27 Luglio 2026
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Da Limbadi all’Argentina, il Santo che seguì i calabresi emigrati: perché il 27 luglio è la “Festa Ricca”

La storia di San Pantaleone racconta soprattutto quella dell’emigrazione: i limbadesi portarono il loro patrono fino a Buenos Aires e Novara, ricostruendo lontano dalla Calabria un pezzo del paese lasciato alle spalle

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Ci sono feste patronali che appartengono al calendario e altre che finiscono per diventare parte dell’identità di un paese. A Limbadi, nel Vibonese, il 27 luglio appartiene alla seconda categoria. È il giorno di San Pantaleone, patrono del paese, medico e martire della tradizione cristiana. Ma per i limbadesi è soprattutto il giorno della “Festa Ricca”, o, nella tradizione popolare, di “U Santu Riccu”.

Una definizione che nasce dalla contrapposizione con la festa celebrata nell’ultima domenica di maggio, la “Festa Minore”, chiamata anche “U Santu Poveru”, caratterizzata tradizionalmente da maggiore sobrietà. A luglio, invece, il Santo viene celebrato con lo sfarzo della festa maggiore. Dietro processioni, riti e devozione c’è però una storia che attraversa secoli e migliaia di chilometri. E conduce dalla Calabria fino all’Argentina.

Perché si chiama “Festa Ricca”

Il 27 luglio, secondo la tradizione cristiana, ricorda il martirio di San Pantaleone, medico originario di Nicomedia e venerato dalla Chiesa come martire. La tradizione colloca la sua morte durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano. A Limbadi la festa di luglio ha assunto nel tempo un carattere particolarmente solenne.

La documentazione dedicata al culto locale la definisce “una delle feste più partecipate della Calabria” e racconta di pellegrinaggi provenienti dal Nicastrese, dalla zona di Gioia Tauro e persino dalla Sicilia. A questi si aggiungevano soprattutto loro: gli emigrati. Per molti limbadesi partiti per il Nord Italia o per l’estero, tornare in paese per San Pantaleone significava ritrovare per qualche giorno casa, famiglia e comunità.

Quando il Santo partì insieme agli emigrati

Ma a un certo punto non furono soltanto gli emigrati a tornare da San Pantaleone. Fu, simbolicamente, San Pantaleone ad andare da loro. Ed è probabilmente la pagina più suggestiva di questa storia. L’emigrazione aveva svuotato Limbadi, come centinaia di altri paesi calabresi. Famiglie intere erano partite verso le città industriali del Nord e verso l’estero. Cambiavano lingua, lavoro e continente, ma conservavano riti e devozioni del paese d’origine. Tra queste c’era il culto del patrono. La documentazione storica della comunità di San Pantaleone racconta che il 9 settembre 1979, nella chiesa di Limbadi, venne benedetta una statua destinata ai limbadesi emigrati in Argentina. Non una statua qualsiasi.

Era stata realizzata affinché assomigliasse il più possibile a quella venerata nel paese calabrese. Poi venne donata alla comunità di Buenos Aires. A migliaia di chilometri dal Monte Poro, gli emigrati potevano così ritrovare davanti a loro la stessa immagine alla quale avevano affidato preghiere e speranze prima della partenza.

Un pezzo di Limbadi a Buenos Aires

Dietro quella statua c’è molto più di una vicenda religiosa. C’è una pagina della grande emigrazione calabrese. Gli emigrati ricostruivano oltreoceano pezzi della comunità che avevano lasciato: associazioni, feste, processioni, cibi, dialetto e devozioni. La statua di San Pantaleone arrivata in Argentina diventava così un legame materiale con Limbadi. Un modo per continuare a sentirsi parte del paese anche dall’altra parte dell’Atlantico. E Buenos Aires non fu l’unica destinazione.

Anche a Novara i limbadesi ricrearono la loro festa

Un’altra consistente comunità proveniente da Limbadi si stabilì a Novara durante le grandi migrazioni interne dal Mezzogiorno verso il Nord. Anche lì accadde qualcosa di simile. Secondo la ricostruzione della comunità religiosa limbadesa, gli emigrati fecero realizzare una propria statua di San Pantaleone e iniziarono a celebrarne la festa. L’appuntamento diventò un’occasione capace di riunire i limbadesi sparsi nelle regioni settentrionali. Limbadi, Novara, Buenos Aires. Tre luoghi lontanissimi collegati dallo stesso Santo e soprattutto dalla stessa comunità.

Un culto che affonda le radici nei secoli

Anche le origini della devozione limbadesa conducono lontano. La tradizione locale lega l’arrivo del culto di San Pantaleone alla presenza dei monaci basiliani, provenienti dall’Oriente e poi stabilitisi in Calabria. Il Santo è diventato nel tempo così centrale nella vita della comunità da essere indicato semplicemente come “il Santo”. E la devozione popolare ha prodotto rituali particolari tramandati attraverso le generazioni. Tra questi viene documentato anche quello dei “bambini denudati”: durante la processione, secondo un’antica pratica votiva, il bambino veniva spogliato e avvicinato alla statua del Santo mentre gli indumenti venivano temporaneamente appesi alla portantina. Un rito che appartiene alla storia antropologica e religiosa della festa.

La reliquia custodita a Limbadi

Nella chiesa dedicata al patrono viene custodita anche una reliquia attribuita a San Pantaleone. Secondo la documentazione parrocchiale si tratta di una piccola ampolla contenente sangue attribuito al martire, donata alla parrocchia dagli eredi del dottor Antonino Saladino il 4 agosto 1996. La tradizione devozionale associa proprio ai giorni della festa il fenomeno della liquefazione del contenuto dell’ampolla. È un altro elemento che contribuisce alla fortissima partecipazione religiosa che accompagna il 27 luglio.

Una festa che racconta anche la Calabria che partì

È forse questa la chiave più profonda della Festa Ricca. San Pantaleone non racconta soltanto la storia religiosa di Limbadi. Racconta anche quella di una Calabria che per decenni ha visto partire i propri abitanti verso Torino, Milano, Novara, la Germania, l’Argentina e le Americhe. Chi partiva portava poche cose. Ma insieme alle valigie viaggiavano il dialetto, le ricette, le fotografie, i ricordi e i Santi dei paesi.

A Limbadi accadde qualcosa di ancora più concreto: una copia del patrono attraversò l’Atlantico per raggiungere i compaesani stabilitisi in Argentina. Per questo, ogni 27 luglio, la “Festa Ricca” racconta qualcosa che va oltre una processione. Racconta Limbadi e i suoi emigrati, quelli rimasti e quelli partiti. E racconta un legame con la propria terra così resistente da essere sopravvissuto alle distanze, alle generazioni e persino all’oceano

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