Le mani di Antonino Bartuccio non tremano. Gli occhi della moglie Mariagrazia Squillaci, invece, si riempiono di lacrime. Sono due immagini che raccontano meglio di molte parole ciò che la loro famiglia vive dal 2014, da quando l’ex sindaco di Rizziconi, nel Reggino, scelse di opporsi alla ’ndrangheta e di denunciare le pressioni mafiose. Da quel momento, insieme ai due figli, vivono sotto scorta.
Dodici anni dopo, Bartuccio porta la sua storia davanti ai ragazzi del Giffoni Film Festival. Non per celebrare un gesto eroico, ma per spiegare che il silenzio è il terreno sul quale crescono mafie, violenze e soprusi. Il suo invito è semplice e radicale: smettere di girarsi dall’altra parte.
È questo il cuore de “Il quaderno di Tommaso”, il cortometraggio ispirato alla sua vicenda e al libro “Sui sedili posteriori. La nuova libertà”. Un titolo che richiama la quotidianità di chi vive protetto, osservando il mondo dal sedile posteriore di un’auto di scorta.
Il prezzo pagato da un’intera famiglia
“Ne è valsa la pena?”. È la domanda che accompagna Bartuccio da quando la denuncia ha spezzato la normalità della sua famiglia. La risposta arriva senza esitazioni. “Sì, ne vale la pena da 12 anni, un mese e 16 giorni, ne vale la pena ogni giorno, perché ciò che è stato fatto non è qualcosa che riguarda solo la mia famiglia, anche se sulla mia famiglia si sono riverberati i maggiori effetti, quelli più difficili da superare”, afferma.
La parte più dolorosa non è stata soltanto la paura. È stato dover spiegare ai figli perché, dopo avere fatto la cosa giusta, la loro vita fosse improvvisamente cambiata. “È stato veramente complicato spiegare ai nostri figli, nell’immediato, subito dopo gli arresti, quando siamo finiti sotto scorta. Però sono stati sempre vicini, sempre accanto a me e a tutta la famiglia, sempre orgogliosi perché hanno ben compreso che ciò che era stato fatto era giusto, che doveva essere fatto, era l’unica via”.
Accanto a lui, come allora, c’è Mariagrazia Squillaci, consulente del lavoro e “colonna portante” della famiglia: “Io sono con lui in tutto e per tutto e qualsiasi cosa la affrontiamo insieme, nel bene e nel male”.
Dalla ’ndrangheta al bullismo, il silenzio è lo stesso
La storia raccontata a Giffoni arriva nell’anno del 34esimo anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio e a pochi giorni dalla ricorrenza della morte di Rita Atria, la testimone di giustizia diciassettenne che si tolse la vita una settimana dopo l’assassinio di Paolo Borsellino. Ma il messaggio del cortometraggio non riguarda soltanto la criminalità organizzata. “Non voltarsi dall’altra parte” significa reagire davanti a un’intimidazione mafiosa, ma anche a un episodio di bullismo, a una violenza contro una donna o alla diffusione di immagini intime senza consenso. Per Bartuccio il cambiamento comincia dalla responsabilità individuale: “Bisogna reagire se vogliamo che le cose cambino, perché non cambieranno mai se rimarremo inerti”.
Gerardi: “A noi ragazzi del Sud insegnavano a farci i fatti nostri”
Nel film il volto dell’ex sindaco è quello di Antonio Gerardi. Con lui recitano Carolina Crescentini e il giovane Samuele Aprile, scelto per interpretare Tommaso. Gerardi parte da un ricordo generazionale che, soprattutto nel Mezzogiorno, conserva ancora un significato preciso: “Quando ero piccolo a noi ragazzini del Sud insegnavano a farci i fatti nostri, a girarci dall’altro lato quando le situazioni erano scomode. È arrivato il momento di dire ai ragazzi di non accettare più. Le vecchie generazioni, come le mie, sono difficili da cambiare, ma possiamo lavorare sui giovani e il mondo sarà migliore”. Per l’attore, il confronto con Bartuccio ha superato i confini della recitazione: “Di solito un attore va sul set e dà tutto se stesso per l’interpretazione, ma in questo caso io ho avuto un dono di cui farò tesoro”. Il cortometraggio è stato scritto e ideato da Luca Apolito, direttore artistico di Giffoni, e diretto da Marco Pellegrino. Nasce da un progetto del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, realizzato attraverso la Fondazione Studi in collaborazione con il festival.
Calderone: “Dopo la denuncia si tenta di cancellarne la memoria”
Alla presentazione è intervenuta anche la ministra del Lavoro Marina Calderone, che ha richiamato una distinzione spesso ignorata: Bartuccio non è un collaboratore di giustizia proveniente da ambienti criminali, ma un testimone di giustizia, un cittadino estraneo alle organizzazioni mafiose che ha denunciato quanto accadeva attorno a lui. Il momento più pericoloso, ha osservato Calderone, può arrivare proprio dopo la denuncia: “Quando c’è il coraggio della denuncia, immediatamente poi c’è anche il tentativo, da parte di chi rappresenta le forze del male, di oscurare quella denuncia e soprattutto di fare in modo che non se ne abbia più memoria o nozione”. Per questo chi rompe il silenzio non può essere abbandonato: “Quello è il momento in cui chi ha avuto il coraggio di denunciare e di testimoniare è più fragile e facile da eliminare”.
La storia di Bartuccio entrerà nelle aule
Da settembre “Il quaderno di Tommaso” sarà proiettato nelle scuole e nelle università italiane nell’ambito di GenL – Generazione Legalità. “Non consideriamo questo risultato un punto di arrivo”, ha spiegato il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Rosario De Luca. “Da settembre proietteremo il cortometraggio in scuole e università di tutta Italia per educare alla legalità un numero ancora maggiore di studenti”. La sfida sarà trasformare una storia vissuta sotto scorta in uno strumento di libertà per altri ragazzi. Quella libertà che Antonino Bartuccio continua a difendere, ogni giorno, dai sedili posteriori di un’auto.











