Era il 1997 quando, nella provincia di Vibo Valentia, il Servizio di Emergenza e Urgenza Medica muoveva i suoi primi passi. Un territorio difficile, segnato da una morfologia che cambia nel giro di pochi chilometri, da un mare che diventa collina nell’arco di pochi tornanti e da una viabilità fragile, spesso compromessa da frane e smottamenti. Su questo palcoscenico il Suem 118 iniziò a operare distribuendo cinque postazioni territoriali, immaginate per garantire equità nei tempi di intervento e copertura dei Comuni vibonesi. “Non avevamo strumenti tecnologici moderni, né geolocalizzazioni satellitari. Dovevamo conoscere il territorio palmo a palmo”, ricorda oggi il coordinatore facente funzioni, Giuseppe Ventrice, che in quelle prime stagioni del soccorso ha visto nascere competenze, sacrifici e un senso profondo di missione.
Sin da allora, però, la distanza tra i bisogni reali del territorio e le risorse disponibili si fece evidente. La provincia contava circa 180.000 abitanti distribuiti in cinquanta Comuni, con una densità modesta ma un’altimetria variabile che complicava ogni spostamento. I tempi previsti dalle linee guida nazionali, basati sul D.Lgs 1/2018, erano difficili da rispettare. Il risultato era una corsa quotidiana contro un territorio ostile e contro infrastrutture logistiche che già allora iniziavano a crepare.
Il peso della geografia e di una sanità che arretra
Le prime difficoltà non derivavano soltanto dalla scarsità dei mezzi ma da condizioni strutturali che rendevano arduo ogni intervento. Le comunicazioni radio nelle zone più interne erano intermittenti quando non del tutto assenti, le strade soffrivano di manutenzione irregolare e i cambiamenti climatici improvvisi — soprattutto nelle aree montane — ritardavano missioni delicate. L’orografia, però, non era l’unico avversario. Con il passare degli anni, i presidi ospedalieri dell’Asp di Vibo Valentia vennero progressivamente svuotati. Reparti un tempo centrali — Neurologia, Rianimazione, Ortopedia, Chirurgia — furono accentrati o ridistribuiti altrove. Altre Unità Operative, come Psichiatria, Lungodegenza o Urologia, vennero spostate nei presidi periferici, spesso costringendo le ambulanze del Suem a trasformarsi in navette obbligate, sottraendo mezzi e personale alla loro funzione principale: l’emergenza sul territorio. “Il 118 è diventato un servizio adibito ai trasporti, un meccanismo stravolto che ci ha costretti a svolgere compiti non nostri. È un modello basato sui trasporti su ruote, che sottrae ambulanze all’urgenza primaria”, denuncia Ventrice, spiegando come l’inefficienza sistemica della sanità territoriale abbia progressivamente spostato sul Suem il peso delle carenze della medicina di base e della continuità assistenziale.
L’età d’oro dell’esperienza: quando professionalità e motivazione tenevano in piedi il sistema
Nonostante limiti e difficoltà, il 118 vibonese riuscì a costruirsi una reputazione di efficacia fondata su una miscela di formazione costante, esperienza diretta e forte motivazione. Gli operatori si alternavano tra l’attività sulle postazioni territoriali e quella alla consolle della Centrale Operativa. Questo interscambio continuo produceva una capacità unica di dispatch realistico, basato su competenze cliniche, dati statistici e una profonda conoscenza del territorio. “Eravamo sostenuti da una motivazione autentica: sapevamo di avere un solo compito, salvare vite umane“, racconta Ventrice. La formazione seguiva i principi della Golden Hour, con la consapevolezza che i minuti iniziali di un evento critico determinano la sopravvivenza del paziente. Una cultura del soccorso che si consolidò negli anni, sostenuta da migliaia di interventi gestiti con precisione crescente.
Tra il 1997 e il 2020, il Suem 118 di Vibo Valentia riceveva 15.000 chiamate l’anno, traducendole in circa 10.000 missioni, con una prevalenza significativa di codici gialli e rossi. Nel 2015, su oltre 12.700 chiamate, 8.444 si trasformarono in interventi reali, di cui 1.415 codici rossi. Numeri che certificano l’esistenza di un servizio capace di sostenere un carico notevole pur partendo da condizioni strutturali avverse.
Tempi di risposta e l’illusione di un servizio che reggeva tutto
Uno studio più recente, condotto tra settembre e ottobre 2023, rilevò tempi medi di risposta ancora in linea con gli standard, nonostante condizioni operative durissime. In ambito urbano, l’intervallo allarme-target restava sotto gli 8 minuti, mentre in extraurbano si attestava intorno ai 18, con oscillazioni dovute alla complessità territoriale.
