Ci sono strade che si percorrono e strade che si abitano. Strade che non portano da qualche parte, ma che sono già un posto. Luoghi dove la gente passa, resta, cambia. Paesaggi, memorie, trasformazioni che si incontrano sull’asfalto come a un appuntamento. È questo il cuore de “Le strade, la vita. Storie, luoghi, antropologie”, il nuovo libro di Mauro Francesco Minervino.
In “Le strade, la vita”, lei sostiene che la strada oggi non è più solo un luogo di passaggio, ma il luogo stesso dove consumiamo buona parte della vita. Quando ha capito che questo cambiamento meritava un libro intero e non solo un saggio?
“Tutti i miei libri precedenti – da La Calabria brucia a Stradario di uno spaesato – mettono a tema in vario modo, tra narrativa, etnofiction e saggistica, il racconto e l’analisi della società contemporanea, che da un paio di secoli a questa parte e sempre in modo crescente, è sovradeterminata dall’accorciarsi degli interstizi tra gli spazi geografici e dell’accellerazione della storia, con fenomeni come la mobilità generale, la velocità dei trasporti e la trasformazione radicale dei luoghi della vita quotidiana, dei costumi sociali, dei consumi e delle relazioni tra esseri umani. Quest’ultimo libro, Le strade, la vita. Luoghi Storie Antropologie, uscito per Morcelliana-Scholé (pp. 308), nella collana Atlante letterario diretta dallo scrittore Giuseppe Lupo, è un libro in cui ho raccolto un lavoro e riflessioni che mi porto dietro da molti anni. In Le strade, la vita mi sono voluto misurare con un’altra forma di racconto e di ricerca, nel tentativo di mette a fuoco un vasto panorama di elementi culturali, storici, geografici e antropologici che tenuti insieme da una trama di racconto riconducono al tema generale dell’importanza delle strade nella vicenda delle civiltà del passato e del presente; ma ad un certo punto è sorta la domanda centrale a cui il libro prova a dare una qualche risposta: dopo millenni di storia e di civiltà umana il mondo è tutto allo scoperto ed è pieno di strade, di percorsi, di rotte e mezzi di trasporto che ci portano ovunque raggiungendo i luoghi e i gruppi umani più remoti e lontani, ma qual è oggi il senso delle strade? Cos’è davvero una strada? A cosa serve? Chi siamo e chi diventiamo quando ne percorriamo una, cosa ci accade quando siamo per strada? Oggi la strada è forse il più emblematico dei luoghi della residenza impermanente che tocca in sorte dei contemporanei, è il luogo della vita così com’è. Siamo tutti spinti per strada, ogni giorno, che ci piaccia o meno. La nostra è forse la prima società della storia umana in cui la mobilità generale è l’unica rivoluzione che con i suoi effetti dirompenti ha cambiato davvero a tutte le latitudini geografiche e sociali la vita di miliardi di esseri umani. La strada è ormai al centro della nostra vita quotidiana. Siamo più fuori che dentro; la nostra vita è fatta di attraversamenti, dei tempi che utilizziamo per salire su un mezzo, per attraversare un altrove o semplicemente per spostarci di luogo per motivi quotidiani, solo in apparenza banali, come andare a lavorare, per istruirci, per divertirci, per fare la spesa, per incontrare le persone che amiamo. Strada è una parola che si stratifica in significati plurimi, occupando uno spazio di senso che va dal concreto al simbolico, in vista appunto di un’antropologia, prima ancora che di una geografia della vita: ogni strada deve perciò, anche, “significare”. Fermo restando che la parola stessa indica sempre e comunque un luogo dove le storie restano in letargo in attesa di essere narrate. E anche per rispondere a questa domanda ne ho affrontato anche una forse più importante: le strade stesse non sono forse dei testi?, dei palinsesti narrativi in cui si insediano le storie?. Nel libro ho girato questa interrogazione alla letteratura del Novecento, ma non solo ai suoi classici più riconosciuti. Se, in effetti, il lettore incontrerà Borges e Morante, per proseguire poi – tra gli altri – con Calvino, Kerouac, Camus, Yourcenar e Fante, non mancherà di confrontarsi con Tondelli e Lodoli. Senza dire del cinema: si sarebbero potuti trascurare i film sulla strada di Fellini, Rossellini e, soprattutto, il Risi di quel film manifesto e sommario-antropologico della crisi italiana della modernità come Il sorpasso?”.
Nel volume mette in dialogo autori molto diversi tra loro, da Kerouac a Borges, da Elsa Morante a Camus, fino a Risi e Fellini. Qual è stato il filo rosso che l’ha spinta a tenere insieme letteratura, cinema e antropologia intorno al tema della strada?
