26 Luglio 2026
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Natuzza, sette ore tra la vita e la morte: il mistero del giorno che cambiò Paravati e il racconto del Paradiso

Ottantasei anni fa, nella casa dei Colloca a Mileto, medici e curiosi attesero la morte della quindicenne di Paravati. Lei si risvegliò raccontando di aver visto il Paradiso e di aver ricevuto da Gesù la missione che avrebbe segnato tutta la sua vita

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Il 26 luglio 1940 è un venerdì. L’Italia è entrata in guerra da appena un mese e mezzo, ma a Paravati, piccolo centro rurale che all’epoca ricade nella provincia di Catanzaro, la storia sembra scorrere lontano. La vita è fatta di terra, miseria e famiglie costrette a separarsi per cercare fortuna all’estero. In quel mondo poverissimo vive Fortunata Evolo, per tutti semplicemente Natuzza. Ha quindici anni e ne compirà sedici il 23 agosto. Non sa leggere né scrivere, è cresciuta senza conoscere il padre, emigrato in Argentina prima della sua nascita, e lavora come domestica nella casa dell’avvocato Silvio Colloca, a Mileto, aiutandone la moglie Alba.

Da settimane la ragazzina ripete una frase che mette in agitazione la famiglia: “Il 26 luglio morirò”. Non è un presentimento. Natuzza sostiene che sia stata la Madonna ad annunciarle per quel giorno una “morte apparente”. Ma lei non conosce il significato dell’aggettivo “apparente”. Comprende soltanto la parola morte e si convince che il suo passaggio sulla terra stia per concludersi. La voce supera presto le mura della casa. Attraversa Mileto, raggiunge Paravati e si allarga ai paesi vicini. Quando arriva il giorno indicato, davanti all’abitazione dei Colloca si radunano curiosi, credenti e scettici. C’è chi prega, chi vuole assistere al prodigio e chi aspetta soltanto di vedere smentita quella profezia. Entrano anche i medici. E tutti aspettano.

La ragazza cresciuta tra la fame e i primi fenomeni inspiegabili

Natuzza è nata il 23 agosto 1924 in una famiglia segnata dall’assenza e dalla povertà. Il padre Fortunato è partito per l’Argentina e non è più tornato. La madre Maria Angela Valente svolge i lavori più umili per mantenere i figli. Natuzza rimane spesso in casa ad accudire i fratelli e non frequenta regolarmente la scuola, restando analfabeta.

È ancora una bambina quando comincia a raccontare di vedere persone morte e figure religiose. Per lei quelle presenze appaiono naturali, quasi quotidiane. Non possiede gli strumenti culturali per trasformarle in un racconto elaborato e inizialmente non sembra nemmeno comprendere perché gli adulti ne siano tanto turbati. La situazione cambia quando entra a servizio dei Colloca. La casa di Mileto diventa il luogo delle prime manifestazioni pubbliche attribuitele: visioni, stati di estasi, dialoghi con persone defunte e fenomeni ematici che alimentano interrogativi e diffidenza.

Il 29 giugno 1940, durante la Cresima ricevuta nella cappella privata del vescovo di Mileto, monsignor Paolo Albera, sui suoi indumenti compaiono tracce di sangue disposte a forma di croce sulle spalle e di cuore sul petto. Il particolare viene descritto dallo stesso presule in una lettera indirizzata a padre Agostino Gemelli, medico, psicologo e fondatore dell’Università Cattolica.

Il caso di quella domestica calabrese finisce così all’attenzione delle autorità ecclesiastiche e della medicina. Gemelli esprime il proprio giudizio sulla documentazione ricevuta, senza sottoporre personalmente Natuzza a una visita, e riconduce il fenomeno a una personalità isterica. È la spiegazione scientifica dominante in un’epoca nella quale esperienze estatiche, disturbi psichici e manifestazioni religiose vengono spesso rinchiusi nella stessa categoria. Ma meno di un mese dopo accade qualcosa destinato a diventare il punto di svolta della sua esistenza.

“Il 26 luglio morirò”

Natuzza avverte la signora Alba Colloca che il 26 luglio lascerà questo mondo. Lo dice senza angoscia, convinta che finalmente potrà raggiungere Gesù. Non comprende che la morte annunciata dovrebbe essere soltanto “apparente”. Quel giorno la casa si riempie. Tra i sanitari che la seguono ci sono anche i fratelli Naccari, appartenenti a una conosciuta famiglia di medici del luogo, come ricorda la ricostruzione storica pubblicata dal Comune di Mileto. Nel tardo pomeriggio la ragazza dice di avere sonno. Si adagia e scivola in uno stato di torpore profondissimo. Rimane immobile, con gli occhi chiusi e il corpo irrigidito. I tentativi di farla rinvenire non producono risultati immediati. Il sonno dura circa sette ore.

Alcune testimonianze tramandate negli anni riferiscono anche di effusioni di sangue non accompagnate da ferite chiaramente individuabili. Su quei momenti, tuttavia, non è disponibile un referto clinico pubblico che consenta di ricostruire ogni dettaglio con criteri medici moderni. Restano i racconti dei presenti, la memoria della famiglia e le successive confidenze della stessa Natuzza. Per chi è entrato in quella casa aspettando una morte annunciata, la conclusione appare quasi banale: la ragazza si risveglia. È viva e sembra non avere conseguenze fisiche. Per molti, la profezia è semplicemente fallita. Per Natuzza, invece, quelle sette ore hanno cambiato tutto.