Dietro questi risultati c’era però una verità meno raccontata: gli operatori dovevano compensare con esperienza, rapidità decisionale e sacrifici personali le lacune di una rete ospedaliera che stava crollando. Il carico di missioni secondarie, i trasferimenti interni ed extra-regionali, le richieste dei Pronto Soccorso periferici, tutto ricadeva sulle stesse poche risorse. “Se il 118 non fosse stato costretto a sostituirsi a servizi carenti o disattivati, i tempi di intervento sarebbero oggi decisamente migliori”, insiste Ventrice.
3 marzo 2024: la riforma che ha rotto un equilibrio fragile
Il punto di svolta arriva il 3 marzo 2024, data che per molti operatori segna l’inizio della “nuova era” dell’emergenza calabrese. Con l’attivazione del sistema regionale integrato e della CUR-NUE 112, il vecchio Suem 118 viene di fatto cancellato. Una rivoluzione annunciata come modernizzazione tecnologica e organizzativa, ma che nei fatti — almeno nel Vibonese — ha prodotto un effetto opposto. Da una parte, la riforma ha introdotto strumenti indiscutibilmente utili, come la geolocalizzazione satellitare e la digitalizzazione dei dati clinici, che potrebbero ridurre errori e tempi morti se utilizzati con competenza. Dall’altra, ha creato un nuovo assetto con una Sala Operativa Nord a Cosenza e una Sud a Catanzaro, entrambe coordinate su scala regionale ma prive dell’esperienza storica degli operatori locali. La promessa era efficienza, interoperabilità e uniformità. La realtà è stata ben diversa.
Il cortocircuito della Sala Operativa: il punto di rottura
“Il fallimento più evidente è la Sala Operativa 116-117, voluta a Cosenza per gestire trasferimenti urgenti, programmati, sangue ed emoderivati. Ha sottratto ulteriormente risorse al servizio di emergenza territoriale, trasformando le ambulanze in mezzi per compiti secondari”, denuncia Ventrice. Il nuovo modello avrebbe dovuto razionalizzare. Invece ha generato confusione gestionale, missioni assegnate senza criterio clinico, moltiplicazione inutile delle risorse sulla stessa emergenza e invii paradossali per casi non urgenti. Il risultato è l’aumento vertiginoso del numero di missioni — «oggi quadruplicato rispetto al passato» — mentre le risorse restano immutate. I tempi di intervento, un tempo sotto controllo nonostante le difficoltà, ora “si dilatano ben oltre i 18 minuti”, compromettendo soccorsi critici che finiscono in exitus a pochi metri dagli ospedali.
Operatori allo stremo: sforamenti, straordinari e la nuova deprofessionalizzazione
La riforma ha prodotto effetti devastanti sulla vita degli operatori. Le ambulanze vengono trattenute in missione fino allo smonto, costringendo chi deve andare via a restare in servizio e chi deve subentrare a rimanere fermo in attesa del mezzo. “È diventato impossibile programmare la propria vita. Gli straordinari si accumulano, le tensioni aumentano e gli operatori sono costretti a sacrificare famiglia, salute e relazioni”, spiega Ventrice.
Sommando stress operativi, carenza di riconoscimenti economici e continui conflitti con l’Asp per la liquidazione dei compensi, il risultato è un esodo crescente. Medici dirigenti hanno già lasciato il servizio, provocando una rapida demedicalizzazione delle ambulanze. Sul territorio restano gli infermieri, ultimo presidio sanitario a bordo, caricati di responsabilità crescenti e impossibili da sostenere a lungo. “Siamo diventati un esercito che si smantella da solo. Non è un caso se tra infermieri e medici cresce la voglia di fuga. È un fenomeno che rischia di diventare irreversibile”.
Uno scenario che sembra orientato alla privatizzazione
Dietro questa deriva, Ventrice legge un disegno più ampio. “Se l’obiettivo era smantellare il Servizio pubblico di Emergenza/Urgenza per favorire la privatizzazione, allora possiamo dire che il piano sta funzionando perfettamente”, afferma con amarezza. Il combinato disposto di strutture depotenziate, carenza di personale, gestione centralizzata inefficiente e prolificazione di missioni inutili rischia di condurre il 118 verso un collasso che aprirebbe spazi enormi ai privati. Un epilogo che molti operatori temono e che oggi sembra più vicino che mai.
La speranza come unica ancora
Eppure, non tutto è compromesso. Per Ventrice una via d’uscita esiste, anche se richiede scelte coraggiose e una rottura con le logiche che hanno guidato la riforma. “Bisogna restituire equità, riequilibrare il potere decisionale tra le diverse aree della Calabria, ridistribuire le risorse e reintegrare i servizi sottratti ai territori più penalizzati come quello vibonese”. La ricetta è chiara: riportare competenze e funzioni alle centrali locali, dotarle di tecnologie adeguate, ridimensionare le missioni improprie e ricostruire una rete ospedaliera capace di sostenere il territorio. Solo così il diritto alla salute potrà essere nuovamente garantito. Tra gli operatori resta una speranza fragile ma ancora viva: quella di un 118 che torni a salvare vite, non a produrre numeri.









