Cinque milioni di euro spesi ogni anno per le intercettazioni, centocinquanta milioni recuperati con una sola indagine. Nicola Gratteri parte dai conti della Procura di Napoli e arriva a una domanda che attraversa il suo intervento: chi può essere indagato e chi, invece, viene messo al riparo dai controlli? Alla Festa del Fatto Quotidiano, alla Versiliana, accolto da una standing ovation in un bagno di folla, il procuratore incalzato da Marco Lillo e Valeria Pacelli mette sotto accusa le scelte sulla giustizia. Contesta al governo di avere indebolito gli strumenti investigativi e all’opposizione di non avere contrastato quelle decisioni con sufficiente determinazione: “Tutte queste riforme che sono state fatte in questi anni hanno un filo conduttore che è quello di non toccare i centri di potere“. Gratteri lo sostiene passando dalle intercettazioni all’abolizione dell’abuso d’ufficio, fino agli interventi sulla Corte dei conti. E lega la critica a una riflessione sul potere economico delle mafie, sulla fragilità della politica e sulle condizioni necessarie per renderla autonoma da chi dispone di denaro e consenso.
“Il potere non vuole essere controllato”
Al centro dell’intervento c’è la possibilità di acquisire prove e utilizzarle. Gratteri difende le intercettazioni anche sul terreno delle garanzie: “Le intercettazioni non sono un costo e sono il mezzo più economico e garantista per l’acquisizione della prova. Con le intercettazioni lo Stato ci guadagna”. Nella spiegazione del procuratore, il loro valore sta nella possibilità di ascoltare direttamente le persone coinvolte, senza affidarsi soltanto alla ricostruzione di altri. “Perché un collaboratore di giustizia vi può dire 10 cose, possono essere 8 cose vere e 2 false. Le intercettazioni no, le intercettazioni sono la voce degli attori protagonisti. Basta solo mettersi la cuffia, ascoltare anche il tono”. È da questa premessa che arriva l’affondo: “E allora perché invece privarsi di un mezzo così importante e prezioso come l’intercettazione? Perché il potere non vuole essere controllato“. La contestazione riguarda dunque il significato delle scelte legislative, oltre alle loro conseguenze sul lavoro quotidiano delle procure.
La mazzetta e la bottiglia di vino: l’accusa sui colletti bianchi
Per spiegare il problema dell’utilizzabilità delle intercettazioni in altri procedimenti, Gratteri propone un esempio. Un negoziante è sotto indagine per traffico di stupefacenti e nel suo locale è stata collocata una microspia. Entra un pubblico amministratore che, parlando con lui, rivela una corruzione. Più tardi arriva un tossicodipendente e racconta di avere rubato una bottiglia di vino. Nel caso ipotetico illustrato dal procuratore, le regole producono un risultato che considera paradossale: “Per quello che confessa una mazzetta da 100.000 euro io non la posso utilizzare. Ma ditemi voi se ha una ratio, se ha una logica“. Per il furto della bottiglia, invece, spiega di essere tenuto a procedere. È il confronto attraverso il quale denuncia quella che, nella sua lettura, diventa una diversa possibilità di perseguire i reati.
Gratteri respinge l’obiezione delle intercettazioni a strascico e indica il bersaglio della sua critica: la tutela dei colletti bianchi, dei centri di potere e della zona grigia. “Facciamo i processi solo nei confronti dei soliti noti. Questa è la sostanza di queste scelte di campo”. Poi insiste: “Queste sono scelte di campo, sono scelte politiche“, che incidono su “chi deve essere colpito e chi no, chi deve essere indagato e chi no”.
L’abuso d’ufficio: “Un favore ai raccomandati”
Un altro capitolo riguarda l’abolizione dell’abuso d’ufficio. Per Gratteri, la scelta ha favorito “i raccomandati” e “i figli di”. Il procuratore contesta le motivazioni utilizzate per sostenerla e, in particolare, il richiamo al numero delle condanne. Il suo ragionamento è che la frequenza con cui un reato viene accertato non possa diventare, da sola, il criterio per decidere se mantenerlo nel codice. Porta il ragionamento al paradosso: se si eliminassero tutte le fattispecie con un numero di condanne inferiore alla soglia richiamata nel dibattito, il codice penale finirebbe per assomigliare alla “guida turistica di Rocca Cannuccia“.
