10 Settembre 2026
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Omicidio Chindamo, dalla fresa al mistero delle auto: cosa cerca la Dda e le tracce che possono svelare chi ha ucciso Maria

Dal 14 settembre nuovi accertamenti su mezzi, scarpe e mozziconi: da chiarire il legame delle tracce con il delitto e le responsabilità dei singoli. L’accusa ipotizza un intreccio fra il rancore dell’ex suocero e gli interessi della cosca Mancuso sui terreni dell’imprenditrice

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Una parte delle risposte sull’omicidio di Maria Chindamo viene cercata nel terriccio aderente ai bulloni di una fresa, sulle superfici di alcune automobili, su due mozziconi raccolti il giorno della scomparsa. Oggetti entrati nell’inchiesta in momenti diversi, che adesso saranno sottoposti a nuovi esami. A oltre dieci anni da quel drammatico 6 maggio 2016, gli investigatori cercano elementi per ricostruire ciò che accadde davanti all’azienda agricola di Limbadi e nelle ore successive. Dopo la notizia degli otto indagati, riportata ieri da Calabria7, è questo il passaggio da seguire per comprendere lo sviluppo dell’inchiesta. L’avviso firmato il 26 agosto dalla pm antimafia Annamaria Frustaci dispone accertamenti tecnici non ripetibili per la ricerca di tracce biologiche e dattiloscopiche. Il loro valore dipenderà da ciò che sarà possibile identificare e collegare alla dinamica del delitto.

La fresa e le tracce da attribuire

Tra i reperti figurano una fresa agricola e una zappatrice. Per la fresa, l’avviso richiama risultati positivi ai test Luminol, Combur 3 Test e Bluestar IdentHEM: riguardano il terriccio attaccato ai bulloni della lama e la superficie di un dado di ancoraggio. Sono stati repertati anche campioni di terra e due larve di insetti. Il punto è capire a chi appartengano le tracce e quale rapporto abbiano con l’omicidio. La positività di un test e l’identificazione della persona da cui proviene il materiale sono passaggi distinti. L’attenzione per l’attrezzo agricolo assume un significato particolare alla luce delle dichiarazioni sulla sorte del corpo. Anche su questo terreno, però, resta da dimostrare se e come la fresa sequestrata sia stata impiegata nel delitto.

Il racconto dei collaboratori e i riscontri da cercare

Il riferimento alla fresa emerge nel racconto arrivato agli investigatori attraverso Antonio Cossidente, già esponente dei Basilischi e collaboratore di giustizia. Nel verbale del 7 febbraio 2020, Cossidente riferì una confidenza ricevuta nel carcere di Paliano da Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone Mancuso e a sua volta collaboratore. Ascoltato successivamente dalla Dda, Emanuele Mancuso confermò e ampliò quella ricostruzione: secondo il suo racconto, il corpo dell’imprenditrice sarebbe stato distrutto utilizzando una fresa e i resti sarebbero stati dati ai maiali. È una versione sulla quale è necessario cercare riscontri materiali. Gli esami sui reperti potranno fornire elementi per valutarla; il loro esito resta da conoscere.

L’utilitaria scura e il mistero dei mezzi

Un altro punto riguarda le automobili. Nel processo in corso, una testimone ha riferito di avere visto, la mattina della scomparsa, un’utilitaria scura fare inversione vicino alla vettura di Maria. Poco dopo avrebbe notato un fuoristrada vecchio e sporco, con un telone che sventolava, immettersi all’improvviso sulla strada. Nell’elenco dei reperti compare una Fiat Cinquecento nera nella disponibilità di Giovanni Capone, sequestrata il 17 dicembre 2025. È un dato che porta l’attenzione su un eventuale rapporto con l’utilitaria descritta dalla testimone. Quel collegamento, tuttavia, deve essere dimostrato: la descrizione di un veicolo scuro non basta a identificarlo con quello sequestrato.

Sarà esaminato anche il Mitsubishi Pajero intestato a Vincenzo Arceri, sul quale erano state individuate tracce di presumibile sostanza ematica, anche sugli schienali dei sedili anteriori. Gli accertamenti riguarderanno inoltre la Dacia Duster di Maria Chindamo, l’auto trovata davanti all’azienda con tracce di sangue, il motore e l’autoradio accesi. Per ricostruire un eventuale ruolo dei mezzi occorrerà leggere insieme risultati scientifici, testimonianze e altri elementi investigativi.

