Per anni Denise Cosco ha dovuto nascondere il proprio volto, cambiare identità, cancellare pezzi della propria vita per poter continuare a vivere. Oggi quel volto può essere mostrato. Ed è forse questa l’immagine più dolorosa della sua storia. “Adesso posso mostrare i tuoi occhi”, ha scritto la zia Marisa pubblicando sui social una fotografia della nipote. “Nessuno potrà più decidere per te, non dovrai più nasconderti, posso postare le tue foto senza paura. Posso mostrare il tuo volto e i tuoi occhi bellissimi. Non dovrai più cambiare nome, ti chiamerai per sempre Denise”. Parole che raccontano, più di molte analisi, il prezzo pagato da una giovane donna che aveva scelto di stare dalla parte dello Stato dopo l’assassinio della madre, Lea Garofalo, uccisa nel 2009 dopo essersi ribellata alla ’ndrangheta.
Denise aveva 35 anni. La sua morte ha aperto un nuovo fronte di domande. La Procura di Velletri ha avviato gli accertamenti per chiarire ogni circostanza della vicenda. E mentre la magistratura fa il proprio lavoro, sul piano pubblico emerge con forza un interrogativo più ampio: cosa accade davvero alle persone che scelgono di spezzare i legami con una famiglia mafiosa e affidarsi allo Stato?
Una vita sotto protezione
Denise era entrata giovanissima, insieme alla madre, nel programma di protezione. Aveva appena undici anni quando la sua esistenza aveva cominciato a essere scandita dalla necessità di nascondersi. Poi l’omicidio di Lea Garofalo, strangolata e uccisa nel 2009. Denise sarebbe diventata una testimone decisiva nel processo, arrivando a costituirsi parte civile anche contro il padre. “Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita”, aveva detto.
Quella libertà, però, ha avuto un prezzo enorme. Significava vivere lontano dai luoghi conosciuti, con un’identità da proteggere, senza poter mostrare liberamente il proprio volto, spesso costretta a ricostruire da zero rapporti, lavoro e quotidianità. È proprio su questo punto che, dopo la morte di Denise, il dibattito si sta spostando: proteggere una persona non significa soltanto sottrarla al pericolo fisico. Significa permetterle di avere nuovamente una vita.
Cutrò: “Dobbiamo aspettare che ci ammazziamo tutti?”
Le parole più dure arrivano da Ignazio Cutrò, imprenditore siciliano e presidente dell’Associazione nazionale Testimoni di Giustizia. Il suo è un appello diretto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e alle istituzioni. “Il presidente Giorgia Meloni, insieme ai ministri e a Chiara Colosimo, dovrebbe sistemare tutte le situazioni dei testimoni di giustizia”, ha dichiarato all’Adnkronos.
Cutrò ricorda una promessa pronunciata dalla presidente del Consiglio in occasione di una manifestazione legata alla memoria di Giovanni Falcone. “Giorgia Meloni ha detto: ‘Nessun testimone verrà lasciato solo’. A lei faccio un appello: presidente, è successo di nuovo, un altro di noi si è suicidato. Dobbiamo aspettare che tutti ci ammazziamo? Dimostrateci che siamo figli di questo Stato”. Una denuncia durissima che non riguarda soltanto Denise. Cutrò racconta di altri testimoni arrivati, negli anni, a momenti di profonda disperazione. “Ci sono stati testimoni che si sono arrampicati su gru alte 40 metri e siamo andati a pregarli di scendere”, afferma. Poi pone il problema economico e sociale che molti testimoni si trovano ad affrontare dopo avere perso attività, lavoro, casa e prospettive. “Si dovrebbe fare un investimento giusto sui testimoni di giustizia che chiedono solo quello che hanno perso”.
“Io stesso ho pensato a un gesto estremo”
Cutrò racconta anche la propria esperienza personale. “Mi ritrovo a fare una causa proprio contro quella parte di Stato che ho difeso nelle aule giudiziarie, denunciando i mafiosi. Per avere giustizia di quello che non mi hanno dato, ad esempio il mancato guadagno, mi ritrovo una causa aperta e loro stanno lì a guardare”. E poi una confessione che restituisce la misura della sofferenza di chi vive per anni dentro un sistema di protezione. “Non nego che ci avevo pensato pure, non ho vergogna a dirlo perché la disperazione è grande. Ma poi pensi che lasci i tuoi figli da soli e indifesi e quindi sono ancora qua a lottare anche per i miei nipoti”. La richiesta è semplice: meno cerimonie, più risposte concrete. “Non solo chiacchiere, passiamo ai fatti. Chiamateci, risolviamo i problemi, aiutiamo i testimoni di giustizia. Siamo la parte sana di questo Paese”.
