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10 Giugno 2026
10 Giugno 2026
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Vibo e la sanità che non cura: medici in fuga, reparti che chiudono, delibere ignorate. Quindici anni di immobilismo

Contratti precari e reparti sottodimensionati. L’emergenza non è più episodica ma strutturale. L'ex manager Calvetta: "I professionisti arrivano, vedono che non c’è sicurezza né qualità, e se ne vanno"

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Tra le molte distorsioni strutturali che hanno contribuito a mettere in ginocchio la sanità pubblica del Vibonese, ce n’è una che più di altre fotografa il fallimento della programmazione: il trasferimento dell’Unità operativa di Urologia dall’ospedale “G. Jazzolino” di Vibo Valentia al presidio di Tropea. Una decisione assunta circa quindici anni fa, presentata all’epoca come soluzione temporanea per far fronte a carenze logistiche dovute a lavori di ristrutturazione. Temporanea solo sulla carta. Da allora il reparto non è mai rientrato nel nosocomio del capoluogo. Il risultato è duplice: Jazzolino impoverito, Urologia depotenziata, sistema provinciale indebolito.

Urologia senza rianimazione: chirurgia amputata

Il nodo centrale è tecnico, prima ancora che politico. L’ospedale di Tropea non dispone di Unità operativa di Rianimazione e Anestesia. Una mancanza che rende impossibile eseguire interventi chirurgici complessi, limitando l’attività urologica a prestazioni di basso profilo. Una condizione che ha progressivamente svuotato di senso il reparto, trasformandolo in una struttura monca, incapace di attrarre professionisti e di garantire standard adeguati ai bisogni della popolazione.

L’ordine di Agenas rimasto lettera morta

Non si tratta di valutazioni estemporanee. L’Agenas – Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ente pubblico vigilato dal Ministero della Salute – aveva rimarcato l’obbligo assoluto di ripristinare l’assetto originario del presidio ospedaliero di Vibo Valentia, con il rientro immediato del reparto trasferito a Tropea. Un ordine perentorio, legato alla sostenibilità, alla sicurezza e all’efficienza della rete ospedaliera. Un ordine mai eseguito.

Calvetta: “Una scelta assurda, c’erano delibere per il rientro

A ricostruire i passaggi decisivi è Bruno Calvetta, ex direttore del Dipartimento amministrativo dell’Asp di Vibo Valentia, già manager sanitario anche a livello regionale. Calvetta non usa giri di parole: “È una cosa assurda spostare un reparto complesso come l’Urologia in una struttura priva di rianimazione. Non si possono fare interventi di un certo livello. È impensabile chiedere a un urologo di lavorare in queste condizioni”. E aggiunge un dettaglio decisivo: “Nella mia funzione proposi formalmente il rientro del reparto. Dopo forti resistenze interne ottenni l’ok del Collegio di Direzione e della Direzione Generale. La delibera esiste, è agli atti. Ma dal 2019–2020 ad oggi non è stato fatto nulla“.

Medici in fuga e reparti che chiudono

Il prezzo dell’immobilismo è sotto gli occhi di tutti. Carenza cronica di medici e infermieri, reparti che chiudono, ambulatori soppressi – come la recente neurologia – e professionisti che scappano a gambe levate. Tra questi anche l’ex primario facente funzioni di Urologia, Alberto Ventrici, citato da Calvetta come esempio emblematico: “Carichi di lavoro insopportabili, assenza di condizioni organizzative minime, nessuna prospettiva di crescita professionale. È anche così che si uccide la sanità pubblica“.

Ambulatori chiusi per mancanza di medici

Intanto la Neurologia dell’ospedale Jazzolino riduce le attività e sospende temporaneamente l’ambulatorio. Stop, quindi, a prestazioni fondamentali come elettroencefalogrammi ed ecodoppler per i pazienti non ricoverati. Il motivo è sempre lo stesso: carenza di specialisti. Il direttore della Struttura complessa, Franco Galati, prova a contenere l’allarme parlando di una situazione “tamponata” con ogni mezzo possibile, ma ammette implicitamente il dato più critico: non ci sono neurologi disponibili a venire a lavorare a Vibo.

Contratti a termine e professionisti in fuga

Il problema, però, non nasce oggi. Già a inizio mese si era registrata una prima frattura: tre neurologi assunti con contratto semestrale tramite Azienda Zero – chiamati a coprire i vuoti lasciati da pensionamenti imminenti – hanno scelto di trasferirsi a Lamezia Terme, dove è stata offerta loro un’assunzione a tempo indeterminato. Una dinamica che si ripete e che racconta molto più di una singola scelta personale: la precarietà contrattuale continua a spingere i professionisti lontano dal Vibonese, rendendo impossibile una programmazione stabile.

Il caso Vibo come paradigma nazionale (ma aggravato)

Calvetta non nega che la crisi sia nazionale: numero chiuso, errori di programmazione, fuga dei giovani medici. Ma sottolinea come a Vibo il problema sia amplificato: “Qui manca affidabilità organizzativa. I professionisti arrivano, vedono che non c’è sicurezza né qualità, e se ne vanno. Dopo vent’anni in Calabria non sei qualificato come dopo un’esperienza milanese”. Un confronto che pesa, visto il passato dello stesso Calvetta al Centro Tumori di Milano, una delle eccellenze italiane.

Sei ospedali, nessuno che funzioni

Il quadro finale è impietoso: una rete di sei presidi ospedalieri – Vibo Valentia, Tropea, Serra San Bruno, Nicotera, Soriano, Pizzo Calabro – nessuno dei quali realmente funzionante. Tagli al personale, tecnologie obsolete, assenza di coordinamento, modelli organizzativi antiquati e improduttivi.

Più soldi non bastano: serve una svolta culturale

La conclusione dell’ex manager è netta e politicamente scomoda: “Chiedere più fondi non basta. Serve cultura organizzativa, capacità di leggere i problemi reali, di attrarre e trattenere competenze. Altrimenti resteremo una regione di emigrazione sanitaria“.

Nel frattempo, l’Urologia resta a Tropea, senza rianimazione, nonostante ordini, delibere e anni di denunce. Un reparto simbolo di una sanità bloccata, dove il “temporaneo” diventa permanente e il conto lo pagano, come sempre, i cittadini.

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