13 Settembre 2026
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Concessioni balneari, le ombre della ’ndrangheta sulla Costa degli Dei: “Tutto accade sotto gli occhi poco attenti di molti”

Il colonnello Antonio Parillo mette sotto accusa controlli comunali e disorganizzazione amministrativa: "Chi è in odore di ’ndrangheta non ha fatto grandi sforzi per nascondersi"

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Non è soltanto una questione di concessioni occupate senza titolo, di strutture costruite dove non avrebbero dovuto esserci o di autorizzazioni rilasciate in ritardo. Il report dei Carabinieri sulla Costa degli Dei porta alla luce un problema più ampio: la fragilità dei controlli e la difficoltà degli enti locali di riconoscere, prevenire e bloccare per tempo il rischio di infiltrazioni mafiose nell’economia turistica. La fotografia scattata dall’Arma riguarda l’intera stagione balneare e non un intervento occasionale di fine estate. Al centro ci sono le procedure amministrative dei Comuni, le autocertificazioni antimafia, le revoche mai disposte, gli stabilimenti avviati senza concessione e attività esercitate all’interno di strutture considerate abusive. A ricostruire il quadro, in un’intervista a Rosaria Marrella, è il comandante provinciale dei Carabinieri di Vibo Valentia, colonnello Antonio Parillo.

“Non è stato un blitz: controlli iniziati in primavera”

Il comandante chiarisce subito la genesi dell’operazione e respinge l’idea di un controllo estemporaneo eseguito soltanto a stagione ormai conclusa. “Il report di cui lei parla compendia le attività fatte nel corso dell’intera stagione e non è relativo, mi passi l’espressione, ad un blitz estemporaneo dei giorni scorsi eseguito peraltro a fine stagione. Se fosse stato così l’attività avrebbe avuto ben poco senso”. L’Arma, spiega Parillo, ha scelto di concentrarsi su un settore specifico, quello delle concessioni demaniali e delle attività turistico-balneari, iniziando a raccogliere documenti già nei mesi primaverili. “Noi abbiamo inteso focalizzarci su di uno specifico settore e lo abbiamo fatto per tempo. Già a primavera, infatti, siamo partiti con uno screening documentale delle concessioni, ove disponibili perché tempestivamente rilasciate”.

I controlli successivi sono serviti a verificare sul campo la corrispondenza tra i documenti presentati e la situazione reale. “Ad attività avviate abbiamo poi proceduto ai controlli di cui al report, che sono serviti a completare il quadro dell’accertamento, per approfondire ad esempio alcune criticità che andavano emergendo, ovvero a verificare eventuali difformità tra la situazione dichiarata e quella effettiva presente sul campo”.

Autocertificazioni antimafia e controlli comunali

Uno dei nodi più delicati riguarda le autocertificazioni presentate dai concessionari e i controlli che gli enti locali dovrebbero effettuare. “Il valore delle concessioni è tale per cui ai privati vengono richieste delle autocertificazioni sulle quali andrebbero fatti – a cura dei Comuni – dei controlli a campione, che abbiamo fatto noi”, spiega il colonnello.

Parillo sottolinea però che, sul piano strettamente tecnico, tali verifiche non sono sempre obbligatorie. Questo non significa, tuttavia, che possano essere ignorate. “Utilizzo il condizionale volutamente, per dirle che i controlli non sono tecnicamente obbligatori benché siano altamente auspicabili. Ogni ente dovrebbe dotarsi di buone prassi interne, in maniera tale da minimizzare il rischio di errori”. Il punto, dunque, non è soltanto stabilire se un controllo sia imposto da una norma, ma capire se l’amministrazione abbia adottato procedure sufficientemente solide per impedire che soggetti privi dei requisiti antimafia possano ottenere o mantenere una concessione.