Si sofferma poi sulla distinzione tra archiviazione e assoluzione, contestando il modo in cui sono state presentate le statistiche. “Attenzione, perché ci sia un’assoluzione ci vuole un processo, bisogna andare davanti al giudice”. Nell’esempio che propone, un esposto contro un sindaco può essere verificato dagli investigatori e concludersi con una richiesta di archiviazione, senza arrivare al dibattimento: due percorsi che, osserva, non vanno confusi. E il consenso all’abolizione espresso anche da amministratori di centrosinistra non cambia il suo giudizio: “Non mi pare una motivazione tecnico-giuridica questa“.
La Corte dei conti e le domande all’opposizione
La critica si estende alla Corte dei conti e alle modifiche che, secondo Gratteri, ne indeboliscono la capacità di controllo. Il procuratore contesta gli interventi sulla responsabilità per danno erariale e sull’organizzazione delle procure contabili, soffermandosi sulle conseguenze che attribuisce a queste scelte per la tutela delle risorse pubbliche: “C’è qualcuno che studia queste modifiche? C’è qualcuno che fa le barricate per queste modifiche“.
Gratteri non vede una reazione proporzionata alla posta in gioco. “Io poi tanta, tanta convinzione, tanta determinazione dell’opposizione su queste riforme non la vedo, perché queste sono, sono pilastri della civiltà“. Il tema, nel suo ragionamento, supera il rapporto tra governo e magistratura: l’efficacia del sistema giudiziario riguarda la possibilità di controllare l’esercizio del potere e di proteggere i cittadini.
“Fanno solo botta e risposta”: la politica senza soluzioni
La contestazione al centrosinistra riguarda anche il modo di stare nel dibattito pubblico. Gratteri descrive una politica assorbita dalla discussione sulle primarie e dal commento delle dichiarazioni altrui. “Fanno solo botta e risposta. Uno dice sì, uno no“. Quello che manca, sostiene, è la spiegazione concreta delle soluzioni: giustizia, sanità, sicurezza, immigrazione. Dire che bisogna preoccuparsi della salute dei cittadini non basta. “Tu mi devi dire come, devi spiegare tecnicamente con parole semplici come fare per accorciare veramente le file, le liste d’attesa“. Il procuratore chiede alla politica di misurarsi con il funzionamento dei servizi e con gli effetti delle leggi. E torna alla giustizia: “A me l’opposizione non mi pare che si stia strappando i capelli” su questi temi.
Forza Italia e le riforme: “Fa il suo mestiere”
Nella lettura degli equilibri della maggioranza, Gratteri attribuisce a Forza Italia la regia politica degli interventi sulla giustizia. “Forza Italia aveva in appalto la riforma della giustizia“, afferma, inserendo questo obiettivo nella distribuzione delle priorità tra gli alleati di governo. Il suo giudizio è che il partito abbia perseguito un programma dichiarato da tempo: “Forza Italia fa il suo mestiere, fa le modifiche, le riforme delle quali ha sempre parlato, che ha sempre sbandierato”. La domanda politica, per il procuratore, riguarda piuttosto l’adesione di una destra tradizionalmente associata al rigore e alla sicurezza a provvedimenti che considera di segno diverso. Gratteri allarga però la responsabilità anche alla stagione precedente. “Non ci dimentichiamo della riforma Cartabia“, avverte. E aggiunge: “Molte riforme di oggi sono figlie della Cartabia. Dobbiamo essere onesti“.
Cinque milioni per gli ascolti, il caso dell’hacker e i soldi recuperati
A sostegno della difesa delle intercettazioni, Gratteri presenta i numeri del suo ufficio. “La procura di Napoli, che è la procura più grande d’Italia, spende ogni anno 5 milioni di euro per le intercettazioni“. Poi racconta l’indagine su un hacker entrato nel dominio del ministero della Giustizia, che si era impossessato di centinaia di password dei magistrati. In questo caso riconosce l’utilità dell’intervento legislativo sulla cybersicurezza, definendolo “l’unica legge utile fatta da questo governo“, perché aveva consentito di intercettare l’indagato e arrestarlo. “È poi diventato un collaboratore di giustizia, è stato condannato, non ha fatto appello e la sentenza è diventata definitiva”. Secondo quanto riferito dal procuratore, l’inchiesta ha portato al recupero di somme in bitcoin, successivamente convertite in euro e confluite nel Fondo unico giustizia. La conclusione è affidata al confronto con il costo annuale degli ascolti: “Se io spendo ogni anno 5 milioni di euro, già solo con questo caso ho incassato 150 milioni“. Il racconto prosegue con un altro sequestro: “Abbiamo buttato una parete e nella parete, nell’intercapedine della parete, c’erano 7 milioni di euro in contanti“. E con i beni di valore trovati nelle indagini: “5-6 orologi da collezione, oro, argento, pietre preziose”. Sono gli esempi attraverso i quali Gratteri sostiene che la spesa investigativa debba essere valutata anche alla luce delle ricchezze recuperate.
