia.
Nessuna causa, per quanto giusta, offre un lasciapassare per fare del male agli altri. E chi riduce un corteo a un pretesto per aggredire e devastare finisce per danneggiare anche coloro che erano scesi in piazza con intenzioni pacifiche.
Proprio per questo, però, bisogna guardarsi da un altro errore: giudicare un’intera manifestazione attraverso le azioni di chi l’ha trasformata in una scena di violenza. La responsabilità è personale. Le immagini degli scontri possono occupare per giorni gli schermi, mentre le ragioni di migliaia di persone rischiano di finire fuori campo. E così il problema sembra diventare la piazza, anziché ciò che quella piazza sta cercando di dire.
Quanto costa il diritto di dissentire?
È in questo clima che il governo si prepara a discutere nuove misure di sicurezza. Fra le ipotesi al vaglio ci sono l’estensione del fermo preventivo, controlli più incisivi e ulteriori strumenti per contrastare chi si rende responsabile di violenze. Matteo Salvini, dal canto suo, è tornato a chiedere una cauzione economica a carico degli organizzatori dei cortei per coprire eventuali danni.
È giusto che chi commette un reato ne risponda. Ma obbligare chi organizza una manifestazione a mettere preventivamente sul tavolo una garanzia economica significa aprire una questione molto seria. Chi ha le spalle coperte potrebbe permettersela. Un gruppo di studenti, un comitato di cittadini, un’associazione senza grandi risorse? Potrebbe essere costretto a rinunciare prima ancora di iniziare.
Da quando il diritto di manifestare ha bisogno di un conto corrente adeguato?
E se la logica della prevenzione dovesse spingersi fino a rendere impraticabile la protesta attraverso misure indiscriminate sui mezzi e sugli strumenti della mobilitazione, il problema diventerebbe ancora più grave. Come se le forze dell’ordine fossero costrette ad andare a Corigliano Rossano, allo svincolo di Pizzo, a Davoli, a Firmo a sequestrare i mezzi di chi protesta. O l’esercito a fare cordoni contenitivi agli studenti di Reggio e Cosenza.
Una democrazia deve poter punire chi commette un illecito senza trattare chiunque voglia dissentire come un colpevole in attesa di essere scoperto.
La storia non ci mette al riparo
Un secolo fa, in Italia, il fascismo consolidava il proprio potere restringendo gli spazi della libertà politica, reprimendo il dissenso e soffocando progressivamente il pluralismo. Sarebbe storicamente superficiale sostenere che l’Italia di oggi coincida con quella di allora. Proprio la storia, però, dovrebbe averci insegnato a non sottovalutare l’erosione dei diritti quando si presenta un provvedimento alla volta, ciascuno accompagnato da una ragione d’emergenza e dalla rassicurazione che riguarda soltanto qualcun altro.
I libri di storia non sono stati scritti perché ci sentissimo al riparo per sempre. Servono anche a riconoscere per tempo i pericoli.
Per questo mi piace vedere i ragazzi in piazza. Mi piace che non accettino il pensiero unico, che mettano in discussione le decisioni dei governi, che si interroghino sulle guerre, sulla distribuzione delle risorse, sulla qualità della scuola, sul diritto alla salute e sulle possibilità di costruirsi un futuro senza dover chiedere fortuna in prestito.
Non pretendo che abbiano sempre ragione ma che possano discutere, sbagliare, correggersi, dissentire e protestare pacificamente senza essere trattati come un problema da neutralizzare.
Una democrazia non dovrebbe avere paura dei ragazzi che fanno domande. Dovrebbe preoccuparsi, semmai, del giorno in cui smetteranno di farle.
La violenza va isolata. Il dissenso va ascoltato. E i giovani che scelgono di non voltarsi dall’altra parte meritano rispetto, non sospetti preventivi.
Perché il giorno in cui una piazza silenziosa verrà scambiata per una società soddisfatta, avremo un problema assai più grande di qualche corteo.