Il nodo degli enti locali: “Disorganizzazione amministrativa”

Dagli accertamenti, secondo il comandante provinciale, emerge in molti casi una disorganizzazione amministrativa. Un problema che non può essere archiviato come una semplice inefficienza degli uffici. “Mi riallaccio a quanto le ho detto poc’anzi: in assenza, al momento, di indicatori di segno diverso, posso certamente dire che molto spesso si tratta di disorganizzazione amministrativa, che si badi bene non è problema di poco momento”.

Parillo porta un esempio preciso, quello delle concessioni che non vengono revocate nonostante siano intervenute condanne. “I Comuni si costituiscono doverosamente parte civile nei processi di criminalità organizzata. Questo significa che sono necessariamente a conoscenza delle eventuali condanne pronunciate. Nonostante ciò, ed è questo che pure abbiamo riscontrato, omettono di procedere alle revoche laddove, ad esempio, sia intervenuta condanna in grado di appello”.

Norme antimafia poco conosciute

La presenza di importanti operazioni contro la criminalità organizzata non sembra aver prodotto, in tutti i casi, una corrispondente attenzione nella gestione del comparto turistico. “Non so se queste valutazioni siano addirittura omesse. Non posso dirlo”, precisa il comandante. “Posso però ribadire che frequenti sono i casi di disorganizzazione amministrativa che abbiamo riscontrato e ricorrente è la mancanza di conoscenza circa il corretto utilizzo di strumenti tecnici e normativi a presidio della impermeabilità degli enti alle infiltrazioni mafiose”.

Sulle eventuali responsabilità amministrative o disciplinari di funzionari, dirigenti o amministratori, Parillo mantiene una posizione prudente. “Questo è un tema che afferisce alla sfera di competenza di altre autorità. Eventuali provvedimenti, peraltro, non possono che conseguire all’attenta valutazione del quadro complessivo disponibile”.

Le intestazioni ai parenti e i sospetti di infiltrazione

È sul terreno dell’intestazione formale delle attività che, secondo i Carabinieri, si concentrano alcuni degli elementi più significativi. In determinati casi, le imprese risultavano intestate a parenti conviventi, mentre sui luoghi di esercizio sarebbero stati trovati soggetti ritenuti vicini alla criminalità organizzata. “Abbiamo riscontrato senza grandi difficoltà che chi a mio avviso è in odore di ’ndrangheta non ha profuso grandi energie e grande impegno nel nascondersi”, afferma Parillo. “Le attività sono formalmente intestate a parenti conviventi mentre sui luoghi di esercizio delle stesse abbiamo trovato proprio i soggetti di cui le ho detto. In una parola, tutto accade sotto gli occhi poco attenti di molti”.

Alla domanda se le persone coinvolte appartenessero a contesti già noti alle forze dell’ordine, il comandante risponde con poche parole: “Ahimè in alcuni casi sì”. Il tema dei tributi comunali, precisa Parillo, non costituisce invece il principale oggetto dell’attività dell’Arma. Le verifiche sono state effettuate soltanto quando erano già emersi indicatori ritenuti significativi. “Abbiamo verificato la situazione dei tributi quando erano già emersi indicatori che io personalmente valuto come sintomatici di un pericolo di infiltrazione mafioso. A completamento dell’accertamento, insomma”.

Ventuno stabilimenti senza contratto di concessione

Tra i dati più rilevanti del report ci sono i 21 stabilimenti che avrebbero operato senza un contratto di concessione. In alcuni casi, gli operatori avrebbero iniziato l’attività mentre i Comuni erano ancora alle prese con l’iter amministrativo. “È accaduto che i Comuni fossero in ritardo con l’iter concessorio sicché gli operatori, nell’attesa, hanno comunque avviato le attività”, spiega Parillo. Ma la presentazione di una domanda non può trasformarsi in una sorta di autorizzazione provvisoria. “Va da sé che ciò non è possibile, nel senso che non basta fare una domanda per ritenersi legittimati ad occupare spazi pubblici”. Il ritardo degli uffici, dunque, non può produrre automaticamente un diritto all’occupazione del demanio. Né può essere l’operatore a decidere unilateralmente quando iniziare l’attività.

