12 Settembre 2026
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L’Unical che guarda al futuro. Greco: “Dalla Calabria possiamo governare la rivoluzione dell’Ia”

Il Rettore racconta l'università che vuole costruire: un ateneo sempre più aperto al mondo ma legato al territorio, protagonista nella ricerca sull'intelligenza artificiale e capace di offrire ai giovani calabresi opportunità per scegliere di restare

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C’è un modo diverso di raccontare la Calabria. Non partendo dai suoi ritardi, ma da ciò che riesce ad anticipare. E l’Università della Calabria, nella visione del rettore Gianluigi Greco, vuole stare esattamente su questa linea di confine: tra ciò che la regione è oggi e ciò che può diventare. Un ateneo che negli anni è cresciuto per dimensioni e riconoscibilità, ma che adesso punta a compiere un salto ulteriore. Senza perdere, però, la propria ragione originaria.

Da soli i numeri non bastano

“L’Unical non è stata concepita come un’istituzione impegnata nella sola dimensione accademica, ma come una comunità capace di produrre conoscenza e di trasformarla in sviluppo per il territorio”, spiega Greco. Il riferimento è a Beniamino Andreatta e a quel suo “furore del fare”: immaginare ciò che ancora non esiste e, nello stesso tempo, avere la concretezza necessaria per realizzarlo. Oggi la base da cui partire è importante: quattordici Dipartimenti, circa 25mila studenti e competenze che attraversano le principali aree del sapere. Ma per Greco i numeri, da soli, non raccontano un’università. “Più dei numeri conta il modo in cui li facciamo vivere». E significa costruire una formazione rigorosa ma aperta al mondo del lavoro, capace di restituire al territorio ciò che il territorio affida all’università. Un’università calabrese con lo sguardo oltre i confini. La sfida dei prossimi anni passa anche dalla capacità di rendere l’Unical sempre più riconoscibile fuori dalla Calabria e dall’Italia”. Nuove collaborazioni, capacità di attrarre competenze e maggiori opportunità per gli studenti sono alcuni degli obiettivi indicati dal Rettore.

Sentirsi parte di una comunità

Ma internazionalizzare, nella sua visione, non significa recidere il rapporto con la propria terra. È quasi il contrario: dimostrare che si può partire dalla Calabria per essere presenti nei luoghi nei quali si costruisce il futuro. “Dovremo rendere ancora più evidente ciò che l’Unical già rappresenta: un luogo dal quale, restando fedeli a se stessi, si può comunque incidere sul corso delle cose”. Il campus come porta d’ingresso alla Calabria. C’è poi una caratteristica che rende l’Università della Calabria diversa da gran parte degli atenei italiani: il campus. Non soltanto aule e laboratori, ma residenze, biblioteche, spazi verdi, sport e luoghi di incontro. Un modello che, per molti aspetti, richiama quello dei grandi campus americani e nel quale l’esperienza universitaria non termina quando finisce una lezione. “Qui gli studenti non si limitano a frequentare l’università: la abitano e crescono al suo interno, sentendosi parte di una comunità”. È una dimensione che può avere effetti anche sull’immagine della regione. Per chi arriva da fuori, infatti, l’Unical diventa spesso il primo contatto con la Calabria reale. Dal campus si scoprono Cosenza e la Sila, i borghi e le coste. E si entra in relazione con una terra che, sottolinea Greco, è «molto più complessa e vitale di quanto raccontino certe rappresentazioni stereotipate». L’ambizione è che chi arriva qui per studiare riparta portando con sé non soltanto una laurea, ma anche il ricordo di una Calabria conosciuta e vissuta.