“Luis-Ferdinand Céline ne Il dottor Semmelweis, un suo libro che risale al 1924 scriveva: «Che si fa di solito per strada? Si sogna. Si sogna di cose più o meno precise, ci si lascia trascinare dalle ambizioni, dai rancori, dal passato. È uno dei luoghi più meditativi della nostra epoca, è il nostro santuario moderno, la Strada». Ed è stato così che la strada a partire dal ‘900 è entrata prepotentemente in tutte le arti per diventare non più semplicemente un fondale della storia ma uno dei suoi più importanti e affollati luoghi di senso; un soggetto di rappresentazione che dichiara tutte le contraddizioni e ricapitola tutte le immagini nel nostro tempo storico, in un arco di espressioni che dal cinema alla letteratura, sino alla pubblicità e alle rappresentazioni informali del nostro quotidiano. Ma la strada è, e resta, anche un archetipo, ovvero uno di quei modelli eterni che raffigura meglio di altri simboli la mutevolezza del vivere e l’indeterminatezza che contraddistingue sin dalle origini la consapevolezza della condizione umana. Cosicché, aggiungeva il grande psicanalista e filosofo (James Hillmann), «Tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada» che quel luogo indefinito in cui si annida il possibile ci imponesse col suo richiamo di andare, di provare ad andare oltre. C’è quindi il fatto, come dicevo già prima, che nel secolo dell’automobile e dei trasporti di massa siamo diventati tutti viaggiatori, nel senso che siamo tutti messi quotidianamente, costantemente, in movimento verso un altrove vicino o lontano, e sempre di più la vita si svolge per strada, nei luoghi pubblici, in una geografia dispersa e lontana dal rifugio delle mura domestiche. La nostra è una vita in cui la mobilità è diventata un’esperienza quotidiana condivisa, e per questo è argomento di racconto, in diverse forme d’arte e di linguaggio. Accade sempre, anche quando non ce ne accorgiamo. I viaggi oggi non sono più solo i grandi viaggi, sono esperienze che coinvolgono costantemente la vita quotidiana di milioni di persone: basti pensare all’andirivieni a cui siamo costretti per i più diversi motivi, a quanto ci si muove per poter vivere in uno spazio metropolitano. Ci sono piccole e grandi avventure che si svolgono anche in tratti brevi di strada. E poi c’è un’avventura percettiva e simbolica del viaggio, che è quella che possiamo incardinare alle grandi esperienze narrative, alla simbolica dell’altrove, alle ragioni storiche e culturali che hanno avuto a che fare con l’esplorazione di mondi diversi dal nostro. Esperienze che hanno cambiato molto la geografia del mondo e la cultura antropologica del viaggio. Oggi ci sono viaggi che hanno perso la loro patina di straordinarietà, dato che si svolgono quotidianamente, nella prossimità. Anche questi viaggi hanno ugualmente bisogno di osservazione, di attenzione, di sguardo, perché non ci accorgiamo di quanto il mondo cambi velocemente intorno a noi, molto più velocemente delle nostre percezioni. Quindi un viaggio nel contemporaneo, può essere fatto sia nella prossimità che nelle grandi lontananze, o nei grandi orizzonti narrati dalla letteratura, dal cinema, dai mezzi di comunicazione come la pubblicità. Il mondo oggi si rimescola costantemente anche nella prospettiva dell’accumulazione di immagini digitali che sopravanzano anche la nostra capacità percettiva, e che vanno oltre la nostra comprensione razionale. Noi ormai percepiamo il viaggio come un evento del nostro quotidiano, perché anche quando non lo facciamo siamo ormai sempre in viaggio in altri mondi. Abbiamo sfondato e alterato gli orizzonti della nostra percezione sensibile, che però rimane profondamente ancorata al nostro stare in luogo, al nostro corpo, ai sensi, al punto di vista sul reale. La prova di questo scostamento la danno tutti i grandi scrittori e quelle rappresentazioni cinematografiche che hanno prima o poi affrontato l’esperienza dell’attraversamento, dello spazio indefinito. La strada resta sempre un’esperienza imprevista di trasformazione, di cambiamento, di scoperta umana di nuovi orizzonti e conoscenze. E questo libro tenta di mettere a fuoco un insieme di temi che ne mettano al centro l’importanza. Cercando di dare un senso all’insieme di questi cambiamenti e a queste esperienze mobili che la strada determina, sia dal punto di vista storico, materiale e sociale, ma anche al loro valore simbolico e antropologico”.
