Sedici anni di reclusione. È la pena richiesta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per Antonio La Rosa, 64 anni, ritenuto dagli inquirenti il capo del clan di Tropea, nel Vibonese. La richiesta è arrivata al termine della requisitoria nel processo celebrato con rito abbreviato e relativo a uno stralcio dell’inchiesta antimafia Call Me.
La Rosa, attualmente detenuto in regime di 41 bis, deve rispondere, secondo l’impianto accusatorio, di una serie di contestazioni che comprendono l’associazione mafiosa, con l’aggravante del ruolo di capo promotore, l’accesso indebito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti, l’estorsione aggravata dal metodo mafioso e il trasferimento fraudolento di valori.
La richiesta della Dda rappresenta la posizione dell’accusa al termine della discussione. La responsabilità dell’imputato dovrà essere valutata dal giudice, nel rispetto della presunzione di innocenza fino a un’eventuale condanna definitiva.
Sei smartphone e cinque Sim durante la detenzione
Uno dei passaggi centrali dell’indagine riguarda il periodo trascorso da La Rosa nel carcere di Avellino, dal 22 ottobre 2020 al 21 maggio 2021.
Secondo la ricostruzione della Guardia di finanza, il detenuto sarebbe riuscito a mantenere contatti pressoché quotidiani con persone all’esterno attraverso telefoni cellulari introdotti illegalmente nell’istituto penitenziario.
Gli investigatori avrebbero individuato nella sua disponibilità sei smartphone e cinque schede Sim, queste ultime intestate a cittadini stranieri. Una dotazione che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe consentito al boss di continuare a comunicare nonostante le restrizioni previste dal regime detentivo.
Il quadro investigativo comprende anche un numero significativo di conversazioni telefoniche. Sarebbero quasi cinquemila i contatti ricostruiti dagli inquirenti, diretti soprattutto ai familiari e a due donne.
Le ricariche telefoniche e il falso profilo Facebook
Le due donne, secondo quanto emerso dall’inchiesta, avrebbero avuto un ruolo nel mantenimento dei collegamenti telefonici con La Rosa. In particolare, gli investigatori contestano loro di aver effettuato ricariche telefoniche destinate alle utenze utilizzate dal detenuto e di aver contribuito alla creazione di un falso profilo Facebook, che sarebbe poi stato utilizzato dal boss.
Entrambe risultano imputate nel procedimento celebrato con rito ordinario davanti al Tribunale di Vibo Valentia. Le loro posizioni sono dunque distinte da quella di La Rosa, giudicata con il rito abbreviato.
L’inchiesta Call Me e il ruolo attribuito al clan
L’operazione Call Me, condotta dalla Guardia di finanza e coordinata dalla Dda di Catanzaro, ha acceso i riflettori sulle modalità con cui, secondo gli investigatori, sarebbero stati mantenuti i collegamenti tra il carcere e l’ambiente esterno.
La Rosa, già riconosciuto come esponente di vertice della criminalità organizzata tropeana in precedenti procedimenti conclusi con sentenze definitive, è ora chiamato a rispondere delle nuove contestazioni oggetto dello stralcio processuale.
La conclusione della requisitoria segna una fase importante del procedimento, ma non coincide con una sentenza. La richiesta di 16 anni formulata dalla Procura dovrà essere sottoposta alla valutazione del giudice, mentre il procedimento ordinario a carico delle due donne proseguirà autonomamente.