Il racconto del Paradiso e la missione ricevuta da Gesù

Al risveglio Natuzza dice di essersi trovata in un luogo bellissimo, immerso in una luce dai mille colori. Racconta di aver visto persone sollevate da terra, disposte in lunghe file e raccolte in preghiera. Sostiene di essere arrivata al cospetto di Gesù e di aver ricevuto un compito preciso: “Portare a Lui le anime. Amare e compatire. Amare e soffrire”. Non parla di potere, fama o riconoscimenti. La missione che descrive è fatta di ascolto e sacrificio. È l’impegno a caricarsi delle sofferenze degli altri e a offrire una parola a chi non riesce più a trovarla. La biografia della Fondazione Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime identifica proprio in quella esperienza l’origine della vocazione spirituale di Natuzza. Lei stessa chiamerà il 26 luglio 1940 “il Giorno della Promessa” e lo ricorderà come “il più bello della mia vita”. La promessa non è quella di essere creduta. È quella di dedicarsi agli altri.

Il sospetto, il ricovero e l’obbedienza alla Chiesa

Il mancato avverarsi della morte annunciata alimenta lo scetticismo. C’è chi considera Natuzza una visionaria e chi ritiene che tutto sia stato provocato dall’autosuggestione. Anche il vescovo Albera mantiene una posizione prudente e informa nuovamente padre Gemelli. Nel 1941 la ragazza viene ricoverata per due mesi nell’ospedale psichiatrico di Reggio Calabria. Accetta il trasferimento per obbedienza al vescovo, pur continuando a dichiararsi sana. Il direttore della struttura, Annibale Puca, interpreta le manifestazioni all’interno di un quadro isterico.

Il ricovero, però, non chiude la vicenda. Natuzza torna alla sua vita, si sposa con Pasquale Nicolace, diventa madre di cinque figli e continua a riferire esperienze mistiche. Nel tempo cresce soprattutto il numero delle persone che si rivolgono a lei per confidarle lutti, malattie, paure e problemi familiari. Non apre uno studio, non chiede denaro e non si attribuisce poteri. Riceve la gente in casa, spesso per ore, dopo essersi occupata del marito e dei figli. A Paravati arrivano operai e professionisti, sacerdoti e politici, persone comuni e volti conosciuti. Per tutti, o quasi, diventa “Mamma Natuzza”. È questa dimensione quotidiana, più ancora dei fenomeni straordinari, a costruire la sua fama: una donna analfabeta capace di parlare con semplicità al dolore degli altri.

Dalla promessa alla Villa della Gioia

Il Giorno della Promessa non rimane soltanto un ricordo personale. Alcuni anni prima di morire, Natuzza confida a don Pasquale Barone che durante quelle sette ore avrebbe visto anche le opere destinate a sorgere a Paravati. Nel 1944 racconta una nuova apparizione della Madonna e parla di una grande chiesa dedicata al Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime, circondata da strutture destinate ad accogliere anziani, ammalati e persone fragili.

Nel 1987 nasce l’associazione che diventerà poi Fondazione. Quel progetto, giudicato per decenni troppo grande per un piccolo centro del Vibonese, prende progressivamente forma nella Villa della Gioia. La chiesa viene aperta al culto nel 2022 e successivamente elevata a santuario diocesano. Quello che nel 1940 sembrava il racconto confuso di una domestica adolescente diventa così un’opera religiosa e assistenziale capace di attirare a Paravati pellegrini provenienti da tutta Italia.

La causa di beatificazione ancora in corso

Natuzza muore il 1° novembre 2009, nel giorno di Ognissanti, all’età di 85 anni. Dieci anni dopo, il 6 aprile 2019, si apre ufficialmente la fase diocesana della causa di beatificazione e le viene attribuito il titolo di Serva di Dio. L’avvio del procedimento non costituisce un riconoscimento automatico delle apparizioni o dei fenomeni straordinari, ma apre l’esame formale della sua vita, delle virtù e della fama di santità. Nel maggio 2026 il vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, monsignor Attilio Nostro, ha precisato che la causa sta proseguendo secondo le norme della Chiesa, in collaborazione con il Dicastero delle Cause dei Santi. Ogni eventuale decisione sulle virtù eroiche e sul successivo titolo di Venerabile spetterà esclusivamente alla Santa Sede. È una precisazione importante: la devozione popolare corre spesso più velocemente dei processi canonici. La Chiesa, invece, chiede prudenza, documenti e testimonianze, senza anticipare l’esito del procedimento.

Quelle sette ore che cambiarono Paravati

A distanza di 86 anni, nessuno può restituire con certezza scientifica ciò che avvenne nella casa dei Colloca. Si può discutere sulla natura di quel sonno, sulle diagnosi dell’epoca e sul significato delle visioni raccontate dalla ragazza. Resta però un dato che appartiene alla storia della Calabria: da quelle sette ore iniziò il cammino di una donna capace di trasformare Paravati in un luogo conosciuto ben oltre i confini regionali e di raccogliere attorno a sé migliaia di persone in cerca di conforto. Il 26 luglio 1940 Natuzza non morì. Si risvegliò con una promessa. E trascorse il resto della sua vita cercando di mantenerla.

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