Per cinque anni avrebbe subito minacce e intimidazioni perché si rifiutava di pagare il pizzo. Fino al gesto simbolo del controllo mafioso sul territorio: il suo autolavaggio chiuso con catena e lucchetto, per impedirgli di lavorare. È quanto hanno ricostruito i carabinieri, che hanno arrestato due persone ritenute vicine al clan Amato-Pagano, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. E’ quanto riportato dal sito Fanpage.it.
Cinque anni di minacce per costringerlo a pagare il pizzo
La vittima è il titolare di un autolavaggio di Marano di Napoli, che, secondo quanto emerso dalle indagini, sarebbe stato sottoposto a continue pressioni dal 2021.
I due indagati gli avrebbero intimato di versare denaro al clan, sostenendo che senza il loro consenso non avrebbe potuto continuare a lavorare in un territorio considerato sotto il controllo degli Amato-Pagano, noti anche come gli Scissionisti di Secondigliano e Scampia.
L’autolavaggio chiuso con una catena
Tra gli episodi contestati dagli investigatori ce n’è uno particolarmente emblematico.
Per ribadire il proprio potere sul territorio, gli estorsori avrebbero chiuso l’ingresso dell’attività con una catena e un lucchetto, impedendo di fatto all’imprenditore di aprire l’autolavaggio e proseguire il lavoro.
La denuncia e l’inchiesta della Dda
L’indagine è partita il 28 luglio 2026, quando l’imprenditore ha deciso di denunciare quanto stava accadendo.
I carabinieri, anche grazie all’analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza, hanno ricostruito la presunta attività estorsiva, raccogliendo gli elementi che hanno portato il Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, a emettere un’ordinanza di custodia cautelare.
I due arrestati sono gravemente indiziati del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Uno degli arrestati era già finito in manette
Per uno dei due indagati non si tratterebbe del primo episodio.
L’uomo era stato infatti già arrestato per una vicenda analoga legata a due tentativi di estorsione nei confronti del dipendente di un’azienda impegnata nella manutenzione della rete fognaria di Marano di Napoli.
In quell’occasione, secondo l’accusa, la vittima era stata minacciata di morte affinché la società per cui lavorava “regolarizzasse” la propria posizione nei confronti del clan Amato-Pagano, versando il denaro richiesto.













