12 Ottobre 2026
12 Ottobre 2026
spot_img
spot_img

Chirurghi introvabili, allarme anche a Cosenza: coperti meno di due posti su dieci

La specialistica rischia di perdere migliaia di professionisti entro il 2030. Nel capoluogo bruzio le assegnazioni delle borse di specializzazione non superano il 20%. La Società Italiana di Chirurgia denuncia una crisi che minaccia sale operatorie, tempi d’attesa e accesso alle cure

spot_img
spot_img
spot_img

La carenza di chirurghi generali non è più soltanto una criticità interna agli ospedali, ma una minaccia concreta alla tenuta del servizio sanitario pubblico. E tra i territori che mostrano i segnali più preoccupanti figura anche Cosenza, dove le assegnazioni delle borse di specializzazione in chirurgia generale non raggiungono il 20% dei posti disponibili.

Il dato si inserisce in un quadro nazionale allarmante, caratterizzato da una professione sempre meno attrattiva per i giovani e da un progressivo invecchiamento del personale in servizio. Il rischio è che, nei prossimi anni, intere aree del Paese si trovino a fare i conti con una disponibilità insufficiente di specialisti, con conseguenze dirette sulla possibilità di garantire interventi chirurgici nei tempi necessari.

L’allarme arriva dalla Società Italiana di Chirurgia (SIC), attraverso il presidente Ludovico Docimo, in occasione del 128° Congresso nazionale della società scientifica, in corso a Roma fino al 14 ottobre.

Entro il 2030 mancheranno circa 1.500 chirurghi

Le proiezioni delineano uno squilibrio destinato ad aggravarsi. Secondo i dati presentati dalla SIC, entro il 2030 sono previste circa 2.800 uscite per pensionamento, a fronte di meno di 1.300 nuovi specialisti. Il saldo negativo potrebbe così raggiungere quota 1.500 professionisti.

A rendere ancora più fragile il sistema è l’età della forza lavoro: oltre il 50% dei chirurghi ospedalieri ha già superato i 60 anni. Un ricambio generazionale insufficiente rischia quindi di compromettere la continuità dei servizi, soprattutto negli ospedali periferici e nelle realtà territoriali che incontrano maggiori difficoltà nel reclutamento.

“I numeri indicano un divario drammatico tra un calo del 20% dell’organico e un aumento del 12% della domanda di cure nei prossimi cinque anni”, sottolinea il presidente della SIC, Ludovico Docimo.

Una forbice che, se non corretta attraverso interventi strutturali, potrebbe tradursi in una riduzione della capacità operativa degli ospedali proprio mentre cresce il bisogno di prestazioni sanitarie.

Borse di specializzazione, quasi un contratto su tre resta vuoto

La crisi emerge con chiarezza anche dai risultati delle assegnazioni delle borse di specializzazione per il 2026. Nonostante un miglioramento rispetto al 2025, quando i posti rimasti scoperti erano il 37,8%, la quota nazionale di contratti non assegnati si attesta ancora al 30%.

Su 646 contratti disponibili, 193 non hanno trovato candidati. Un segnale evidente delle difficoltà della chirurgia generale nel competere con altre specialità e nel convincere i giovani medici a intraprendere un percorso professionale particolarmente impegnativo.

La distribuzione territoriale aggrava ulteriormente il quadro. A L’Aquila non è stato assegnato alcun contratto, mentre a Udine e Genova è rimasto vacante quasi il 90% dei posti. A Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia, invece, le assegnazioni non hanno superato il 20%.

Ancora più significativo il dato relativo ai migliori classificati al concorso nazionale: tra i primi 1.000 candidati, soltanto nove hanno scelto la chirurgia generale. La difficoltà, dunque, non riguarda esclusivamente la disponibilità di posti, ma investe la capacità della specialità di attrarre nuove generazioni di medici.

Giovani in fuga, turni pesanti e prospettive poco competitive

La scarsa attrattività della chirurgia generale è legata a una combinazione di fattori professionali ed economici. Tra le principali criticità indicate dalla SIC figurano i turni di lavoro particolarmente gravosi, retribuzioni non competitive rispetto agli standard dell’Europa occidentale, il lento aggiornamento delle tecnologie e l’aumento del contenzioso medico-legale.

A questi elementi si aggiunge la difficoltà di trattenere chi ha già intrapreso la formazione specialistica. Circa il 10% degli specializzandi abbandona il percorso prima di completarlo, mentre un ulteriore 10% sceglie di trasferirsi all’estero o di orientarsi verso la sanità privata.

Il risultato è una perdita di risorse che si manifesta su più livelli: meno giovani scelgono la specializzazione, una parte di chi la intraprende non arriva al traguardo e altri professionisti lasciano il sistema ospedaliero pubblico.

Per gli ospedali di territori come quello cosentino, il problema assume un peso particolare: la difficoltà di reperire specialisti può rendere più complicata l’organizzazione dei servizi e aumentare il rischio di disuguaglianze nell’accesso alle cure.

Il rischio per le sale operatorie: un intervento su dieci in difficoltà

Le conseguenze potrebbero arrivare direttamente ai pazienti. In Italia vengono eseguiti ogni anno circa 650 mila interventi di chirurgia generale. Secondo le stime richiamate dalla SIC, la carenza di personale potrebbe rendere critico l’accesso alle sale operatorie per un intervento su dieci.

«Questo si traduce nel rischio che l’accesso alle sale operatorie diventi critico per un intervento di chirurgia generale su dieci dei 650 mila eseguiti ogni anno, con un allungamento dei tempi di attesa e maggiori distanze da percorrere, specialmente al Sud», avverte Docimo.

Il problema non si limita, quindi, alla disponibilità di medici negli organici ospedalieri. Una riduzione della capacità chirurgica può incidere sulla programmazione degli interventi, allungare le liste d’attesa e costringere i cittadini a spostarsi verso strutture più lontane per ricevere assistenza.

È uno scenario che rischia di colpire soprattutto le aree già penalizzate da una minore disponibilità di servizi specialistici, ampliando le differenze territoriali nell’accesso alla sanità.

Le richieste della SIC: incentivi, robotica e tutela legale

Per invertire la tendenza, la Società Italiana di Chirurgia chiede un piano strategico nazionale capace di intervenire sulle cause strutturali della crisi. Tra le priorità indicate figurano maggiori incentivi economici, condizioni di lavoro più sostenibili e un accesso più ampio alle tecnologie robotiche, considerate importanti anche per rendere la professione più moderna e attrattiva.

La società scientifica sollecita inoltre una rapida approvazione della riforma sulla responsabilità professionale e dello scudo penale, provvedimenti attualmente all’esame della Camera secondo quanto riferito nel quadro della denuncia.

L’obiettivo è ridurre il peso delle criticità che scoraggiano i giovani medici e creare condizioni più favorevoli per reclutare e trattenere i professionisti negli ospedali pubblici.

La sfida riguarda l’intero sistema sanitario, ma i dati sulle specializzazioni mostrano quanto sia urgente intervenire anche nei territori più in difficoltà. Cosenza è tra le realtà in cui il mancato ricambio generazionale rappresenta un campanello d’allarme concreto.

Senza misure tempestive, la carenza di chirurghi rischia di trasformarsi da problema di organico in una questione di accessibilità delle cure, con ripercussioni sulle liste d’attesa, sulla mobilità sanitaria e sulla capacità degli ospedali di rispondere ai bisogni dei cittadini.

spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img
spot_img
spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img
× Sponsor