Tre richieste di continuità didattica, poi un bollettino e il lavoro costruito con gli alunni che non può proseguire. Maria Vittoria Luberto, docente di sostegno precaria, racconta così la propria esperienza in una lettera indirizzata al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara. L’ha scritta al rientro da scuola, dopo altri sessanta chilometri di strada. Altrettanti ne aveva percorsi al mattino. Ma non è il viaggio a pesarle: è l’incertezza che entra in classe insieme agli insegnanti e ricade sugli studenti e sulle famiglie. “Ministro Valditara, prendiamoci un caffè. Ma a scuola” è l’invito che apre la lettera. Seguono il racconto della precarietà e una richiesta precisa: guardare che cosa accade quando le regole incontrano la vita quotidiana nelle aule.
“Avevo ricevuto ben tre richieste di continuità”
Luberto parte da un principio che dice di condividere profondamente: la continuità sul sostegno. Perché dietro quella parola, scrive, “non c’è il desiderio di ‘tenersi’ un alunno, ma un lavoro costruito nel tempo”, che dovrebbe accompagnarlo verso l’autonomia e il suo progetto di vita. Poi descrive quanto le è accaduto: “Io avevo ricevuto ben tre richieste di continuità. Poi è arrivato il bollettino. E sono tornata ad essere un numero”.
Nella sua ricostruzione, le disposizioni su graduatorie, precedenze e riserve possono finire per impedire quella continuità che era stata richiesta. La lettera non entra nel dettaglio della singola assegnazione, ma pone una questione che riguarda l’effetto delle procedure sugli studenti. La docente chiarisce di non voler mettere in discussione il diritto al lavoro di nessuno, né i diritti riconosciuti a chi ha svolto il servizio civile. Chiede, invece, se l’incontro tra norme diverse riesca davvero a tutelare chi dovrebbe essere al centro della scuola: lo studente.
Una quinta, l’esame di Stato e un altro bollettino da aspettare
Oggi Luberto racconta di avere una supplenza breve, a circa sessanta chilometri da casa. È entrata in una quinta e ha cominciato subito a lavorare: conoscere l’alunno, progettare, confrontarsi con la famiglia. È ottobre e davanti c’è l’esame di Stato. “Quel ragazzo ha diritto, esattamente come i suoi compagni, a partire bene e a non perdere tempo”, scrive. Ma anche questo percorso potrebbe interrompersi. “Mentre costruisco, aspetto un altro bollettino. E potrei dover rifare la valigia”. In queste parole si concentra l’incertezza che denuncia: iniziare un lavoro educativo senza sapere se sarà possibile portarlo avanti.
“Il sostegno non può funzionare a intermittenza”
“Il sostegno non può funzionare a intermittenza”, sostiene Luberto. Non perché l’alunno debba dipendere dal proprio insegnante: la docente precisa che sarebbe “l’esatto contrario dell’inclusione”. Il problema, osserva, è una figura che entra, cambia e ricomincia continuamente, destabilizzando un percorso. Una conseguenza che, nella sua esperienza, può riguardare l’intera classe. “Il docente di sostegno è docente della classe e di quella classe diventa parte”, ricorda. La continuità, nella lettera, assume così un significato concreto: il tempo necessario per conoscersi, costruire fiducia, condividere obiettivi e accompagnare gli studenti verso una maggiore autonomia.
Al ministro: “Sedersi in fondo e guardare cosa succede davvero”
Prima dei prossimi interventi sulla scuola, Luberto propone al ministro di trascorrere qualche giornata nelle aule. “Senza cerimonie, senza visite ufficiali. Sedersi in fondo e guardare cosa succede davvero”. Le norme, scrive, devono essere osservate anche dopo la loro introduzione, quando entrano nelle scuole. A maggior ragione quando riguardano disabilità, inclusione e progetto di vita. La lettera si chiude tornando alla strada da percorrere il giorno dopo. Luberto dice che i chilometri e le sfide non la spaventano. Il pensiero va soprattutto alle famiglie, chiamate a ricostruire un rapporto ogni volta che cambia l’insegnante. “Perché noi possiamo rifare la valigia. Loro, ogni volta, devono ricominciare a fidarsi”.















