15 Settembre 2026
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Stangata carburante, il conto delle promesse: Meloni fa meno di Draghi e il pieno torna ai livelli del 2022

In Calabria un pieno costa fino a 112 euro. L'ex premier tagliò 30,5 centesimi su entrambi i carburanti; l'attuale presidente del Consiglio ne toglie 17 soltanto al gasolio e solo fino al 17 settembre. Dal video contro le accise agli oltre 2 miliardi già spesi nel 2026

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Il conto arriva prima ancora di rimettere la pistola nella colonnina. In Calabria, per un pieno da 50 litri, servono in media 106,40 euro se l’auto è a benzina e 111,80 euro se è diesel. In autostrada si può arrivare rispettivamente a circa 110 e 115 euro. I numeri ufficiali del 14 settembre raccontano un ritorno al passato. Secondo l’Osservatorio prezzi del Mimit, sulla rete stradale nazionale la benzina self costa mediamente 2,107 euro al litro, il gasolio 2,216 euro. In Calabria si sale a 2,128 euro per la benzina e 2,236 per il diesel.

Sono i livelli dell’emergenza del marzo 2022, quando al governo c’era Mario Draghi e l’invasione russa dell’Ucraina aveva fatto impazzire i mercati energetici. Con una differenza decisiva: oggi il gasolio beneficia già di uno sconto fiscale di 17 centesimi al litro. Senza quell’intervento, il prezzo teorico sarebbe vicino a 2,39 euro, ben oltre qualsiasi record precedente. Dire che il governo Meloni non abbia fatto nulla sarebbe falso. Ma sarebbe altrettanto falso sostenere che abbia realizzato ciò che Giorgia Meloni chiedeva dall’opposizione e ciò che Fratelli d’Italia scrisse nel programma elettorale del 2022. La differenza tra le promesse e i provvedimenti si misura in centesimi. E, moltiplicata per miliardi di litri, diventa una voragine nei conti pubblici.

Il confronto con il 2022: numeri simili, interventi diversi

Nel marzo 2022 la benzina raggiunse una media settimanale di 2,184 euro al litro e il gasolio di 2,154 euro. Le rilevazioni giornaliere registrarono punte ancora più alte, con il diesel fino a 2,229 euro il 17 marzo. Oggi il gasolio costa 2,216 euro: appena 1,3 centesimi sotto quel massimo giornaliero e persino sopra il picco della serie settimanale. La benzina, a 2,107 euro, resta invece circa undici centesimi sotto le punte giornaliere di allora, ma è comunque tornata sui valori che precedettero l’intervento d’emergenza.

Il governo Draghi reagì con il decreto legge del 21 marzo 2022: l’accisa sulla benzina scese da 728,40 a 478,40 euro ogni mille litri, quella sul gasolio da 617,40 a 367,40 euro. La riduzione fiscale era di 25 centesimi, che diventavano 30,5 centesimi alla pompa considerando anche la minore Iva. Lo sconto valeva per benzina e diesel, senza distinzione, e fu prorogato più volte fino al 18 novembre. Il governo Meloni, insediatosi il 22 ottobre, lo confermò inizialmente, ma alla fine di novembre decise di ridurlo: da dicembre il taglio passò da 25 a 15 centesimi di accisa, pari a circa 18,3 centesimi con l’Iva. Dal primo gennaio 2023 lo sconto fu eliminato. Tra marzo e dicembre 2022 l’operazione costò allo Stato circa 7,3 miliardi, una spesa vicina ai 730 milioni al mese. Non tutti imputabili a Draghi, perché l’ultima parte ricadde già sotto il governo Meloni, ma sufficienti a spiegare perché nessun esecutivo possa mantenere indefinitamente un taglio generalizzato.

Draghi tolse 30,5 centesimi, oggi lo sconto è di 17 e soltanto sul diesel

Nel momento più difficile del 2022 lo Stato rinunciò a 30,5 centesimi per ogni litro di benzina e gasolio. Oggi la riduzione è di circa 17 centesimi, composta da 14 centesimi di accisa e 3 di minore Iva, ed è riservata al solo gasolio. Sulla benzina non esiste più alcuno scudo emergenziale. Se venisse applicato lo stesso sconto deciso da Draghi, il prezzo teorico scenderebbe dagli attuali 2,107 euro a circa 1,80 euro al litro. Ma la misura costerebbe, secondo le valutazioni già utilizzate dalla stessa Meloni, vicino a un miliardo al mese se estesa stabilmente a tutti i carburanti. Per il diesel, senza l’intervento attuale, un pieno da 50 litri costerebbe circa 8,50 euro in più. Lo sconto dunque esiste e produce un beneficio reale. Ma non è riuscito a impedire che il prezzo tornasse a sfiorare il record del 2022. Lo Stato rinuncia a una parte delle tasse, mentre il mercato internazionale si riprende immediatamente il vantaggio attraverso l’aumento del costo industriale del carburante.

