L’architettura democratica del Paese è in piena metamorfosi e il cantiere, proprio in queste settimane, è nel vivo della sua attività tra i banchi di un Parlamento in fibrillazione.
La vera partita politica si sta giocando adesso. L’emendamento passato al Senato, se dovesse riuscire a superare indenne l’ultimo e decisivo scoglio della Camera dei Deputati, si trasformerà nell’impalcatura legislativa della nuova legge elettorale della Repubblica.
Un vero e proprio spartiacque, quindi, destinato a ridefinire non solo le alleanze e i bilanciamenti di potere, ma le regole stesse d’ingaggio con cui prenderà forma la futura rappresentanza istituzionale.
Per il momento Palazzo Madama ha reintrodotto le preferenze sulla scheda elettorale, ma con un meccanismo geometrico che premia o azzera gli sforzi dei candidati a seconda della regione.
Abbiamo ricalcolato i dati ufficiali del 2022 per capire quanti deputati verrebbero davvero scelti dai cittadini e cosa succederebbe sul territorio.
L’illusione ottica della Basilicata
Pariamo dall’inizio, con un esempio sintomatico. Immaginiamo un candidato lucano che per mesi batte palmo a palmo la regione, macinando chilometri e comizi. Anche se raccogliesse tutte le preferenze della sua lista, resterebbe a casa.
Il motivo? La matematica del Palazzo. In Basilicata si assegnano quattro seggi, nessuna lista ne vince più di uno, e quel singolo posto è blindato per legge dal “capolista” calato dall’alto. Dietro di lui, sei nomi in lista: tutti votabili, nessuno eleggibile. Sei candidati, zero seggi.
In Calabria le preferenze che pesano (e il seggio perso)
Se la Basilicata è un vicolo cieco, in Calabria quei calcoli sono più generosi. La nostra regione per certi versi rappresenta il banco di prova perfetto per comprendere meglio i meccanismi della macchina elettorale.
La Calabria è un unico, gigantesco collegio plurinominale (il più grande del Mezzogiorno) che nel 2022 ha eletto 13 deputati: 5 all’uninominale e 8 al proporzionale.
Applicando i nuovi calcoli approvato dall’emendamento passato al Senato, il tabellone calabrese assegnerebbe 10 seggi: 6 blindati per i capilista e 4 conquistati sul campo a colpi di preferenze. I restanti 2 arriverebbero dal listino legato al premio di maggioranza.
Ricapitoliamo per essere più chiari: 6 blindati più la quota legata al premio di maggioranza farebbero 8 parlamentari “nominati”, scelti dalle segreterie dei partiti a Roma e “solo” 4 verrebbero eletti sul territorio attraverso le preferenze pure.
Alla Calabria, con 1.855.454 abitanti contro i 1.959.050 del 2011, spettano 12 seggi invece dei 13 del 2022.
La matematica del voto (calabrese)
Tradotto in percentuali, in Calabria il 33% dei deputati passerebbe dal vaglio degli elettori, contro una media nazionale del 21%.
In un collegio da 12 seggi le corazzate politiche ne conquisterebbero due o tre a testa, quindi dal secondo posto in giù deciderà davvero la scheda.
La guerra delle Calabrie
Ogni lista schiera sette nomi. Tolto il capolista blindato, gli altri sei si scanneranno per uno o due posti reali, dovendo peraltro rispettare l’alternanza di genere con la possibilità per l’elettore di esprimere fino a tre preferenze.
Insomma, la vera competizione in Calabria non sarà tra gli schieramenti, ma dentro gli schieramenti.
Perché i conti solo sulla Camera e non sul Senato
La proiezione riguarda soltanto Montecitorio, e la ragione sta nella Costituzione prima ancora che nella legge elettorale. Alla Camera i seggi si ripartiscono su base nazionale tra le circoscrizioni, in proporzione alla popolazione, e questo consente di calcolare in un colpo solo la distribuzione dei 384 seggi territoriali, dei 70 del premio e di quelli che restano ai capilista. Il Senato, invece, si elegge su base regionale per espresso vincolo dell’articolo 57, che fissa anche un numero minimo di seggi per ciascuna regione: tre per la gran parte, due per il Molise, uno per la Valle d’Aosta. Ogni regione, in sostanza, è un’arena a sé, e il riparto va rifatto venti volte anziché una.
