La Calabria torna a guardare tutti dal basso. I nuovi dati del Ministero della Salute sui Livelli essenziali di assistenza (LEA), anticipati da Repubblica, inchiodano la regione all’ultimo posto della classifica nazionale con 189 punti.
Il crollo vero si registra sulla sanità territoriale, proprio a poche settimane dai proclami sulla “svolta storica” dell’uscita dal commissariamento.
I due volti di Roma
Nel giro di un mese, sulla sanità calabrese sono arrivati due verdetti opposti firmati dagli stessi palazzi romani.
Ad aprile il Consiglio dei ministri revoca il commissariamento dopo ben diciassette anni, e il governatore Roberto Occhiuto celebra l’evento come una liberazione epocale. A fine giugno, però, la Corte dei Conti sospende tutto.
In questi giorni, ancora, gli uffici dello stesso ministero licenziano il monitoraggio LEA riferito al 2024. Risultato? Calabria ultima in Italia.
I dati reali smentiscono, quindi, la propaganda. La fine della gestione straordinaria per ora esiste soprattutto sulla carta, perché nei fatti il servizio pubblico non si schioda dall’ultimo banco.
Per capire la distanza dal resto d’Italia basta guardare la vetta: il Veneto guida con 288 punti, seguito da Emilia-Romagna (282) e Toscana (280). In fondo, appena sopra la Calabria, ci sono Molise (192) e Sicilia (196).
Tra i primi della classe e l’ultimo ballano quasi cento punti di distacco, specchio di una mappa della salute che ricalca la vecchia metafora di Eboli.
Il disastro della medicina territoriale
C’è poi un dettaglio nel report che fa più male di tutti. La Calabria è l’unica regione italiana a non raggiungere nemmeno la soglia minima di sufficienza nell’assistenza distrettuale, ovvero la medicina di base, le cure a domicilio e la gestione dei malati cronici fuori dagli ospedali.
Altre realtà in difficoltà, come la Sicilia o la provincia di Bolzano, arrancano sulla prevenzione, ma sulla rete del territorio la Calabria fallisce da sola una partita che nel resto del Paese è già considerata almeno pareggiata.
Il paradosso è, dunque, macroscopico. La sanità territoriale è esattamente il pilastro su cui si fondano i progetti del PNRR e del DM 77, con la scadenza europea del giugno 2026. Per anni il commissariamento ha bloccato i concorsi per il personale necessario a far funzionare le nuove strutture ed ora che i vincoli si stanno allentando, la scommessa non è inaugurare le mura delle Case della Comunità, ma trovare i medici per riempirle.
I numeri non fanno politica
Il Nuovo Sistema di Garanzia del ministero non è un sondaggio di gradimento e non serve a punire una fazione politica. Misura la realtà attraverso 88 indicatori: tempi dei soccorsi, coperture vaccinali, appropriatezza delle cure, mortalità per ictus e ricorso al parto cesareo. Cose concrete che i cittadini sperimentano ogni giorno nei pronti soccorso e nei reparti, non Slide da presentare nei convegni.
Mentre il resto d’Italia mostra un netto miglioramento complessivo – con le regioni insufficienti che scendono da otto a tre – la Calabria rimane l’eccezione che tira giù la media nazionale, cedendo proprio nel primo punto di contatto tra il cittadino e il sistema sanitario.
Una transizione al buio
La linea temporale è chiara. La gestione straordinaria, aperta nel lontano 2009, vede sfilare governatori e tecnici di ogni colore (Scopelliti, Scura, Cotticelli, Longo) fino a Occhiuto, che dal 2021 cumula i ruoli di presidente e commissario. Ad aprile il Consiglio dei ministri decreta la fine di questa era, ma la Corte dei Conti frena subito l’iter chiedendo chiarimenti sui requisiti di legge.
A luglio arriva anche la conferma dell’Agenas alla Camera: l’uscita formale non è conclusa perché manca ancora il Programma operativo 2026-2028.
Occhiuto tira dritto e liquida le opposizioni definendole “sfigati”, ma il vero conto da pagare resta quello della mobilità passiva. L’emigrazione sanitaria costa alla Calabria oltre 300 milioni di euro all’anno, soldi dei calabresi che vanno a finanziare le strutture del Centro-Nord.
Dietro l’ultimo posto in classifica non ci sono statistiche, i gelidi numeri, ma i treni della speranza verso Bologna o Milano per chi non può curarsi a casa sua.
La prova dei fatti
La fine del commissariamento potrebbe essere un’opportunità, a patto che la si misuri sui risultati e non sui titoli dei giornali.
Resta comunque la contraddizione di fondo tutta romana. Per il ministero agli Affari regionali che ha proposto al governo la revoca del commissariamento – uno dei passi salienti contestati dalla Corte dei Conti – siamo a posto. Per il ministero della Salute, gli ultimi. Dove sta la verità?










