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5 Dicembre 2025
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Bufale e veleni contro Gratteri: i numeri veri che smontano la macchina del fango e smentiscono Porro

Quando il giornalismo copia e incolla sostituisce i fatti. Ecco perché l’attacco di Nicola Porro a Gratteri è un caso da manuale di disinformazione

C’è un confine sottile tra critica e mistificazione. E in Italia, ogni volta che si tocca il tema magistratura, c’è sempre qualcuno pronto a scavalcarlo per cavalcare l’onda dell’indignazione “a comando”. L’ultimo esempio porta la firma di un tale Giulio Galetti, autore di un post diventato virale e rilanciato con entusiasmo da Nicola Porro, conduttore di Quarta Repubblica. Il contenuto? Un elenco di dati “shock” sulle presunte disfatte giudiziarie di Nicola Gratteri, spacciati per “verità” ma in realtà estratti dal nulla, manipolati o completamente falsi. Un perfetto caso di giornalismo da salotto: nessuna verifica, nessun atto letto, solo copia e incolla di bufale che circolano da mesi sui social.

La prima bugia: Poseidone non è un’inchiesta di Gratteri

Nel pezzo di Galetti si legge che la “famosa” operazione Poseidone — definita “fallimentare” — sarebbe di Gratteri. Peccato che non sia vero. Poseidone è del 2005 e fu diretta da Luigi de Magistris, quando Gratteri era ancora semplice sostituto procuratore a Reggio Calabria. Attribuirgliela è come incolpare un cardiochirurgo per un’operazione fatta vent’anni prima da un ortopedico. Una svista? No: una falsificazione utile a costruire la narrazione del magistrato “fallito”.

Rinascita-Scott, la verità taciuta

Altro capolavoro di disinformazione: “131 assolti su 338 imputati”. Peccato che Galetti ometta un “dettaglio”: 207 condannati, oltre 2.200 anni di carcere inflitti e un impianto accusatorio che ha tenuto in Cassazione nel suo filone abbreviato. Basterebbe fare una telefonata a qualche avvocato penalista impegnato nel collegio difensivo o a qualche commerciante o imprenditore di Vibo e provincia per avere certificazione della portata storica e degli effetti sociali che il maxi processo ha riversato su un territorio oggi sotto controllo dello Stato. La Suprema Corte ha confermato tra l’altro l’esistenza della ’ndrangheta vibonese come organizzazione unitaria e respinto la quasi totalità dei ricorsi. Altro che “disfatta”. Contrariamente a quanto sostenuto dagli opinionisti da salotto che l’aula bunker di Lamezia non sanno neanche dove si trovi, Rinascita Scott e le sue sorelle hanno demolito una rete di potere radicata da decenni. Non a caso, oggi quasi tutti i boss vibonesi sono al 41 bis, come documentato da Calabria7 nel dossier “Da feudo della ’ndrangheta a bunker di Stato”.

I dati ufficiali della Relazione del Ministero della Giustizia, che abbiamo consultato, raccontano tutt’altro: quei 78 milioni citati da Porro sono la somma di sei anni e cinque province, non di un solo procuratore. Attribuirli a Gratteri è diffamatorio e rivela l’intento politico, non giornalistico, dell’attacco. Chi accusa Gratteri di “fallimenti” dovrebbe ricordare che mai nella storia d’Italia la ’ndrangheta vibonese era stata così decapitata.
Operazioni come Rinascita-Scott, Maestrale-Carthago, Imponimento, Petrolmafie-Dedalo hanno prodotto risultati storici e una valanga di collaboratori di giustizia senza precedenti oltre alla smantellamento di tutte le cosche presenti sul territorio, nessuna esclusa. I dati del Ministero dell’Interno e della Dia parlano chiaro: la Calabria ha oggi la più alta concentrazione di boss al 41 bis in rapporto alla popolazione. Questo non è un fallimento, non significa che la ‘ndrangheta è stata sconfitta ma che l’offensiva dell’Antimafia è stata quantomeno efficace nell’infliggere un colpo durissimo. E’ stato scavato un solco e lungo questo percorso bisognerà proseguire per dare la spallata definitiva.

Il nodo delle assoluzioni “politiche”

Molte delle assoluzioni sbandierate da Galetti derivano non da prove inconsistenti, ma da modifiche legislative: l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, la depenalizzazione del traffico di influenze, e gli effetti della riforma Cartabia, che ha tagliato gambe a centinaia di procedimenti complessi. Come dire spesso il legislatore ha cambiato le regole a partita in corso. Gratteri — uno dei pochissimi magistrati ad averlo detto apertamente, anche criticando Draghi e Cartabia in diretta TV — oggi paga la sua libertà di parola e il coraggio di dire sempre quello che pensa.