L’episodio più toccante che racconta nel suo libro è quello delle circostanze della morte dello scrittore Premio Nobel Albert Camus; la fatalità che si nasconde dietro il biglietto del treno non preso per tornare a Parigi per incontrare la morte in un incidente stradale è uno dei passaggi più forti del suo intero racconto dell’epos della strada. Come nasce l’idea di partire da un dettaglio biografico così paradossale per parlare del rapporto tra destino, caso e mobilità?
“Riguardo a Camus, c’è un episodio folgorante che ho narrato nel libro. Riguarda la vita, anzi purtroppo le circostanze della sua morte. L’automobile è lo status-symbol per eccellenza del XX secolo, veicolo fisico e metaforico che muove e assomma tutti i nostri impulsi di aggressività, erotismo, libertà, conquiste tecnologiche, lusso, stile di vita. Ma cosa succede nel momento in cui la macchina, l’automobile, diventa il mezzo con cui soddisfare gli impulsi più regressivi, il totem della nostra parte maledetta, quella mossa dentro di noi dalle spinte più primordiali? Nelle auto, e per strada, lo capiva benissimo Camus, si annidano tutti i pericoli e le fatalità che accompagnano la velocità e la violenza senza limiti del Ventesimo Secolo. E proprio a lui, che detestava le auto e la velocità, la strada riservò per una carambola del destino la parte della vittima, riservandogli con la morte la beffa più tragica e paradossale, quasi una specie di compimento drammaturgico della sua filosofia dell’assurdo. Una morte improvvisa che è proprio collegata al suo fatalismo, e insieme alla sua ritrosia per i viaggi, alla sua diffidenza per i viaggi in automobile. Camus muore in automobile, in circostanze veramente paradossali e incredibili; da morto gli trovano in tasca il biglietto del treno che aveva già comprato per tornare tranquillamente a Parigi con un treno della notte. Ma era successo che il suo editore e amico Gallimard, lo aveva convinto all’ultimo momento a prendere un passaggio con lui in auto per il viaggio di ritorno. Gallimard proprio in quei giorni aveva un’automobile nuova, potentissima. Per una serie di circostanze mai chiarite, Camus muore durante quel viaggio in auto con Gallimard a causa della velocità e di un inspiegabile incidente stradale, accaduto quando già erano alle porte di Parigi. L’assurdo di questa morte sulla strada di Camus, è il fatto che lui appunto detestasse l’automobile e che la cosa che più temeva era proprio di morire in un incidente stradale. Ma era più che un presentimento; Camus sentiva incombere il paradosso e l’assurdità come regola della vita degli uomini del nostro tempo. E per questo che nel libro ho voluto dedicare uno spazio così specialmente approfondito e dettagliato a questo episodio. Ma non vorrei aggiungere troppi dettagli, lasciamo che il lettore scopra come in un apologo classico il senso di smarrimento e rivelazione fatale che conclude questa parte del racconto”.
Lei scrive che viviamo un profondo sradicamento perché nessuno può più restare ancorato per la vita a un solo luogo. La Calabria, con tanti paesi che resistono e spopolano al tempo stesso, è per lei un’eccezione a questa regola o ne è la conferma più dura?
“In realtà direi che da questo punto di vista per quello che riguarda la nostra regione non siamo né l’eccezione né la regola. Tutto quello che accade sul piano sociale e culturale nella Calabria contemporanea rispecchia, sia pure con qualche specificità e differenziazione, quello che accade ovunque nel mondo contemporaneo, nell’Occidente della civiltà post-industriale di cui siamo comunque partecipi. Dialetticamente si potrebbe dire, in modo molto semplice, che la realtà la strada via via è venuta a imporre anche da noi, è apparentemente una condizione che si pone all’opposto del restare, dello stare. In realtà oggi, nella contemporaneità, queste due alternative si sono completamente aperte e confuse. Anche nella vita dei paesi, con i fenomeni dello spopolamento, la scarsa natalità, la crisi del lavoro e la perdita di identità che affligge le culture locali, non c’è più uno stare in luogo, un essere lì fissato da un sempre incompatibile col movimento della storia così come si riteneva (già allora