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28 Maggio 2026
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Maestrale-Olimpo-Imperium, l’appello della Dda appeso a una data. Le difese: “Depositato fuori tempo”

Colpo di scena nel maxi processo sui clan vibonesi: gli avvocati difensori contestano tempi e modalità dell’impugnazione della Procura per 35 imputati assolti o assolti in parte. La Corte si riserva: decisione il 29 giugno

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Potrebbe bastare un giorno per cambiare il corso del processo d’appello di Maestrale-Olimpo-Imperium, il maxi procedimento nato dall’inchiesta della Dda di Catanzaro sui clan del Vibonese. Prima ancora di entrare nel merito delle accuse, nell’aula bunker di via Paglia si è aperto un fronte processuale pesantissimo: secondo le difese, l’appello della Procura contro 35 imputati assolti o assolti parzialmente in primo grado sarebbe stato depositato fuori termine.

La questione è stata sollevata all’udienza del 27 maggio 2026 dagli avvocati Sergio Rotundo e Michelangelo Miceli, ai quali si sono poi associati gli altri difensori. Per i legali l’impugnazione del pm sarebbe arrivata il 31 marzo 2025, mentre il termine sarebbe scaduto il 30 marzo. Non solo: l’atto, secondo quanto sostenuto dalle difese, sarebbe stato depositato prima in forma cartacea, come risulterebbe dall’attestazione di cancelleria, e soltanto dopo per via telematica.

Ora la palla passa alla Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Antonio Battaglia, con a latere Antonio Giglio e Carlo Fontanazza. I giudici si sono riservati. La decisione arriverà alla prossima udienza, fissata per il 29 giugno. Se l’eccezione venisse accolta, potrebbe incidere in modo decisivo sulla posizione degli imputati per i quali la Dda aveva chiesto di ribaltare il verdetto di primo grado.

Il nodo del deposito: una questione tecnica che può pesare sul processo

La parola decisiva, almeno in questa fase, non è ancora mafia, né estorsione, né narcotraffico. È inammissibilità. Le difese chiedono alla Corte di verificare se l’appello della Procura sia stato presentato nei tempi e nelle forme previste dalla legge. Per gli avvocati, il problema è doppio: da una parte ci sarebbe la tardività del deposito, dall’altra la modalità con cui l’atto sarebbe stato inizialmente trasmesso. Una questione che può sembrare tecnica, ma che nei processi penali può diventare sostanza pura. Perché se un appello è fuori termine, il giudice non può semplicemente ignorarlo e passare oltre.

Il processo di secondo grado riguarda il troncone con rito abbreviato dell’operazione Maestrale-Olimpo-Imperium. Complessivamente gli imputati in appello sono 77. Per 35 di loro l’impugnazione è stata proposta dalla Dda di Catanzaro, che punta a rimettere in discussione assoluzioni totali o parziali decise dal gup distrettuale Piero Agosteo. Gli imputati in questione sono: Pasquale Anastasi, Rocco Anello, Tommaso Anello, Vincenzo Barba, Domenico Bartone, Vincenzo Calafati, Maria Vittoria Errigo, Antonio Facciolo, Claudio Fiumara, Giacomo Franzoni, Michele Galati, Ottavio Galati, Salvatore Domenico Galati, Carmine Il Grande, Egidio Il Grande, Francesco La Rosa, Alfonso Luciano, Antonio Mancuso, Domenico Mancuso, Francesco Mancuso, Giuseppe Mangone, Andrea Mantella, Paolo Mercurio, Gaetano Molino, Salvatore Morelli, Salvatore Palmieri, Domenico Polito, Giuseppe Prostamo, Umberto Pugliese, Demetrio Putortì, Giuseppe Raguseo, Francesco Sabatino, Davide Surace, Diego Surace, Antonio Massimiliano Varone.

La Procura distrettuale contesta la sentenza di primo grado sostenendo, in sintesi, che il giudice avrebbe errato nella valutazione degli elementi raccolti dall’accusa. Secondo la Dda, il verdetto sarebbe stato fondato su una lettura non complessiva del quadro indiziario, mentre gli elementi avrebbero dovuto essere valutati nel loro insieme. Tra le posizioni interessate dall’appello della Procura figurano anche nomi di rilievo, professionisti, imprenditori, soggetti indicati dall’accusa come esponenti o contigui alle cosche del Vibonese, oltre a imputati già condannati ma assolti da alcuni capi d’imputazione.

Le difese fanno muro: prima la validità dell’appello, poi il merito

La linea dei difensori è chiara: prima di discutere se la sentenza di primo grado debba essere confermata o riformata, bisogna stabilire se l’appello della Dda sia valido. L’eccezione, partita dagli avvocati Rotundo e Miceli, è stata condivisa dal collegio difensivo proprio perché riguarda un punto comune a tutte le posizioni investite dall’impugnazione della Procura. In sostanza, la difesa dice alla Corte: prima di parlare delle accuse, bisogna chiarire se quell’appello poteva davvero entrare nel processo. Una battaglia preliminare, ma tutt’altro che marginale.

Il 29 giugno la decisione che può cambiare il perimetro del processo

La prossima udienza del 29 giugno dirà se l’appello della Dda contro i 35 imputati resterà in piedi oppure se l’eccezione delle difese troverà accoglimento. È questo il passaggio che può ridisegnare il perimetro del processo di secondo grado. Per ora resta un dato: nel maxi processo sui clan vibonesi, la prima vera battaglia d’appello si gioca su una data. 30 o 31 marzo. Un giorno soltanto, secondo le difese. Ma abbastanza, se la Corte dovesse riconoscerlo, per pesare sul destino di una parte importante del processo.

Il peso del maxi processo sui clan vibonesi

Maestrale-Olimpo-Imperium è uno dei processi più rilevanti tra quelli nati dalle indagini della Dda di Catanzaro sulla criminalità organizzata nel territorio vibonese. Le contestazioni, a vario titolo, spaziano dall’associazione mafiosa al narcotraffico, dalle estorsioni ad altri reati aggravati dal metodo mafioso. Il giudizio abbreviato di primo grado si era concluso con decine di condanne e assoluzioni. Ora il processo è arrivato davanti alla Corte d’Appello, ma il primo vero snodo non riguarda ancora il contenuto delle accuse: riguarda la regolarità dell’impugnazione presentata dalla Procura.

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