La mafia che non spara e compra pezzi di potere
La denuncia sulle riforme si lega a quella sull’evoluzione delle organizzazioni criminali. Gratteri invita a superare l’immagine di una mafia riconoscibile soltanto attraverso la violenza. “Voi percepite l’esistenza della mafia solo se c’è il morto a terra, solo se scorre il sangue“, osserva, attribuendo una responsabilità anche al modo in cui il fenomeno è stato raccontato. “La mafia muta col mutare sociale”. E ancora: “Le mafie ci somigliano sempre più“. Il procuratore descrive una criminalità che dispone di capitali enormi e può entrare nell’economia e nelle relazioni sociali senza avere bisogno di sparare.
Nella sua analisi, quei soldi servono ad acquistare attività e proprietà, ma anche a penetrare nei luoghi in cui si prendono decisioni e si forma il consenso: “Comprare anche pezzi della pubblica amministrazione, comprare pezzi di giornale, comprare pezzi di televisione per condizionare il pensiero dell’opinione pubblica“. È qui che individua il rischio maggiore: una mafia capace di confondersi con il mondo delle professioni, degli affari e delle istituzioni.
“La politica non deve essere una cosa solo per ricchi”
Il denaro è anche il punto di partenza della proposta sul finanziamento pubblico dei partiti. “La mafia ha tanti soldi ed è in grado di dare risposte su territori depressi; i politici eletti in quei territori, invece, non riescono a dare risposte ai cittadini perché non hanno soldi e non riescono a fare progetti”. Da questa disparità Gratteri ricava una conclusione che sa essere controversa anche tra chi lo ascolta: “Bisognerebbe tornare al finanziamento pubblico dei partiti. E lo dico sapendo che è una cosa che non vi piace”. La spiegazione riguarda l’accesso alla competizione politica e l’autonomia di chi vi partecipa. “La politica ha un costo. Ma la politica non deve essere una cosa solo per ricchi o per chi ha tanti soldi da spendere in politica come se facesse la pubblicità della propria azienda”. Informazione, pubblicità e organizzazione richiedono risorse. “La gente che non ha soldi non riesce ad essere competitiva e spesso c’è gente senza scrupoli che sa che la mafia, con le sue risorse, riesce a dare risposte ai cittadini”. Nel ragionamento del procuratore, è proprio questo squilibrio a rendere più forte chi può trasformare il denaro in dipendenza e la dipendenza in voti.
Dopo la pensione, agricoltura e televisione: “Non sono un uomo di mediazione”
C’è spazio anche per il futuro personale di Gratteri, quando arriverà il momento di lasciare la magistratura. Il giornalista Marco Lillo gli propone tre possibilità: l’informazione, il ritorno a tempo pieno alla terra in Calabria oppure la politica, dove provare a realizzare le idee illustrate durante l’intervista. Su quest’ultima ipotesi, il procuratore prende le distanze: “Io non sono un uomo di mediazione. La mediazione è un accordo al ribasso“. E spiega: “Mediare, poi non si fa mai la cosa che serve. Si fanno sempre cose annacquate”.
La prospettiva che descrive parte invece dall’azienda agricola della moglie, un’attività alla quale è già legato. “Io sono un coltivatore vero”, rivendica, prima di scherzare: “Insomma sono un bravo agricoltore, io infiltrato in magistratura“. Per il dopo pensionamento immagina dunque di “lavorare poi a tempo pieno” nell’azienda: “Facciamo cose molto, molto belle, con grande soddisfazione“. Ma la terra non esclude un impegno nell’informazione e in televisione. Rivolgendosi ai giornalisti che lo intervistano, Gratteri aggiunge: “E poi posso rubarvi il mestiere, rubo il mestiere a Travaglio, vado faccio concorrenza nelle trasmissioni“.












