Registriamo qualcosa di singolare, e anche di involontariamente ironico, in un Governo che rivendica continuamente il primato della propria longevità, esibendo la stabilità come uno dei principali risultati politici della legislatura, e che contemporaneamente avverte l’urgenza di modificare la legge elettorale proprio per garantire quella stabilità che sostiene di avere già conquistato. Una sorta di bipolarismo istituzionale, nel quale la stabilità è una conquista quando bisogna raccontare i successi del Governo, ma diventa improvvisamente un problema da risolvere quando si tratta di costruire le regole delle prossime elezioni.
Naturalmente, la durata di un Governo non dimostra da sola che una legge elettorale sia adeguata, così come una riforma non diventa illegittima soltanto perché politicamente conveniente a chi la propone. Ma la contraddizione comunicativa resta, ed è difficile non coglierla: se l’attuale sistema ha consentito di governare così a lungo, bisognerebbe almeno spiegare con maggiore convincimento perché sia diventato tanto urgente correggerlo.
Premio di maggioranza e rappresentanza: i dubbi sulla nuova legge elettorale
Il problema, tuttavia, non è soltanto politico. La nuova disciplina elettorale solleva interrogativi che riguardano il rapporto tra governabilità e rappresentanza, il premio di maggioranza, l’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio, le pluricandidature e soprattutto il sistema di attribuzione dei seggi al Senato, che l’articolo 57 della Costituzione vuole eletto su base regionale.
Sono questioni sulle quali non bastano gli slogan, perché la Corte costituzionale, con le sentenze n. 1 del 2014 e n. 35 del 2017, ha già chiarito che il legislatore dispone di un ampio margine nella scelta del sistema elettorale, ma non può sacrificare irragionevolmente la rappresentatività in nome della governabilità. E se il premio di maggioranza non è di per sé incostituzionale, occorre comunque verificare quali effetti produca sulla composizione delle Camere, mentre l’indicazione del premier non può trasformarsi surrettiziamente in un’elezione diretta, dal momento che l’articolo 92 della Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di nominare il presidente del Consiglio.
Anche le pluricandidature e i meccanismi di selezione dei candidati meritano attenzione, perché una legge elettorale dovrebbe consentire ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti e non limitarsi a chiedere loro di ratificare decisioni già assunte dalle segreterie dei partiti.
Il fattore Calabria e le ambizioni di Occhiuto: l’ipotesi del ritorno alle urne nel 2027
E poi c’è la Calabria, dove il calendario elettorale potrebbe riservare qualche sorpresa. Roberto Occhiuto, presidente della Regione, è impegnato anche nella promozione del suo libro innovativo che parla anche di libertà, con un titolo che sembra prestarsi particolarmente bene a una fase politica nella quale le prospettive personali e gli equilibri nazionali potrebbero intrecciarsi con quelli regionali. Il tour, naturalmente, non dimostra l’esistenza di un progetto di candidatura nazionale, ma se Occhiuto dovesse decidere di trasferire le proprie ambizioni sullo scenario parlamentare, si aprirebbe una partita politica capace, a determinate condizioni, di condurre la Calabria nuovamente alle urne, magari già nell’ottobre 2027.
Sarebbe uno scenario quantomeno curioso: gli italiani chiamati a votare in primavera con una nuova legge presentata come garanzia di stabilità e i calabresi nuovamente alle urne pochi mesi dopo, non necessariamente per una crisi di governo regionale, ma per le eventuali aspirazioni nazionali del loro presidente. Naturalmente, una candidatura parlamentare non determina automaticamente lo scioglimento del Consiglio regionale: occorrerebbe verificare gli atti e le condizioni che farebbero cessare anticipatamente la legislatura. Ma politicamente l’ipotesi merita attenzione, soprattutto perché dimostra quanto spesso la stabilità delle istituzioni finisca per dipendere dalle traiettorie dei loro protagonisti.
Il nodo della Consulta: il rischio di votare prima del giudizio sulla costituzionalità
Resta, infine, la questione forse più seria, quella dei ricorsi contro la legge elettorale e dei tempi della Corte costituzionale. Se davvero si dovesse votare a maggio, sarebbe auspicabile conoscere prima delle elezioni la risposta ai dubbi di legittimità costituzionale, senza però dimenticare che la Consulta non è un organo chiamato a pronunciarsi su richiesta della politica e che, nel giudizio incidentale, occorre prima che un giudice valuti la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione.
Il tempo necessario non è dunque automaticamente un ritardo imputabile alla Corte, ma il rischio di arrivare al voto con interrogativi costituzionali ancora aperti esiste e non può essere liquidato come una semplice polemica dell’opposizione. Né sarebbe rassicurante ricordare che un’eventuale sentenza successiva non travolgerebbe automaticamente il Parlamento eletto, come la stessa Corte precisò nel 2014: la continuità delle istituzioni è una garanzia necessaria, non una ragione per considerare secondaria la legittimità delle regole elettorali.
La vera stabilità democratica non dipende soltanto da chi governa
Alla fine, la questione è meno complicata di quanto sembri e molto più importante di quanto suggerisca il dibattito politico: non si può invocare continuamente la stabilità come valore assoluto e poi piegarne il significato alle convenienze del momento, né si dovrebbe arrivare alle elezioni lasciando che siano i giudici, eventualmente dopo il voto, a chiarire se le regole adottate rispettassero pienamente la Costituzione. Perché la stabilità di una democrazia non si misura soltanto dalla durata di chi governa, ma anche dalla solidità delle regole che consentono ai cittadini di scegliere da chi essere governati.














