La pistola era costata appena otto dollari. Giuseppe Zangara la sollevò sopra le teste della folla e cominciò a sparare. Cinque colpi esplosi nel cuore di Miami contro l’uomo che, nel giro di poche settimane, sarebbe entrato alla Casa Bianca e avrebbe guidato gli Stati Uniti attraverso la Grande depressione e la Seconda guerra mondiale. Era il 15 febbraio 1933. Franklin Delano Roosevelt rimase illeso, ma quella sera la storia americana venne sfiorata dai proiettili partiti dalla mano di un muratore disoccupato nato dall’altra parte dell’oceano, in un piccolo paese della Calabria. Zangara veniva da Ferruzzano, nella Locride. Era nato esattamente il 7 settembre 1900. Trentatré anni dopo sarebbe morto sulla sedia elettrica, al termine di uno dei procedimenti giudiziari più rapidi e controversi della storia statunitense.
Dalla povertà della Calabria al sogno americano
Le ricostruzioni biografiche descrivono un’infanzia segnata dalla povertà, dal lavoro precoce e da rapporti familiari difficili. Zangara frequentò poco la scuola e svolse diversi lavori manuali. Partecipò agli ultimi mesi della Prima guerra mondiale e, una volta tornato in Calabria, riprese a vivere di occupazioni umili e discontinue. A tormentarlo c’era anche un forte e persistente dolore addominale. Un male che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, condizionandone il carattere e alimentando, secondo alcune interpretazioni, una crescente rabbia contro la società e le istituzioni.
Nel 1923 lasciò l’Italia insieme a uno zio e raggiunse gli Stati Uniti. Si stabilì inizialmente nel New Jersey, tra Hackensack e Paterson, dove lavorò prevalentemente come muratore. Nel 1929 ottenne la cittadinanza americana. Il sogno di una vita migliore, però, si infranse contro la crisi economica. La Grande depressione travolse milioni di persone e Zangara finì in una condizione di crescente precarietà, spostandosi alla ricerca di lavoro. Arrivò infine a Miami, dove il clima più mite sembrava offrirgli un sollievo dai problemi fisici.
Roosevelt arriva a Miami
Nel febbraio del 1933 Roosevelt non era ancora formalmente presidente. Aveva vinto le elezioni del novembre precedente e attendeva l’insediamento, previsto per il 4 marzo. La sera del 15 febbraio arrivò al Bayfront Park di Miami e parlò alla folla dal sedile posteriore di un’automobile scoperta. Attorno a lui si trovavano cittadini, giornalisti, agenti e rappresentanti politici. Tra questi anche il sindaco di Chicago, Anton Cermak. In mezzo alla gente c’era Giuseppe Zangara. Era alto poco più di un metro e mezzo e, per riuscire a vedere Roosevelt, si sistemò sopra una panca o una sedia traballante. Aveva con sé una rivoltella calibro 32 acquistata pochi giorni prima in un banco dei pegni per otto dollari. Quando il discorso terminò, estrasse l’arma.
I cinque colpi contro il presidente eletto
Zangara sparò cinque volte in direzione di Roosevelt. Nella concitazione alcune persone vicine cercarono di fermarlo e il suo braccio venne spostato. Nessuno dei proiettili raggiunse il presidente eletto. Cinque persone furono però colpite. La più grave era Anton Cermak, ferito all’addome. Roosevelt ordinò che venisse caricato sulla sua automobile e lo accompagnò in ospedale.
Al sindaco di Chicago viene tradizionalmente attribuita una frase pronunciata rivolgendosi a Roosevelt: “Sono contento che sia toccato a me e non a lei”. La sua autenticità, tuttavia, è stata messa in dubbio da diversi studiosi e non è sostenuta da una testimonianza diretta e inequivocabile. Cermak rimase ricoverato per quasi tre settimane. Morì il 6 marzo 1933, due giorni dopo l’insediamento di Roosevelt alla Casa Bianca, per le conseguenze della ferita e delle complicazioni sopraggiunte.
La rabbia contro presidenti e “capitalisti”
Giuseppe Zangara venne immobilizzato immediatamente. Dopo l’arresto non negò di avere voluto colpire Roosevelt. Espresse una rabbia indistinta contro presidenti, sovrani e rappresentanti del potere economico, descritti come responsabili della miseria delle persone più povere. È stato spesso definito un anarchico, ma non risultano prove solide della sua appartenenza a un’organizzazione politica o a un gruppo eversivo. La sua azione appare legata a un insieme di rancore sociale, sofferenza fisica, marginalità e convinzioni personali confuse.
Per decenni è circolata anche una teoria alternativa secondo la quale il vero obiettivo sarebbe stato Cermak, finito nel mirino della criminalità organizzata di Chicago. Non sono però emerse prove definitive di un complotto mafioso e la ricostruzione storica prevalente continua a considerare Roosevelt il bersaglio dell’attentato.
Dalla condanna a 80 anni alla sedia elettrica
Poiché inizialmente nessuna delle persone ferite era morta, Zangara si dichiarò colpevole di quattro capi d’accusa per tentato omicidio e venne condannato complessivamente a 80 anni di carcere. La morte di Cermak cambiò tutto. Il calabrese venne nuovamente processato con l’accusa di omicidio di primo grado. Anche in questo caso si dichiarò colpevole e fu condannato alla pena capitale.
Il procedimento avanzò a una velocità impressionante. Il 15 febbraio aveva sparato contro Roosevelt; il 20 marzo, appena 33 giorni dopo l’attentato, Giuseppe Zangara venne giustiziato sulla sedia elettrica nel penitenziario statale di Raiford, in Florida. Aveva 32 anni.
Il calabrese entrato nella storia più oscura d’America
La vicenda di Zangara non è una storia da trasformare in leggenda né il racconto di un eroe ribelle. È il percorso tragico di un emigrato che trasformò sofferenza, isolamento e rancore in un gesto criminale capace di uccidere un uomo e di mettere in pericolo il futuro presidente degli Stati Uniti. Il suo nome è rimasto nell’immaginario americano. Stephen Sondheim lo inserì tra i protagonisti del musical “Assassins”, dedicato agli uomini e alle donne che tentarono di uccidere i presidenti statunitensi. Anche la narrativa ucronica ha immaginato che cosa sarebbe accaduto se quei colpi avessero raggiunto Roosevelt.
La realtà si decise in pochi secondi. La posizione instabile, la reazione della folla e una traiettoria deviata salvarono il presidente eletto. Al centro di quella pagina di storia mondiale rimase il nome di un uomo nato il 7 settembre 1900 a Ferruzzano, partito dalla Calabria in cerca di un futuro e finito sulla sedia elettrica dall’altra parte dell’Atlantico.