Cambiano anche le dimensioni della partita. I senatori sono 200 contro i 400 deputati, quattro sono eletti all’estero invece di otto, e il premio di governabilità vale 35 seggi invece di 70. Una simulazione di Palazzo Madama, dunque, non si ricava riducendo a metà quella della Camera: richiede un calcolo autonomo, regione per regione, sul quale torneremo.
Il fact-checking
La partita, insomma, si gioca soprattutto dentro ai partiti. Non soltanto fra un partito e l’altro. È la lettura che Calabria7 ha già proposto nelle settimane scorse.
Per mettere ordine nella discussione abbiamo tenuto separati i due piani: le dichiarazioni politiche e i numeri.
Abbiamo passato al setaccio le dichiarazioni politiche testandole sulle nuove regole (premio di 70 seggi alla coalizione oltre il 42 per cento, 314 ripartiti proporzionalmente, capilista bloccati).
Giorgia Meloni, 10 settembre, sul proprio profilo: “Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle”. Impreciso.
L’emendamento a prima firma di Marco Lisei è stato approvato quel giorno con 97 voti favorevoli, 67 contrari e due astenuti, e prevede liste da sette candidati con capolista bloccato e fino a tre preferenze dal secondo nome in poi. Le preferenze mancavano dalle politiche dal 1993.
Il Partito democratico ha rilanciato un video in cui Meloni diceva: “Chiediamo una cosa: che ci siano le preferenze”. Contesto necessario.
La frase è autentica e riguardava la disponibilità a votare qualsiasi legge elettorale purché contenesse le preferenze. Il testo approvato ne contiene una versione parziale, poiché il primo eletto di ogni lista resta sottratto alla scelta degli elettori.
Sul punto Elly Schlein ha così commentato: “Meloni ha perso la faccia”.
Dario Parrini, in Aula prima del voto: “Una ex coraggiosa che quando l’asticella si alza rinuncia a saltare”. Giudizio politico.
Il senatore dem era primo firmatario del subemendamento che avrebbe eliminato i capilista bloccati, respinto con 99 voti contrari e 68 favorevoli. Giuseppe Conte ha parlato di “messinscena”. Sono valutazioni, non fatti verificabili, e come tali vanno lette.
Si legge che circa l’80 per cento dei deputati sarà scelto dai partiti. Impreciso.
La quota dei designati dalle segreterie, capilista più listino, è di 298 seggi su 400, il 74,5 per cento, perché gli otto eletti all’estero votano da sempre con le preferenze e in Trentino-Alto Adige quattro seggi si assegnano in collegi uninominali.
Bluff o svolta? Il verdetto finale
Le preferenze ritrovate sono dunque una rivoluzione o un gioco di prestigio? I numeri parlano chiaro: si tratta di un bluff confezionato al 75,5%. Sulla carta la matita torna in mano ai cittadini, ma nei fatti tre deputati su quattro continueranno a essere impacchettati e spediti a Roma direttamente dalle segreterie di partito.
L’esercito dei “nominati” e i pochi scelti dagli elettori
I “nominati” alla Camera saranno 302 su 400. Sommando i 232 capilista blindati in partenza e i 70 destinati al listino del premio, i vertici romani mantengerranno il controllo totale della blindatura dei seggi. I parlamentari scelti davvero dagli elettori saranno appena 94: di questi, solo 82 conquisteranno la poltrona sul campo grazie ai voti raccolti nel proporzionale, più i 12 “storici” tra estero e Trentino.
Un’Italia a due velocità elettorali
Il meccanismo disegnato a Palazzo Madama crea così un Paese diviso a metà. Da una parte un’illusione ottica per regioni come la Basilicata, dove il voto di preferenza è pura cosmetica e vale zero.
Dall’altra un’arena spietata per territori come la Calabria, in cui le briciole lasciate dai capilista scateneranno una feroce faida interna.
Insomma, se approvata così, la riforma darà ai cittadini soltanto l’illusione di poter scegliere, lasciando il reale controllo nelle mani dei partiti.












