“Non voglio che di lui si parli soltanto quando sarà troppo tardi, come è accaduto per Nazareno Fiorillo“. A parlare è Maria Carmela Fortuna, zia di Rosario Fiorillo, detenuto al 41 bis nel carcere di Parma. La donna racconta di aver cresciuto il nipote come un figlio e oggi chiede una sola cosa: che venga sottoposto alle cure di cui ha bisogno. Rosario Fiorillo sta scontando una condanna definitiva a 30 anni di reclusione per il suo coinvolgimento nell’omicidio del boss di Stefanaconi Fortunato Patania.
La patologia e l’intervento indicato dagli specialisti
Secondo la documentazione medica prodotta dalla difesa e trasmessa all’autorità competente, il detenuto è affetto da una grave patologia intestinale che comporta pesanti conseguenze sulla qualità della vita e che, se non adeguatamente trattata, può determinare complicanze anche molto serie. Gli specialisti avrebbero indicato nell’intervento chirurgico l’unica soluzione terapeutica.
Il trasferimento e la procedura ripartita da zero
Quando Fiorillo era detenuto all’Aquila, dove si trovava sempre in regime di carcere duro, aveva già completato tutti gli accertamenti preoperatori e l’intervento sembrava imminente. Prima che potesse essere eseguito, però, è stato disposto il trasferimento in un altro istituto penitenziario. Successivamente è stato assegnato al carcere di Parma e l’intera procedura sanitaria è ripartita da zero.
La lista d’attesa a Parma
Soltanto dopo mesi di attesa e le ripetute istanze presentate dai suoi legali, il detenuto è stato nuovamente sottoposto agli esami preparatori necessari. Oggi risulta inserito in lista d’attesa per l’operazione. Se all’Aquila l’intervento appariva ormai prossimo, a Parma deve invece seguire i normali tempi previsti per i pazienti che attendono lo stesso trattamento.
“Non chiedo privilegi né trattamenti di favore”
Una situazione che alimenta l’angoscia della zia Maria Carmela, anziana e a sua volta afflitta da diverse patologie. “Non chiedo privilegi né trattamenti di favore – afferma –. Chiedo soltanto che mio nipote venga curato. Se la salute me lo permettesse, sarei pronta a incatenarmi per far sentire la mia voce. Voglio soltanto che gli venga garantito ciò che la legge riconosce a ogni cittadino“.
Il diritto alla salute anche in carcere
La vicenda richiama un principio fondamentale: il diritto alla salute non viene meno con la detenzione. Garantire cure adeguate a un detenuto affetto da una grave patologia non significa attenuare il contrasto alla criminalità organizzata né mettere in discussione la pena inflitta. Significa assicurare il rispetto di un diritto riconosciuto dalla Costituzione e dai principi fondamentali dello Stato di diritto.









