18 Agosto 2026
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Giuditta Levato, la contadina calabrese uccisa mentre difendeva la terra: oggi avrebbe 111 anni

Nata a Calabricata il 18 agosto 1915, fu colpita al ventre mentre era incinta di sette mesi. Aveva 31 anni e lottava perché i terreni incolti assegnati ai contadini non tornassero nelle mani dei latifondisti

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Se fosse ancora viva, oggi Giuditta Levato compirebbe 111 anni. Nacque il 18 agosto 1915 a Calabricata, borgo allora appartenente al Comune di Albi e oggi compreso nel territorio di Sellia Marina. Non era destinata a entrare nei libri di storia. Era una contadina, una madre e una donna abituata a misurare la vita attraverso il lavoro nei campi e il pane da portare a casa. A trasformarla in un simbolo furono la fame di terra del dopoguerra, la violenza del latifondo e un colpo di fucile sparato mentre difendeva ciò che la legge aveva riconosciuto ai contadini.

Una madre diventata capofamiglia

Giuditta era figlia di Rosa e Salvatore Levato. A 21 anni sposò Pietro Scumaci e diventò madre di due bambini. Quando il marito fu richiamato alle armi, dovette occuparsi da sola della famiglia. Coltivava i campi, raccoglieva il grano e affrontava una povertà condivisa da migliaia di famiglie calabresi. Erano anni nei quali vaste estensioni di terra rimanevano incolte nelle mani di pochi proprietari, mentre i braccianti vivevano in abitazioni malsane e lavoravano senza riuscire a liberarsi dalla miseria. Giuditta non aveva studiato, ma aveva compreso perfettamente il significato di parole come diritto, dignità e libertà.

I decreti Gullo e la speranza della terra

Nel dopoguerra i provvedimenti promossi dal ministro calabrese Fausto Gullo permisero alle cooperative contadine di ottenere in concessione terreni incolti o coltivati in maniera insufficiente. Non si trattava semplicemente di possedere un pezzo di campagna. Per migliaia di famiglie la terra significava lavoro, cibo e possibilità di costruire un futuro diverso. Giuditta Levato partecipò attivamente a quella stagione di mobilitazione. Si iscrisse al Partito comunista e contribuì alla nascita, nel suo paese, di una sezione politica, di una cooperativa e della Lega dei contadini. Divenne uno dei volti più determinati della rivendicazione delle terre. La sua storia è ricostruita nel Dizionario biografico della Calabria contemporanea dell’Icsaic, che la indica come la prima vittima della repressione delle lotte agrarie calabresi.

Il 28 novembre 1946

La mattina del 28 novembre 1946 Giuditta e gli altri componenti della cooperativa raggiunsero i terreni che erano stati loro assegnati e che avevano già cominciato a seminare. Il proprietario non intendeva accettare la perdita di quella parte del latifondo. Una mandria di bovini venne spinta sui campi coltivati, con il rischio di distruggere il lavoro dei contadini. Le donne della cooperativa si fecero avanti per allontanare gli animali. Giuditta era tra loro. Era incinta di sette mesi. Durante la protesta, uno degli uomini al servizio del latifondista aprì il fuoco. Il proiettile raggiunse Giuditta al ventre. Venne trasportata prima a casa e successivamente in ospedale, ma non riuscì a salvarsi. Morì a 31 anni insieme al bambino che portava in grembo. Alla giovane contadina vengono attribuite parole rimaste nella memoria delle lotte meridionali: “Sono morta per tutti”.

Una morte che anticipò altre stragi

L’uccisione di Giuditta Levato non fu un episodio isolato. Negli anni successivi la repressione delle rivendicazioni contadine avrebbe provocato altre vittime in Calabria. Nel 1947, a Petilia Policastro, sarebbero morti Isabella Carvelli e Francesco Mascaro. Nel 1949, durante la strage di Melissa, vennero uccisi Angelina Mauro, Francesco Nigro e Giovanni Zito. Erano uomini e donne che chiedevano di poter coltivare terreni abbandonati e mantenere le proprie famiglie. La risposta fu spesso affidata alle intimidazioni, ai campieri e alle armi. Giuditta divenne così il simbolo di una Calabria povera che non voleva più rimanere in silenzio e, contemporaneamente, di un protagonismo femminile troppo spesso cancellato dai racconti ufficiali.

Il nome di Giuditta nella memoria della Calabria

A Giuditta Levato sono state dedicate strade, opere, ballate e spazi pubblici. A Palazzo Campanella, sede dell’assemblea legislativa calabrese, una sala porta il suo nome. Il Consiglio regionale della Calabria la ricorda come una giovane bracciante diventata martire delle lotte sociali del secondo dopoguerra. Ma la memoria di Giuditta non appartiene soltanto alle istituzioni o alle organizzazioni politiche. Appartiene alle campagne nelle quali generazioni di donne hanno lavorato, spesso senza riconoscimenti, e alle famiglie che hanno pagato con la vita la richiesta di un diritto elementare. Oggi avrebbe 111 anni. Non li ha mai compiuti perché qualcuno decise che la difesa di un campo seminato valeva un colpo di fucile. Ricordarla il 18 agosto significa restituire un volto e un nome a quella Calabria che lottò per trasformare la terra da privilegio di pochi in speranza per tutti.

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