Gli oltre 2 miliardi spesi da Meloni nel 2026

Il governo Meloni è intervenuto già a marzo, dopo l’esplosione della guerra in Iran. Il primo provvedimento ridusse di 20 centesimi le accise su benzina e gasolio, con un beneficio finale indicato da Palazzo Chigi in circa 25 centesimi al litro. Quello sconto è stato poi prorogato, ridimensionato e differenziato. La benzina è progressivamente uscita dalla protezione; sul diesel il governo è tornato a luglio con una riduzione di 14 centesimi di accisa, pari a 17 centesimi alla pompa. Da allora si è proceduto attraverso una lunga serie di decreti e proroghe sempre più brevi: prima settimane, poi pochi giorni. L’ultima decisione del Consiglio dei ministri ha prolungato lo sconto soltanto fino al 17 settembre, stanziando 85 milioni per sette giorni.

Secondo i calcoli dei servizi studi di Camera e Senato, gli interventi adottati dal 19 marzo al 10 settembre sono già costati 2 miliardi e 74,5 milioni di euro. Di questi, circa 689 milioni sono stati finanziati utilizzando il meccanismo dell’accisa mobile, cioè destinando al taglio una parte delle maggiori entrate fiscali prodotte dall’aumento dei prezzi. Il resto è arrivato da coperture di bilancio, riduzioni di spesa, risorse Ets e anticipazioni fiscali chieste alle società energetiche. Dunque il meccanismo promesso da Fratelli d’Italia è stato utilizzato, ma solo parzialmente. Non è diventato quello stabilizzatore automatico e generalizzato che avrebbe dovuto neutralizzare gli aumenti su benzina e gasolio.

Cosa diceva Meloni: “Le accise vengano progressivamente abolite”

Nel 2019 Giorgia Meloni si fece riprendere davanti a un distributore e scandì una frase destinata a inseguirla una volta arrivata a Palazzo Chigi: “Noi pretendiamo che le accise vengano progressivamente abolite”. Tre anni dopo, nel programma con cui Fratelli d’Italia si presentò alle elezioni politiche, la promessa venne formulata in termini tecnicamente più prudenti ma altrettanto espliciti: “Sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti e automatica riduzione di Iva e accise”.

Nel gennaio 2023, dopo avere lasciato scadere il taglio introdotto da Draghi, Meloni sostenne di non avere promesso durante la campagna elettorale l’abolizione delle accise. L’affermazione era vera soltanto se riferita alle sue dichiarazioni pubbliche: la misura compariva invece nero su bianco nel programma di Fratelli d’Italia. La premier spiegò allora che il mondo era cambiato, che la riduzione sarebbe costata fino a 10 miliardi l’anno e che un taglio uguale per tutti avrebbe favorito anche chi non aveva bisogno di aiuti. Argomentazioni economicamente fondate. Ma opposte alla semplicità dello slogan utilizzato quando governavano gli altri. Nel 2026 il mondo è cambiato ancora. E il governo è tornato proprio allo strumento che nel 2023 giudicava troppo costoso e poco equo: il taglio generalizzato delle accise, anche se oggi limitato soprattutto al diesel.

La contraddizione della benzina “protetta” soltanto nelle parole

Dopo il Consiglio dei ministri del 10 settembre, Meloni ha dichiarato che il taglio era stato prorogato per “tenere sotto controllo il costo della benzina e del gasolio”. Ma il decreto interviene fiscalmente soltanto sul gasolio. La benzina resta fuori. Su un litro di benzina venduto oggi a 2,107 euro gravano circa 67 centesimi di accisa e quasi 38 centesimi di Iva. Complessivamente, poco più di un euro, circa la metà del prezzo finale, è costituito da imposte. Sul diesel, grazie alla riduzione temporanea, l’accisa è scesa a circa 53 centesimi al litro. Con l’Iva, la componente fiscale resta vicina ai 93 centesimi. Senza lo sconto tornerebbe sopra un euro.

