17 Luglio 2026
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“Mi sono giocata il mare, ma non la vita”: da Vibo a Roma, la lezione di Maryline Caputo che trasforma la malattia in luce (VIDEO)

La forza di chi affronta la malattia è fondamentale, ma da sola non basta: "Accanto a ogni paziente devono esserci persone, medici, istituzioni e un servizio sanitario capace di ascoltare, sostenere e garantire cure tempestive"

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Sette mesi di viaggi verso il Gemelli, tre diagnosi una dietro l’altra, un intervento alle porte. Eppure il suo video, girato la sera prima del ricovero, è un inno alla vita. “Faccio questo video per chi non ha nessuno”.
Sono le 18.38 di un giorno qualunque quando accende la telecamera del telefono. È a Roma, in una casetta presa in affitto a due chilometri dal Policlinico Gemelli. In ospedale è entrata per un intervento che avrebbe voluto non fare mai. Ma Maryline Caputo, vibonese, cinquant’anni compiuti da poco, non parla di paura. Parla di chi, quella sera, si sente solo.

“Un vulcano, un uragano”

“Non sono venuta mai così tante volte a Roma. Quasi mai per divertimento, lo faccio per salute”, racconta con l’ironia amara di chi ormai conosce a memoria treni, metropolitane e strutture ricettive della Capitale. “Sono diventata romana come tantissimi romani”. Sette mesi di viaggi, avanti e indietro dalla Calabria. Sette mesi che hanno stravolto la vita di Maryline, che si definisce “un vulcano, un uragano” e che in ospedale non era mai stata. La trafila comincia con una diagnosi di tumore al rene. L’intervento arriva il 23 dicembre: esce dall’ospedale il giorno di Natale. Poi la fibromialgia, che le “porta via un po’ di energia” ogni giorno. Poi cellule precancerogene all’utero, la conizzazione, e dall’esame istologico l’ennesima mazzata: l’infiltrazione di un millimetro di un tumore raro. Un millimetro. Abbastanza per non poter rischiare, abbastanza per decidere, in via cautelativa, un nuovo intervento. “Mi sono giocata il Natale, mi sono giocata anche il mare”, dice. E poi, subito dopo: “Ma spero di riprendere la mia vita in mano. Di ripartire dai miei 50 anni”.

L’incontro con Mariangela

Perché quei cinquant’anni lei li ha festeggiati davvero, e come voleva lei. Non una festa di lusso, «una festa di cuore»: una band, gli amici, i figli, le persone che la amano, cantando a squarciagola. “Come se fosse il mio centesimo compleanno”, sorride. Un ricordo costruito apposta, un punto fermo da portarsi in sala operatoria.
Ma il cuore del video non è la sua storia. È quello che ci fa con la sua storia. Al prericovero ha incontrato una donna più anziana, più fragile, impaurita. Le ha detto semplicemente: “Stai tranquilla, ci sono io”. E quella donna, Mariangela, le ha risposto: “Adesso che ho conosciuto te sono tranquilla, non sono da sola”. È da lì che nasce la decisione di parlare pubblicamente, alla vigilia dell’intervento: “Ci sono persone che non hanno nessuno. E io penso che i social possano aiutare. Questo video è fatto per portare un po’ di luce a chi in questo momento non ne ha”.

La fede in Dio

Nelle sue parole c’è la fede — “in primis abbiamo la mano di Dio” — c’è la gratitudine per la prevenzione che le ha permesso di scoprire in tempo ciò che poteva non vedere, c’è la rete di persone, alcune conosciute da poco, che pregano per lei. E c’è un’idea di comunità che vale più di mille convegni sulla sanità: “Non sentirsi da soli è una cosa importante. Se non avete la forza dentro di voi, appoggiatevi a chi ne ha, per condividerla”.
In una terra come la nostra, dove curarsi significa troppo spesso partire — fare le valigie, prendere un treno, imparare a orientarsi in una città che non è la propria — questa testimonianza è anche una fotografia impietosa della migrazione sanitaria che migliaia di calabresi vivono in silenzio.
Lei quel silenzio ha scelto di romperlo, senza rabbia e senza retorica, con un sorriso che non nasconde la stanchezza: “Sono stanca anch’io. Ma la vivo in maniera positiva”.

Il messaggio più semplice e più difficile

Nonostante la sala operatoria, il suo pensiero è per gli altri: “Auguro a tutti gli ammalati di avere tantissima stima di se stessi, per ritrovare la forza necessaria per amarsi”. È il messaggio più semplice e più difficile che ci sia. E arriva da una donna di Vibo Valentia che, nel periodo più duro, ha trovato il tempo di tendere la mano.

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