Il cemento sulla scogliera e le licenze nei locali abusivi

Il report ha evidenziato anche abusi edilizi presenti da anni, in alcuni casi visibili lungo la costa e pubblicizzati attraverso i social network. “Presenti da anni ed evidenti a chiunque. Non vedo ad esempio come possa sfuggire anche ad un semplice bagnante che su di una scogliera non possa essere realizzata una colata di cemento”. Il comandante sottolinea che alcune strutture abusive erano facilmente individuabili anche attraverso le immagini diffuse online. “In alcuni casi queste strutture sono anche significativamente pubblicizzate sui social. Ed anche sui social è ben visibile quel che le sto dicendo”. Ma il problema non si limita alle opere realizzate senza autorizzazione. Gli investigatori hanno verificato anche la presenza di attività abilitate alla somministrazione di alimenti e bevande all’interno di locali interessati da abusi. “E non parlo solo di colate di cemento. E qui, in verità, si apre anche un altro tema: alcuni di questi locali, caratterizzati da significativi abusi edilizi, erano abilitati alla somministrazione di alimenti e bevande”.

La domanda posta dal comandante è diretta: “Come è possibile concedere una licenza del genere con luogo di esercizio in un locale abusivo?”. Nel corso dei controlli sui locali pubblici, i Carabinieri hanno inoltre richiesto l’intervento del Comando provinciale dei Vigili del fuoco, per verificare la corretta applicazione della direttiva cosiddetta Crans Montana.

Fognature e ambiente: segnalazioni ad Arpacal e autorità sanitarie

Un ulteriore fronte riguarda gli impianti fognari e le possibili ricadute ambientali e sanitarie. “Assolutamente sì. Abbiamo operato sempre in sinergia con Arpacal, ad esempio, il cui direttore generale ringrazio. E le autorità sanitarie locali sono sempre state informate nell’immediato. Vedremo in autunno e in inverno cosa avranno fatto”. La verifica degli scarichi e delle condizioni degli impianti non è stata quindi svolta in modo isolato, ma attraverso il coinvolgimento degli organismi competenti. “Quello dell’ambiente, infatti, è un tema molto caro all’Arma dei Carabinieri che è la prima forza di polizia ambientale europea”.

“La tempestività è il fattore decisivo”

Per il futuro, l’Arma intende proseguire lungo la strada tracciata durante la stagione estiva, anche in raccordo con la Prefettura di Vibo Valentia. “Proseguire esattamente in questa direzione, come peraltro disposto anche dal Prefetto di Vibo Valentia”, spiega Parillo. Il comandante individua nella tempestività il principale strumento per rendere più efficaci i controlli e prevenire le infiltrazioni nell’economia legale. “Sottolineo, infine, che uno dei fattori moltiplicatori dell’efficacia dell’azione è la tempestività. E dico questo anche nell’ottica di superare, in maniera costruttiva, alcune polemiche che pure ci sono state”.

Il settore turistico, conclude Parillo, resta uno dei focus dell’attività investigativa dell’Arma. “Uno dei focus su cui l’Arma di Vibo Valentia è concentrata, e lo è da sempre, è quello del contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale. Quindi i controlli li abbiamo fatti e continueremo a farli, forti dell’esperienza maturata in questa estate”.

L’auspicio è che le concessioni vengano rilasciate prima dell’avvio della stagione, e non quando l’attività è già entrata nel vivo. “Auspico, pertanto, che in futuro le eventuali concessioni – per restare al tema del turismo – siano rilasciate per tempo e non a luglio, ad esempio, tanto per essere chiari, in modo che eventuali criticità possano essere da noi rilevate subito e non nel pieno della stagione”. Una richiesta che riguarda anche la tutela degli operatori regolari e dei lavoratori: “Facendo così salvaguarderemo anche le esigenze dei lavoratori stagionali”.

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