erroneamente) accadesse nel passato del mondo contadino e preindustriale; così come oggi non c’è più ragione per restare costantemente e definitivamente confinati nelle paure di un lontano altrove. Noi viviamo in un mondo in cui siamo costretti ad un continuo e costante via vai, ad una ininterrotta presa di misure con una realtà mobile, fatta di spazio e di relazioni precarie, alle prese con questioni che riguardano confini, misure e distanze da ridefinire costantemente col resto del mondo. Anche l’ossessione identitaria, che è lo stigma autoinflitto che avvita a se stesso il Sud e specialmente la Calabria, sempre alla ricerca di qualcosa che giustifichi e certifichi la propria ‘differenza’ antropologica, sino a proclamarla come ideologia, può trovare in questo un suo punto di sbocco e una sua falsificazione. La strada, come nella vita, ha spostato tutto, ha frantumato ogni confine, ci ha scaraventato in dimensioni culturali, spaziali, relazionali e umane prive di uno stato in luogo caratterizzato come in passato dalla fissità, da residenze stabili, da tradizioni, appartenenze e traiettorie di vita prevedibili. A mio modo di vedere questa condizione mobile fatta di sradicamento e di dissidio è tuttavia essenziale, è una qualità necessaria di un essere nel mondo come contemporanei. Fa parte di quella condizione vitale impermanente e provvisoria conseguenza dalla gettatezza che abbiamo ereditata dall’esistenzialismo e dal compimento delle rivoluzioni tecniche date nel XX secolo; ovvero una precarietà e un viavai esistenziale senza più punti fissi e cardini rigidi di fedeltà etica e morale al passato, alle dottrine, alla tradizione, in cui tuttavia ci è dato recuperare la dimensione integrale e la responsabilità dell’esistenza individuale, in polemica con tutte le ideologie di impostazione universalistica, e ben consapevole come siamo ora del crollo dei grandi sistemi universalizzanti. Da antropologo e scrittore, nei miei libri, ho deciso di raccontare soprattutto questo luogo intermedio che sono le strade, il loro paesaggio, il loro spazio umano. Le strade al Sud sono tutto, storia e geografia, flora, fauna e cemento. Un luogo comune, una sorta di domicilio mobile e collettivo, che strada facendo diventa di volta in volta desertico o affollato, instabile o eterno. La strada al Sud è oggi linea mobile di un nuovo confine interno, che porta dritto al cospetto della ‘presenza massiccia, potentissima del mondo’, ficcandoci tutti dentro la sua più ‘assoluta presenza’. La strada, il via vai è forse l’unica possibilità che abbiamo di vivere, e anche di indagare e restituire efficacemente in racconto la dimensione quotidiana dell’esistenza, tutto quell’insieme dei movimenti e delle trame in cui si offrono le possibili aperture di senso e nuove interpretazioni dei fenomeni, e non, invece, la ricerca affannosa di una visione ideale della vita che resta troppo spesso idealizzata, cupamente nostalgica, estranea all’esperienza del nostro tempo. Se è innegabile che nostra è una civiltà che oggi vive un profondo sradicamento, ciò accade perché davvero non si può più vivere aggrappati allo scoglio del paese, alle memorie del villaggio natio a cui siamo stati strappati; quel luogo e le sue memorie sempre più fragili e pericolanti; tutti viviamo in più luoghi e in movimento, contemporaneamente, e anche quando torniamo o ‘restiamo’ i fantasmi di questo timore della perdita del luogo si impadroniscono di noi. E in questo transito generale la strada è non più un tratto incidentale della vita altrove, un luogo del passaggio, ma il luogo stesso, il dispositivo generale dove consumiamo buona parte delle nostre esistenze individuali e collettive. E questa prevalenza della vita in movimento non è priva di conseguenze: nella vita quotidiana, nelle percezioni ordinarie e straordinarie del nostro spazio, della nostra cultura, nelle nostre relazioni umane”.
La A3 “Salerno-Reggio” è stata per decenni l’autostrada simbolo di incompiutezza del Sud e dell’isolamento calabrese. Per un antropologo calabrese come lei, che valore hanno oggi quelle strade statali e provinciali che tengono in vita i borghi? Sono ancora strade del viaggio o sono diventate strade della memoria?