Dal primo gennaio 2026, inoltre, il governo ha completato il riallineamento strutturale delle accise: quella sulla benzina è stata ridotta di 4,05 centesimi, mentre quella sul gasolio è aumentata dello stesso importo. Entrambe sono state portate a circa 67,3 centesimi al litro. L’operazione risponde agli impegni del Pnrr per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi e finanzia il trasporto pubblico locale. Ma ha prodotto un paradosso politico evidente: il governo guidato da chi voleva abolire progressivamente le accise ha aumentato strutturalmente quella sul diesel, salvo poi tagliarla temporaneamente per fronteggiare l’emergenza.

Perché il diesel corre più del petrolio

Il prezzo alla pompa non dipende soltanto dal greggio. E l’attuale crisi è, sotto questo aspetto, persino più complicata di quella del 2022. Il Brent ha superato i 100 dollari al barile, contro i circa 72 precedenti alla guerra in Iran. Ma la vera emergenza riguarda i prodotti già raffinati. I conflitti in Medio Oriente e in Ucraina hanno colpito impianti, rotte commerciali e capacità di trasformazione. Secondo gli operatori internazionali, dal mercato mancano quasi quattro milioni di barili al giorno di prodotti raffinati provenienti dalla Russia e dal Medio Oriente. Le raffinerie rimaste operative lavorano già al massimo, le scorte scendono e i margini sul diesel hanno raggiunto livelli record.

L’Italia è particolarmente esposta perché importa non soltanto petrolio, ma anche una quota rilevante di gasolio già raffinato. Il diesel alimenta camion, furgoni, macchine agricole, pescherecci e una parte consistente del parco automobilistico. Quando scarseggia, il prezzo si trasferisce rapidamente sul trasporto delle merci e quindi sui prodotti nei supermercati. Questa è la ragione per cui il gasolio costa oggi più della benzina nonostante goda di uno sconto fiscale che la benzina non ha.

Il problema dei tagli uguali per tutti

Tagliare le accise è semplice, immediato e visibile. Ma anche molto costoso e poco selettivo. L’Ufficio parlamentare di bilancio calcolò che nel 2022 il 10% più ricco della popolazione aveva ottenuto dal taglio un beneficio 6,5 volte superiore rispetto al 10% più povero. Non perché lo sconto fosse formalmente ingiusto, ma perché chi possiede più automobili, percorre più chilometri e consuma più energia incassa una quota maggiore delle risorse pubbliche. Questo spiega perché il governo voglia passare ad aiuti mirati: un contributo da 80 o 100 euro sulla carta “Dedicata a te”, buoni carburante per i lavoratori dipendenti, crediti d’imposta per autotrasportatori, professionisti e autonomi. Ma gli aiuti selettivi presentano il problema opposto: richiedono criteri, soglie di reddito, piattaforme e controlli. Sono più equi sulla carta, ma arrivano più lentamente. E nella maggioranza non c’è ancora un accordo né sui beneficiari né sulle coperture. La Lega chiede contributi a banche e grandi gruppi energetici. Forza Italia frena sulle imposte agli extraprofitti. Il Tesoro aspetta i dati Istat del 22 settembre sul rapporto tra deficit e Pil, decisivi per capire se l’Italia potrà uscire dalla procedura europea e guadagnare qualche margine di spesa. Nel frattempo, ogni settimana di sconto sul diesel costa circa 85 milioni.

Petrolio italiano e nucleare non abbassano il prezzo domani mattina

Meloni ha indicato una soluzione strutturale: aumentare la produzione nazionale di petrolio e gas, accelerando autorizzazioni e concessioni anche attraverso la nomina di commissari in caso di inerzia delle Regioni. Il governo rivendica inoltre il ritorno del nucleare e l’aumento della capacità rinnovabile. Sono scelte che possono modificare nel tempo la sicurezza energetica del Paese. Ma non hanno alcun effetto immediato sul prezzo esposto oggi dai distributori. Una concessione petrolifera richiede anni prima di trasformarsi in produzione; una centrale nucleare ancora di più. E anche una maggiore estrazione nazionale non garantisce automaticamente carburante a prezzo amministrato, perché petrolio e prodotti raffinati vengono scambiati sui mercati internazionali. Presentare queste misure come risposta al pieno da 112 euro significa confondere la strategia energetica dei prossimi decenni con l’emergenza fiscale delle prossime settimane.

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