Nacque in un piccolo borgo affacciato sul Tirreno e arrivò a sfidare il potere del Regno di Napoli con le parole, le idee e la forza della cultura. Antonio Jerocades, nato a Parghelia il 1° settembre 1738, fu sacerdote, poeta, insegnante, massone e sostenitore delle idee rivoluzionarie. Un personaggio complesso e irrequieto, sospeso tra religione e Illuminismo, educazione popolare e società segrete. La sua storia è uno dei capitoli più affascinanti e meno conosciuti del Settecento calabrese.
Il figlio di un pescatore destinato alla Chiesa
Jerocades era figlio di Andrea, pescatore e mercante, e di Antonia Pietropaolo. La famiglia era legata al commercio e alla marineria. Antonio, invece, fu indirizzato verso la carriera ecclesiastica e frequentò il seminario di Tropea. Il futuro intellettuale non aveva inizialmente un rapporto semplice con lo studio. Preferiva il mare, la pesca, la caccia e le corse all’aria aperta. Riuscì tuttavia a impadronirsi della cultura classica e a scrivere in italiano e latino, sia in prosa sia in versi.
A Parghelia una scuola aperta ai ragazzi del paese
Nel 1759, terminati gli studi, Jerocades aprì una scuola a Parghelia. Ai ragazzi del posto insegnava italiano, latino, greco, ebraico e francese, ma anche filosofia e matematica. Per l’epoca era un progetto educativo sorprendentemente moderno. Jerocades riteneva che l’istruzione non dovesse essere riservata alle famiglie più ricche e proponeva percorsi destinati anche ai figli dei contadini e dei commercianti. Accanto alla scuola fondò un’accademia chiamata Giardino del lieto lavoro, nella quale gli studenti potevano esercitare la propria creatività attraverso rappresentazioni e attività pratiche. Era convinto che i ragazzi dovessero imparare attraverso esperienze concrete. Un’impostazione che gli procurò consensi, ma anche critiche e sospetti.
La satira contro il potere e lo scandalo
Dopo l’esperienza calabrese, Jerocades si trasferì a Napoli e insegnò al collegio Tuziano di Sora. Qui il suo temperamento ribelle cominciò a creare problemi. Nel 1770 compose un intermezzo teatrale intitolato Pulcinella da quacchero. Dietro la comicità dell’opera fu intravisto un riferimento sarcastico al re Ferdinando IV. La rappresentazione provocò la reazione del vescovo e portò alla sospensione di Jerocades dall’insegnamento. L’abate si rifugiò prima a Napoli e poi, nel 1771, raggiunse Marsiglia. Quel viaggio avrebbe cambiato definitivamente la sua vita.
Le logge di Marsiglia e la massoneria calabrese
A Marsiglia Jerocades entrò in contatto con le logge massoniche locali. L’avvicinamento iniziale divenne progressivamente una piena adesione alla massoneria e ai suoi ideali di libertà e fratellanza. Tornato nel Regno di Napoli, frequentò intellettuali come Gaetano Filangieri, Mario Pagano e Domenico Cirillo. Attraverso poesie, scritti allegorici e incontri privati contribuì alla diffusione del pensiero massonico. Nel 1785 elaborò anche un codice dedicato alla struttura e alle regole delle logge. La sua attività arrivò a preoccupare il governo borbonico. Nel 1790 un’indagine governativa segnalò che le logge di Tropea e Catanzaro, collegate a quelle di Marsiglia, erano state fondate proprio da Jerocades.
Il sacerdote che celebrò la Rivoluzione
Con lo scoppio della Rivoluzione francese, le posizioni dell’abate diventarono apertamente politiche. A Napoli partecipava a riunioni nelle quali si discuteva di giacobinismo, riforme e abusi del governo borbonico. Nel gennaio 1793, durante un ricevimento organizzato per i giacobini napoletani su una nave francese, improvvisò un inno in favore della rivoluzione. Quel gesto gli costò il confino in un convento situato nell’attuale provincia di Catanzaro. Dopo la liberazione fu coinvolto nelle indagini sulle cospirazioni giacobine e finì nuovamente sotto il controllo delle autorità. Durante la breve esperienza della Repubblica napoletana sostenne le forze repubblicane. Dopo la caduta della Repubblica fu incarcerato a Napoli e successivamente costretto a rifugiarsi a Marsiglia.
Il ritorno a Parghelia e l’ultima punizione
Nel 1801 Jerocades riuscì a rientrare nella sua terra natale. Neppure il ritorno a Parghelia mise però fine alle persecuzioni. Un elogio funebre scritto per il fratello venne considerato politicamente sospetto dalla curia di Tropea. L’abate fu quindi obbligato a ritirarsi nella casa dei padri liguorini, dove morì nel 1803. Aveva attraversato l’intero Settecento combattendo con gli strumenti che conosceva meglio: la scuola, la poesia, la satira e la circolazione delle idee.
Il filo che unisce Jerocades alla Calabria di oggi
La figura di Antonio Jerocades racconta quanto siano antiche le radici della massoneria calabrese. Un fenomeno che, con forme e protagonisti diversi, continua ad avere un peso significativo nella regione. Un quadro contemporaneo è ricostruito nell’inchiesta di Calabria7: Più massoni che preti, più logge che chiese: la massoneria in Calabria è una superpotenza invisibile.
Jerocades, però, non fu soltanto un massone. Fu un educatore che voleva aprire la conoscenza ai figli del popolo, un sacerdote insofferente verso il potere ecclesiastico e un intellettuale disposto a pagare con il carcere e l’esilio la difesa delle proprie idee. Tutto ebbe inizio a Parghelia, il 1° settembre 1738, nella casa di un pescatore affacciata su quel mare che lo avrebbe condotto fino alle logge rivoluzionarie di Marsiglia.