“Avrai notato che nel libro mi sono lasciato andare a una dichiarazione d’amore nei confronti dell’Autostrada del Mediterraneo, quella, per intenderci, che è nota oggi come A2 ma che di fatto è pur sempre la Salerno-Reggio Calabria, l’unica autostrada che lega e ancora tiene insieme le parti più mosse e sconnesse della geografia del Sud. E ho scritto: ‘Del resto, più che un nonluogo nel senso definito da Marc Augé, l’Autostrada A2, la mitologica Salerno-Reggio Calabria che oggi si chiama Autostrada del Mediterraneo, è una strada che si presenta sin da principio come oggetto di una ‘natura indeterminata’, a partire dalla sua nomenclatura, dalla sua postura sempre sospesa e indecisa tra tecnica e natura’ (p. 269). Conosco bene la Salerno-Reggio Calabria. L’ho percorsa moltissime volte. Attraversando il Sud, per andare a Nord, o da qui ancora più a Sud. Il rapporto che questo tracciato autostradale istituisce con il paesaggio che attraversa è davvero un unicum; si configura proprio strada facendo, è quasi un’anabasi dai margini verso un centro che però sfugge continuamente, una forma di sintesi instabile e pure a suo modo perfetta, un costrutto umano di una bellezza che appare ibrida e sempre incompiuta, il cui disegno si insinua e serpeggia, e appare e scompare tra natura e cultura. È un’opera umana che ha dato vita a una ‘bellezza di secondo grado’, che è esattamente espressione di tutte le contraddizioni della modernità, ma che conserva nella sua intera dislocazione una forza ancestrale, un suo fascino particolare. Nel coacervo di squarci di mare intrecciati a valli e montagne, il paesaggio cambia continuamente e dà una strana sensazione di vertigine, di vuoto e di pieno, di lontananza e di vicinanza in vista dei paesi abbarbicati tra colline e monti, all’interno o a picco sul mare. Poi ci sono i suoi sbocchi improvvisi verso l’interno. Quell’intrico di venuzze stradali formate dalle vecchie strade statali e dalle provinciali malconce, che come dici tu, si inoltrano verso i margini delle nostre terre, toccando l’interno, le montagne, le valli. Mi colpisce sempre l’apparizione dopo una curva di certe fitte tabelle formate dai cartelli stradali sbiaditi, con le destinazioni e le distanze dei paesi e dei villaggi che si allineano dal tronco principale della A2 e tra le curve e i tornanti si dirigono a resuscitare i nomi di luoghi per lo più spopolati se non già quasi estinti. Sono queste le uniche strade che tengono ancora in vita i paesi, e allo stesso tempo sono queste strade secondarie che ormai inesorabilmente un giorno dopo l’altro ne risucchiano del tutto le ultime gocce di vita, quasi a prosciugarne gli ultimi umori vitali per portarli altrove, mischiando tutto nel flusso ininterrotto e vorticoso del grande delta di asfalto della A2. Posso dirti questo: che passare guardando da lontano luoghi, paesi, villaggi e spiagge mi dà sempre una specie di stretta al cuore; ho la sensazione che si tratti sempre di luoghi che in qualche modo mi resteranno familiari, ancora fissi e ben saldi nella memoria, ma nello stesso tempo è come se vedessi scorrere come in un film, come paesaggi di un mondo sempre più dismesso, reso via via lontano, quasi remoto. La vita è come se scorresse ormai tutta ai lati, solo da questa parte, nella corsia più trafficata e rumorosa della strada. ‘Quante volte, penso, dovremmo trattenerci con chi e là dove solamente ci limitiamo a passare oltre? – ho scritto in uno dei capitoli del libro – Questa è una delle mie malinconie ogni volta che viaggio, un languore di rimpianto che sento a ogni bivio, a ogni incontro mancato, a ogni svolta della strada che mi conduce altrove.’ (p. 279). Eppure, è forse la provvisorietà di queste fermate, il proseguire, l’oltrepassare che rende pieno di fascino questo viaggio verso il Sud e la Calabria. Il tragitto dentro le sue corsie obbligate aumenta le incertezze e i timori, ma carica di percezioni il nostro viaggio, rende pensierosa e provvidenziale la nostra confusa e precaria presenza al mondo. Per questa ragione nel Sud si afferma, lo scriveva già un eresiarca come Tommaso Campanella una ‘vita commune’ fra cose e viventi che ‘sentono’ e cose inanimate che sanno di questo sentire. La vita si mischia sempre per strada, e anche ai bordi della Salerno-Reggio Calabria l’esistente non molla mai la presa: ‘il mondo ti sta sempre addosso, nel Sud’”.
Cosa le manca ancora da dire sul tema della strada che non è riuscito a mettere dentro in queste 308 pagine?
“Sono cresciuto sopra una stazione ferroviaria e davanti all’orizzonte spalancato del Tirreno, il mare che amo di più, mio padre è stato marinaio da giovane e poi ferroviere per una vita. Da ragazzino mi allontanavo da dove abitavo e facevo chilometri e chilometri in bici per strade solitarie, volevo vedere sempre posti nuovi e inesplorati, poi son salito su un’auto e per studiare, vivere, lavorare non sono più sceso da un mezzo di trasporto, auto, nave, aereo o treno che fosse. Il germe dei viaggi e dell’irrequietezza per l’altrove non si doma mai. Mi piace perciò sempre molto scrivere di strade, di incontri, di vite in movimento; e forse proverò a scriverne ancora, ma in un altro modo. Forse lo farò con un romanzo. Vedremo”.