Sui mozziconi il Dna ha già un nome

Per i due mozziconi di sigaretta raccolti sulla scena il 6 maggio 2016, l’avviso contiene un dato preciso: il Ris di Messina ha già attribuito il Dna a Sasho Emilov Dimitrov. L’accertamento ora previsto riguarda l’eventuale presenza di tracce ematiche sugli stessi reperti. La distinzione è sostanziale: l’attribuzione genetica è un risultato già acquisito; la ricerca di sangue è l’ulteriore verifica disposta. Dimitrov lavorava alle dipendenze di Maria e abitava in una casa rurale all’interno del fondo. Fu lui, quella mattina, a telefonare al fratello dell’imprenditrice, Vincenzo, dando l’allarme. Circostanze da considerare nella valutazione delle tracce, il cui significato rispetto all’omicidio resta da accertare.

Saranno sottoposte a nuovi esami anche le scarpe Legea sequestrate nell’abitazione nella disponibilità di Dimitrov, sulle quali erano state rilevate vistose tracce di sangue. Nell’elenco figura poi una cintura da donna in cuoio nero, spezzata in due parti, trovata il primo giugno 2016 nell’azienda di Vincenzo Arceri. Anche per questi oggetti, il passaggio essenziale sarà stabilire cosa possano aggiungere alla ricostruzione dei fatti.

Il rancore familiare e gli interessi sui terreni

L’impostazione accusatoria colloca l’omicidio all’incrocio fra una vicenda familiare e un interesse economico mafioso. Da una parte, il rancore dell’ex suocero, che avrebbe attribuito a Maria la responsabilità del suicidio del figlio Ferdinando, avvenuto dopo la fine del matrimonio. Dall’altra, l’interesse della cosca Mancuso ad acquisire i terreni dell’imprenditrice, attraverso Salvatore Ascone.

Secondo questa ricostruzione, Maria si sarebbe opposta alla cessione delle proprietà. La Dda ipotizza che le due spinte abbiano concorso allo stesso delitto. Quattro degli otto indagati sono parenti dell’ex marito, ma per definire le responsabilità occorrerà accertare le eventuali condotte di ciascuno. La parentela, da sola, non le dimostra. È in questo presunto intreccio fra rancore e appropriazione dei terreni che prende forma la lettura del caso come femminicidio di mafia. Un’ipotesi il cui accertamento passa dalla ricostruzione dei singoli ruoli e dei rapporti fra le persone coinvolte.

Otto indagati e un processo che procede in parallelo

I destinatari dell’avviso sono Giovanni Capone, Vincenzo Arceri, Francesco Arceri, Tommaso Biondo, Antonino Biondo, Sasho Emilov Dimitrov, Davide Errigo e Laurenthiu Georghe Nicolae. La Dda contesta il concorso nell’omicidio e nella distruzione del cadavere, ipotizzando la premeditazione e l’aggravante della finalità mafiosa, per avere agevolato la cosca Mancuso. Nel quadro accusatorio vengono indicati il concorso con Ascone, con l’ex suocero della vittima, nel frattempo deceduto, e con altri soggetti ancora ignoti. Le responsabilità degli indagati restano da accertare.

Il procedimento risulta iscritto nel 2025. Gli avvisi di luglio e agosto 2026 segnano dunque un passaggio di un’attività investigativa già avviata. Accanto a questa indagine prosegue il dibattimento davanti alla Corte d’assise di Catanzaro, iniziato nel marzo 2024, nel quale Salvatore Ascone è l’unico imputato per l’omicidio e la distruzione del cadavere. Secondo l’accusa, Ascone avrebbe manomesso il sistema di videosorveglianza della propria proprietà, situata di fronte all’azienda di Maria, per favorire l’azione omicidiaria. Il processo esamina quella contestazione; il nuovo procedimento amplia il numero delle persone delle quali gli investigatori intendono verificare un possibile coinvolgimento.

Gli esami di settembre e l’attesa della famiglia

Le operazioni sono fissate per il 14 e il 21 settembre 2026 e prenderanno avvio al Ris di Messina. Da questi accertamenti si attendono elementi per verificare i racconti, chiarire il significato delle tracce e ricostruire le responsabilità. Per Vincenzo Chindamo, che in questi anni ha tenuto viva la richiesta di verità sulla morte della sorella, e per tutta la famiglia, l’attesa riguarda ogni passaggio di quella mattina e ciò che accadde dopo. Il corpo di Maria non è mai stato ritrovato. Anche per questo, dieci anni dopo, ogni reperto conserva il peso di una risposta ancora da cercare.

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