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6 Giugno 2026
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Omicidio De Sensi, dopo 37 anni la Corte d’Appello di Catanzaro dichiara la prescrizione: annullata la condanna

Decisivo l’accoglimento delle tesi difensive dell’avvocato Antonio Larussa. Si chiude così una vicenda giudiziaria iniziata nel 1989

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Si chiude a distanza di 37 anni l’intricata vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Cesare De Sensi, avvenuto il 29 settembre 1989 a Nicastro, nei pressi del mercato coperto. La Corte di Assise di Appello di Catanzaro, con sentenza del 4 giugno 2026, ha riformato la decisione di primo grado e dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato.

Il delitto nel 1989 a Nicastro

Secondo quanto ricostruito in atti, la vittima venne uccisa in mattinata all’interno del “Mercato coperto”, nei pressi di una pescheria, da colpi di pistola esplosi da un giovane a volto scoperto. L’autore materiale, dopo l’omicidio, si sarebbe allontanato a bordo di una Vespa bianca, guidata da un complice. Prima della fuga, sarebbero stati esplosi ulteriori colpi di arma da fuoco a scopo intimidatorio.

Sul luogo del delitto la polizia scientifica rinvenne sette bossoli calibro 7,65 e un’ogiva. Nel corso di accertamenti successivi, presso l’abitazione della vittima, venne inoltre rinvenuta una pistola dello stesso calibro con matricola abrasa.

Le indagini e i collaboratori di giustizia

La vicenda è stata oggetto di diversi approfondimenti giudiziari nel tempo, anche nell’ambito dell’operazione denominata “Primi Passi”, che ha riguardato soggetti ritenuti appartenenti alla cosca “Cerra-Torcasio-Giampà”.

In un successivo procedimento, il collaboratore di giustizia Giampà Pasquale, detto “Millelire”, aveva riferito circostanze ritenute rilevanti dagli inquirenti, indicando un presunto coinvolgimento nel mandato omicidiario. Anche tale giudizio si era però concluso con assoluzione.

Nel corso delle indagini sono state valorizzate anche le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, tra cui Mazza Tommaso, Cappello Rosario, D’Elia Pasqualino, Angotti Giuseppe, Pulice Gennaro e Giampà Giuseppe, che hanno contribuito alla ricostruzione accusatoria.

Il processo del 2023 e la condanna a 30 anni

Dopo decenni di indagini, nel 2023 si era arrivati a una sentenza di primo grado emessa nelle forme del giudizio abbreviato dal GIP distrettuale di Catanzaro. L’imputato, identificato con le iniziali F.L., all’epoca dei fatti diciottenne e residente a Lamezia Terme, era stato riconosciuto colpevole e condannato a 30 anni di reclusione, con esclusione iniziale di alcune aggravanti introdotte successivamente.

La decisione della Corte d’Appello

La Corte di Assise di Appello di Catanzaro ha ora ribaltato l’impostazione del primo grado, accogliendo le argomentazioni difensive e rivalutando il quadro probatorio, in particolare l’interpretazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.

Decisiva la scelta dei giudici di escludere le aggravanti della premeditazione e dei motivi abietti e futili, con effetti determinanti sul calcolo dei termini di prescrizione.

Proprio la diversa qualificazione giuridica ha portato alla conclusione che il reato fosse prescritto prima della sentenza di primo grado, determinando così il proscioglimento dell’imputato.

Il ruolo della difesa

Determinante nel procedimento d’appello è stato il lavoro difensivo dell’avvocato Antonio Larussa, che ha eccepito l’erronea valutazione e interpretazione delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia e la conseguente insussistenza delle aggravanti contestate. Accogliendo tali argomentazioni, la Corte ha riformato integralmente la sentenza di primo grado.

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