Denunciare la mafia può significare perdere il lavoro, rinunciare alla propria casa e ritrovarsi, dopo anni trascorsi sotto protezione, senza una prospettiva economica stabile. È il paradosso denunciato da Annamaria Frustaci, segretaria generale di Unicost e pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, intervenuta al “Tam – Talk About Mafia”. La magistrata chiede un cambiamento radicale nel modo in cui lo Stato assiste i testimoni di giustizia, cittadini che hanno scelto di denunciare le organizzazioni criminali e che, proprio per questa decisione, possono essere costretti a ricostruire completamente la propria esistenza. «Serve una rivoluzione culturale sui testimoni di giustizia. Non si tratta di concedere una protezione, ma di riconoscere il diritto a una nuova vita».
È da questo principio che parte la proposta di Frustaci: superare un sistema fondato prevalentemente sull’assistenza e garantire a chi denuncia lavoro, contributi previdenziali, casa e un futuro per i propri figli.
Testimoni di giustizia, la denuncia di Frustaci: «Chi combatte la mafia rischia la povertà»
Il punto più critico riguarda le condizioni economiche e sociali di chi entra nei programmi di protezione.
Secondo la magistrata della Dda di Catanzaro, alcuni testimoni finiscono per perdere la propria occupazione e, dopo anni trascorsi lontano dal territorio d’origine, devono fare affidamento su un sostegno economico che non offre sufficienti garanzie per il futuro. «Oggi chi denuncia le mafie rischia di ritrovarsi in condizioni di povertà. Ci sono testimoni che perdono il lavoro e, dopo anni sotto protezione, percepiscono un assegno assistenziale, senza certezze per sé e per i familiari, senza possibilità di accedere a una pensione o a un mutuo».
Una situazione che, sostiene Frustaci, rischia di trasformare la scelta di denunciare in un percorso segnato dall’incertezza. Il problema non riguarda soltanto il testimone, ma anche il suo nucleo familiare, spesso coinvolto nelle conseguenze del trasferimento e della perdita delle precedenti condizioni di vita.
«Se tornassi indietro non denuncerei»: il rischio di perdere la fiducia nello Stato
È soprattutto una frase, riportata dalla magistrata, a descrivere la gravità della situazione. «Non vogliamo più sentire vittime che ci dicono: se tornassi indietro, non denuncerei». Parole che, secondo Frustaci, dovrebbero interrogare le istituzioni sulla capacità di accompagnare realmente chi decide di collaborare con la giustizia come testimone. La denuncia delle organizzazioni mafiose comporta infatti rischi personali e familiari che non si esauriscono con l’ingresso in un programma di protezione. Per questo, secondo la segretaria generale di Unicost, non basta garantire la sicurezza fisica: occorre assicurare anche le condizioni necessarie per recuperare autonomia economica, stabilità e dignità personale.
Dallo stipendio ai contributi per la pensione: le proposte di Unicost per chi denuncia le mafie
Durante il Tam – Talk About Mafia, Frustaci ha presentato un pacchetto di dieci interventi per modificare il sistema di tutela dei testimoni di giustizia. Tra le misure illustrate figura la trasformazione dell’attuale assegno di mantenimento in un vero contratto di lavoro retribuito e contributivo con lo Stato. L’obiettivo è consentire ai beneficiari di maturare diritti previdenziali e di non ritrovarsi, al termine del programma di protezione, privi di una posizione lavorativa e pensionistica. La magistrata propone inoltre il riconoscimento dei contributi figurativi per l’intero periodo di protezione e strumenti per favorire il reinserimento professionale.
Particolare attenzione viene riservata anche al diritto alla casa e alla possibilità per i figli minorenni di proseguire il proprio percorso di studi. Si tratta, nella visione illustrata da Frustaci, di passare da un modello assistenziale a un sistema capace di restituire indipendenza alle persone che hanno denunciato.
Un Garante nazionale e beni confiscati per ricominciare: le altre richieste
Tra gli interventi proposti dalla rappresentante di Unicost compare anche l’istituzione di un Garante nazionale per i testimoni di giustizia.
Una figura che dovrebbe contribuire a rafforzare l’attenzione istituzionale sulle esigenze delle persone inserite nei programmi di protezione.
Frustaci chiede inoltre un sostegno psicologico continuativo, a carico del Servizio centrale di protezione, per affrontare le conseguenze personali e familiari del percorso intrapreso.
Un’altra proposta riguarda l’assegnazione prioritaria di beni confiscati alle mafie ai testimoni di giustizia, per permettere loro di ricostruire le attività economiche interrotte dopo la denuncia.
Il principio è utilizzare anche i patrimoni sottratti alla criminalità organizzata per offrire nuove opportunità a chi ha scelto di opporsi alle intimidazioni mafiose.
Riforma Cartabia, Frustaci critica i termini per la costituzione di parte civile nei processi
L’intervento della magistrata ha affrontato anche un nodo strettamente processuale.
Frustaci ha richiamato le conseguenze della riforma Cartabia e della modifica dell’articolo 79 del codice di procedura penale, che ha anticipato i termini entro i quali è possibile costituirsi parte civile nel processo.
Secondo la pm, questa disciplina, insieme alla complessità delle procedure amministrative necessarie, può rendere più difficile la partecipazione dello Stato come parte civile nei procedimenti per mafia e corruzione.
Il rischio denunciato è che le istituzioni non riescano a presentare tempestivamente la richiesta di risarcimento del danno, pur in presenza di reati che incidono anche sugli interessi pubblici. «Se il testimone denuncia per difendere lo Stato, ma lo Stato, a causa dei termini brevissimi e del complesso iter procedurale che ne rende difficile e talvolta impossibile la costituzione, non si presenta a chiedere il risarcimento del danno, il messaggio che passa è devastante». Una critica che riguarda, quindi, non soltanto gli aspetti tecnici della procedura penale, ma anche il significato che l’assenza dello Stato potrebbe assumere agli occhi di chi ha scelto di denunciare.
«La mafia ha bisogno di silenzio»: il monito della magistrata della Dda di Catanzaro
Per Frustaci, il mancato intervento dello Stato nei procedimenti giudiziari può determinare un duplice problema: da una parte il rischio di isolamento processuale del testimone di giustizia, dall’altra il possibile mancato risarcimento del danno erariale. Ma le conseguenze, secondo la magistrata, potrebbero essere ancora più ampie.
«La mafia non ha bisogno di testimoni. Ha bisogno di silenzio». È su questo punto che la segretaria generale di Unicost concentra la conclusione del suo intervento. «Ogni volta che un testimone viene lasciato solo, lo Stato dice a cento altri imprenditori che subiscono il pizzo: non denunciare, non conviene».
Il timore espresso è che le difficoltà incontrate da chi denuncia possano scoraggiare altre vittime delle estorsioni e delle intimidazioni mafiose.
Da qui l’appello a costruire un sistema nel quale la scelta di rivolgersi alla giustizia non comporti la perdita delle prospettive di vita. «La mafia si combatte con le sentenze, ma si sconfigge solo quando denunciare diventa normale, possibile, conveniente e giusto». È il messaggio conclusivo di Annamaria Frustaci: la tutela dei testimoni di giustizia non può fermarsi alla protezione personale, ma deve garantire una concreta possibilità di ricominciare.