Gratteri ha raccontato senza giri di parole in più interviste recenti come alcuni indagati e imputati abbiano cercato di difendersi non nel processo, ma dal processo.
In un caso, tentando di condizionare l’andamento delle indagini rivolgendosi a un alto magistrato; in un altro, ispirando vere e proprie interrogazioni parlamentari dettate di fatto dagli stessi imputati, con il chiaro obiettivo di delegittimare l’operato della Dda di Catanzaro. Non opinioni, ma fatti documentati, cristallizzati in atti giudiziari che raccontano un Paese dove, troppo spesso, chi è sotto inchiesta prova a ribaltare la realtà e trasformare il magistrato in imputato.

Le parole di chi conosce i dati

Il procuratore aggiunto Stefano Musolino, tra l’altro, ha spiegato con chiarezza un altro dato che si fatica ad accettare: “La percentuale di assoluzioni in Italia oscilla tra il 40 e il 50%. Come si fa a parlare di una magistratura che asseconda i pm? I numeri smentiscono le percezioni emotive”. Parole che valgono più di qualsiasi talk show. Ma nel Paese dei commentatori onniscienti, i numeri non bastano: serve sempre un “colpevole di turno”. E oggi quel bersaglio si chiama Nicola Gratteri.

Tra l’altro, c’è un errore di fondo nella narrazione di alcuni quotidiani nazionali che perorano la causa ipergarantista discreditando (speriamo in buona fede) l’azione delle Procure antimafia calabresi: fanno credere che ad arrestare le persone siano gli stessi pm. Il codice di procedura penale funziona diversamente: il pubblico ministero, quindi l’organo inquirente, conduce le indagini e chiede la custodia cautelare che viene poi disposta da altra autorità giudiziaria (il gip), previa attenta valutazione. C’è poi anche un Tribunale della Libertà, cui viene eventualmente proposto ricorso, che si pronuncia. Non si può quindi in caso di “errore giudiziario” essere attribuita la colpa solo e soltanto a qualcuno a meno che non sia in atto una campagna di delegittimazione. Gli errori vanno riconosciuti e riparati, ma non possono essere usati come arma per fermare chi combatte la mafia.

Un magistrato libero e per questo scomodo

Gratteri non appartiene a nessuna corrente della magistratura, non ha tessere di partito, non frequenta i salotti TV se non per spiegare riforme, leggi e meccanismi della giustizia. La sua principale forza è la credibilità. La sua presenza mediatica non è vanità, ma pedagogia civile: un modo per tenere accesi i riflettori su un tema che in troppi preferirebbero rimuovere — la lotta quotidiana alle mafie. Programmi come “Lezioni di mafie”, che Gratteri ha ideato e condotto, non sono spettacolo ma educazione alla legalità, un laboratorio pubblico di conoscenza che restituisce ai cittadini il senso dello Stato e della giustizia. Gratteri è un uomo libero, un magistrato indipendente, senza scheletri nell’armadio. Ed è proprio per questo che lo attaccano: perché non risponde a nessuno se non alla propria coscienza e alla Costituzione.

Da quando Gratteri è diventato il volto del Comitato del No sulla separazione delle carriere, è partito un fuoco incrociato da una parte del centrodestra meno legalitario e da certi ambienti infastiditi dal rigore di chi tradizionalmente non guarda in faccia nessuno. La strategia è la stessa di sempre: spostare l’attenzione dal problema (la ’ndrangheta, la corruzione, la massoneria deviata) al magistrato che li combatte. Fango, bufale, bugie. È il vecchio gioco della delegittimazione preventiva: se non puoi smentire i fatti, scredita chi li indaga.

Giornalismo o propaganda?

Ciò che sorprende non è il post di un anonimo Galetti, ma che un giornalista come Nicola Porro lo rilanci senza una verifica, senza una lettura degli atti, senza neppure aprire la Relazione ufficiale del Ministero della Giustizia. È la negazione stessa del mestiere.
In Calabria c’è una regola antica: “chi non conosce la verità, la inventa”. Ma nel giornalismo, inventarla non è libertà d’opinione. È disinformazione. E quando si usano fake news per colpire chi ha dedicato la vita alla giustizia, non si sta facendo critica: si sta facendo propaganda.

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