Il dovere di ascoltare i giovani

Intelligenza artificiale, una sfida che all’Unical viene da lontano. È però sul terreno dell’intelligenza artificiale che l’Università della Calabria vuole giocare una delle partite decisive dei prossimi anni. Per Greco non si tratta di inseguire una moda del momento. L’innovazione tecnologica appartiene alla storia stessa dell’ateneo. Proprio all’Unical si formò, 35 anni fa, il primo laureato in Ingegneria informatica d’Italia. Da quella esperienza è nata una scuola che oggi può contare su un riconoscimento nazionale e internazionale. L’obiettivo adesso è fare un passo ulteriore: rafforzare la ricerca e, soprattutto, trasferirne più efficacemente i risultati alla società. La questione, secondo il Rettore, riguarda il ruolo che l’Italia vuole assumere nella trasformazione tecnologica in corso. «Il nostro obiettivo è che l’Italia non si limiti a utilizzare l’intelligenza artificiale, ma sappia produrre essa stessa competenze e tecnologie“. Per l’Unical significa investire sull’intelligenza artificiale e sulla cybersicurezza come strumenti di innovazione responsabile e di sviluppo. Ma significa anche lanciare un messaggio che dalla Calabria assume un peso particolare. “È la dimostrazione che dal Mezzogiorno possono nascere competenze e visioni capaci di partecipare alle grandi scelte nazionali”. Formare persone capaci di governare gli algoritmi. La trasformazione imposta dall’intelligenza artificiale riguarda inevitabilmente anche il modo di formare gli studenti. Greco, tra i più giovani rettori italiani, evita però l’equazione semplicistica tra età e capacità di comprendere le nuove generazioni. “Non credo che l’età offra una scorciatoia per comprendere i giovani. Può ridurre qualche distanza, questo sì, ma ciò che conta davvero è ascoltarli”. Da qui la scelta di portare il confronto anche fuori dalle sedi istituzionali, con incontri periodici nei quartieri residenziali del campus, nei luoghi nei quali gli studenti trascorrono concretamente le proprie giornate. Ascoltare, però, significa anche comprendere l’incertezza di una generazione che sa di doversi confrontare con un mercato del lavoro e con tecnologie in rapidissima trasformazione.

“Restare, quando nasce un’opportunità reale”

E proprio qui l’università deve recuperare una delle sue funzioni essenziali: non soltanto fornire competenze, ma formare capacità critica. “Non abbiamo bisogno di persone addestrate a eseguire ciò che suggerisce un algoritmo, bensì di professionisti capaci di orientarne l’uso e assumersi la responsabilità delle decisioni”. Restare in Calabria deve poter diventare una scelta. La questione dei giovani inevitabilmente incrocia uno dei problemi più profondi della Calabria: la capacità di trattenere competenze e capitale umano. Greco parte da un dato che rovescia almeno in parte la prospettiva tradizionale. Le competenze formate in Calabria sono richieste. “I nostri giovani hanno le competenze e le aziende lo sanno: non è raro che vengano a cercarli direttamente qui, nel campus, prima ancora che si laureino”. Il problema, dunque, non è convincere i ragazzi a rimanere a qualsiasi costo. È creare intorno a loro le condizioni perché rimanere sia competitivo rispetto all’andare via. Ed è probabilmente qui che il progetto universitario incontra più direttamente la grande questione dello sviluppo regionale. “Restare, quando nasce da un’opportunità reale, smette di essere una rinuncia e diventa una scelta”. Università e politica: collaborare senza dipendere. Un ateneo che cresce, acquisisce peso e diventa interlocutore istituzionale deve inevitabilmente confrontarsi anche con la politica.

No alla collaborazione come dipendenza

Greco respinge l’idea che l’autonomia universitaria si protegga costruendo una distanza dalle istituzioni. L’Unical, sostiene, deve avere un rapporto solido con la Regione e dialogare con i Comuni, il sistema sanitario, le strutture pubbliche, le associazioni e tutti gli attori che possono concorrere allo sviluppo della Calabria. Non un’università che osserva il territorio dall’alto, dunque, ma un’università che mette il proprio sapere a disposizione di un lavoro comune. C’è però un confine che deve rimanere netto. “La collaborazione non può trasformarsi in dipendenza”. Perché alla politica servono anche luoghi nei quali i problemi possano essere studiati liberamente, compresa la possibilità che la ricerca conduca a conclusioni diverse da quelle che qualcuno vorrebbe sentirsi restituire. È in questo equilibrio che Greco colloca il ruolo pubblico dell’Università della Calabria: partecipare pienamente alla vita della regione senza perdere la propria libertà. “L’università deve restare una palestra per la coscienza critica e saper parlare con voce autorevole e franca, anche quando ciò che ha da dire non coincide con le convenienze del momento”. Ed è forse proprio questa la sfida che tiene insieme tutte le altre: fare dell’Unical un luogo capace di stare nel mondo senza smettere di essere profondamente calabrese. Un’università che non si limita a osservare il cambiamento, ma prova a formare le persone che dovranno governarlo.

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