“E’ difficile risponderti , sto mettendo insieme immagini, pensieri e parole”. Il dolore di Don Giacomo Panizza per la tragedia di Catanzaro si posa a fianco alla prima tazzina di caffè della giornata. E non c’è modo di zuccherarlo, è quello: è la sintesi di uno stato d’animo che accomuna , che fa sentire in colpa molti di noi e che spoglia in un istante la società di tutte quelle bucce dei suoi tanti frutti marci adagiate sui nostri occhi come filtri dal nefasto potere disorsivo.
Poi mi invita a guardare la foto che circola di più. “L’ immagine a mezzo busto della mamma sprigiona bellezza e serenità, ma stride coi titoli delle prime pagine dei giornali. In Calabria e oltre si è subito saputo tutto di questa tragedia inattesa, ma forse non per alcune persone o di famiglia o della sobria rete territoriale e istituzionale. Sono passate 30 ore, eppure mi viene impossibile mettere a punto singole parole e frasi che mi passano per mente. E per il cuore. E per il mistero: non riesco a evitare di pensarci perché so di essere comunque coinvolto”.
Tra solitudine e abbandono: la linea invisibile
Il fondatore della Comunità Progetto Sud mi regala un altro pensiero su una differenza , quella tra solitudine e abbandono, che oggi si fa fatica a capire, malgrado essa non sia impercettibile. “Immagino una mamma saltata dal terzo piano di casa, morta sopra due suoi piccoli e una sua bambina con ancora un filo di vita. Stringe il rosario in una mano indistinguibile, tra il mistero della solitudine della sua preghiera o nell’isolamento prodotto dalle vicende della vita.
Il sangue innocente mi riporta alla tragedia greca, agli esiti di certi malesseri della mente e dell’anima o a racconti esistenziali tramandati in tutte le culture umane fino ad oggi. Di certo la frase chiave non tira in ballo la parola “scelta” ma piuttosto “abbandono”. E nemmeno mi viene una frase con la quale io pensi di spiegarmi. Mi rassegno a parole non lineari con pensieri sparpagliati e domande tante”.
Le domande che arrivano sempre dopo
Non poteva mancare in questa nostra mesta chiacchierata mattutina il dubbio sulla inevitabilità dell’accaduto. “Questa tragedia andava intercettata anzitutto dalla famiglia e dalle amicizie? Dal vicinato, dalle istituzioni di welfare, dalle reti secondarie? Chi lo potrebbe dire?
Sappiamo che la nostra Calabria, compresa la città capoluogo dove la tragedia si è consumata, subisce il drammatico fenomeno dell’abbandono, quello che si condanna a conoscere sempre dopo le tragedie, a parlarne tardi, a rassegnarsi. Conosciamo cosa sia “abbandono politico”, quello che non si cura di portare a compimento, a regime e a sistema, i servizi alle persone, alle famiglie e ai gruppi. Conosciamo dal vissuto cosa sia anche “abbandono sociale”, quello che ostacola la prossimità tra quartieri e gruppi, pensati e vissuti come fossero caste da formare e mantenere distaccate tra loro una contro l’altra odiata. E conosciamo cosa sia vivere subendo un “abbandono relazionale”, che sta crescendo nell’anonimato gestito nei contatti virtuali invece che in relazioni reali.
Anna, la mamma, avrà sofferto dell’abbandono della comunità politica o sociale, relazionale o ecclesiale? La mia umanità, insieme ad essere prete cattolico, mi sbatte in faccia il rosario stretto nella sua mano. Conosco la felicità di certi spazi personali di solitudine che aiutano a rientrare in sé, a incontrarsi con sé stessi e reincontrarsi anche con gli altri e finanche con Dio. Certi isolamenti sono salvifici, liberanti, ma una vita di isolamenti voluti o subiti vanno ribaltati. Da quale comunità si potrebbe ripartire dopo queste morti, dopo il lutto cittadino e di che altro di ancora sconosciuto? Certamente non potrà mancare il fare comunità familiare e relazionale, sociale e politica unita dal prendersi cura, insieme, per davvero!”.