Colosimo: “La morte di Denise è una sconfitta”
Sulla vicenda è intervenuta anche Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare Antimafia. “Credo che sia opportuno mettere da una parte ciò che in questi giorni ha attraversato tutti coloro che hanno seguito questa vicenda dalle prime ore e dare una risposta a quella che non può non essere considerata una sconfitta ma che non può nemmeno essere una battuta d’arresto”. Colosimo prova a spostare il significato della storia di Denise e Lea dal dolore alla rottura simbolica con il mondo mafioso. “Se da domani Garofalo e Cosco non saranno più i nomi di mafiosi è perché due donne sono state capaci di portarli in altri luoghi, in luoghi liberi”. Per la presidente della Commissione Antimafia quelle storie non possono fermare la lotta contro la ’ndrangheta. “Queste storie non possono fermare una lotta che deve sostenere le donne che si ribellano alla ’ndrangheta”.
Il volto finalmente mostrato
Nelle stesse ore, la fotografia pubblicata dalla zia Marisa è diventata il simbolo più potente della vicenda. Denise appare con gli occhi azzurri e una maglietta dedicata a Lea Garofalo. Per anni quell’immagine non avrebbe potuto circolare liberamente. “Ora posso postare le tue foto senza paura”, scrive la zia. “Posso mostrare il tuo volto e i tuoi occhi bellissimi”. È una frase che contiene un paradosso crudele: Denise può essere mostrata davvero soltanto adesso che non ha più bisogno di essere protetta. Prima era soprattutto una voce, un nome pronunciato nelle aule giudiziarie, la figlia di Lea, la giovane donna che aveva sfidato il proprio padre scegliendo lo Stato. Oggi è anche un volto.
Savino: “Chiediamole perdono”
A interrogarsi sulle responsabilità della società è anche monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana e vescovo di Cassano allo Ionio. “Il primo pensiero che mi viene è di chiedere perdono a Denise, se siamo venuti meno ad atteggiamenti propositivi o di accompagnamento alla sua persona sia come società civile che come Chiesa”. Savino parla di una vicenda che ha “graffiato violentemente il mio cuore pensante e la mia coscienza”. E pone una domanda destinata a pesare anche oltre questa tragedia. “Mi chiedo cosa potevamo fare e non abbiamo fatto, cos’è mancato in termini di prevenzione da parte della società civile, da parte della Chiesa”. Poi l’appello: “Per cortesia, per favore, cerchiamo di essere più vigilanti, mettiamoci più insieme. Prevalga anche qui la legalità, la giustizia del noi per evitare tanti altri casi di Lea e Denise”.
“Proteggere non significa soltanto sottrarre al pericolo”
Lo stesso interrogativo viene posto dall’Associazione nazionale donne elettrici, che ricorda Denise come una ragazza costretta troppo presto ad affrontare prove enormi. “Denise aveva affrontato troppo presto ciò che nessuna ragazza dovrebbe essere chiamata a vivere”. L’associazione sottolinea come la giovane donna abbia prima perso la madre e poi trovato la forza di testimoniare, scegliendo “la verità e la giustizia”. Ma il punto è un altro. “La protezione dello Stato è indispensabile, ma proteggere non può significare soltanto sottrarre una persona al pericolo. Deve significare accompagnarla verso una vita piena”. Chi rompe con una famiglia mafiosa, ricorda l’associazione, può perdere tutto: “relazioni, appartenenza, luoghi, riferimenti, persino il proprio nome”. Ed è qui che il caso di Denise diventa qualcosa di più di una tragedia personale.
La libertà non può finire con una sentenza
Per decenni lo Stato ha chiesto ai collaboratori e ai testimoni di giustizia di fare una scelta radicale: rompere il muro del silenzio, denunciare, testimoniare, affrontare processi, riconoscere mafiosi e familiari. È una scelta che può permettere alla giustizia di entrare nei sistemi criminali più chiusi. Ma quella scelta non termina in tribunale. La domanda che oggi attraversa istituzioni, associazioni e mondo civile è se lo Stato sia capace di accompagnare fino in fondo chi ha avuto il coraggio di affidarsi ad esso. Perché una nuova identità può salvare una persona da una vendetta. Un programma di protezione può garantirle sicurezza. Ma poi restano il lavoro, gli affetti, i rapporti umani, il senso di appartenenza, la possibilità di immaginare il futuro. Ed è forse questa la domanda più scomoda lasciata dalla storia di Denise Cosco.
Quanto deve durare il debito dello Stato verso una persona che, scegliendo la giustizia, ha perso la propria vita di prima? La risposta non potrà essere affidata soltanto alle commemorazioni. Perché, come ha ricordato l’Associazione nazionale donne elettrici, “la legalità non termina con una testimonianza o con una sentenza. La legalità deve diventare possibilità di futuro”.












