Il blocco dei rifornimenti a Taranto e cinque giorni di fermo dell’autotrasporto in Calabria rischiano di mettere sotto pressione la distribuzione delle merci e dei carburanti nel Mezzogiorno. In Puglia le conseguenze sono già visibili: gli ingressi della raffineria Eni, interessati dalla protesta dei lavoratori dell’ex Ilva, sono diventati un punto critico per gli approvvigionamenti. In Calabria, intanto, Fedralog ha confermato lo stop dal 16 al 20 ottobre delle imprese aderenti.
Sono mobilitazioni diverse, con ragioni e modalità proprie, che possono però avere effetti sulla stessa rete di rifornimenti. Da una parte il carburante che deve raggiungere distributori e servizi essenziali; dall’altra i camion che trasportano alimenti, materiali e prodotti destinati alle attività commerciali.
Taranto, il blocco tocca un nodo che rifornisce anche la Calabria
La protesta dei lavoratori dell’ex Ilva si è estesa agli accessi della raffineria Eni di Taranto, ostacolando il movimento dei rifornimenti. Nella comunicazione del 13 ottobre, l’azienda ha segnalato la carenza di carburante negli aeroporti di Bari e Brindisi e l’esaurimento delle scorte in oltre cinquanta dei circa trecento punti vendita della rete interessata. La raffineria alimenta un sistema di distribuzione che serve ampie aree della Puglia, della Basilicata e della Calabria, comprese stazioni di servizio di diverse compagnie e operatori terzi. Fra i destinatari ci sono anche i servizi di pubblica utilità e i mezzi di emergenza e soccorso.
Eni ha precisato che l’impianto era ancora in marcia regolare e in sicurezza. Il blocco degli ingressi, dunque, non equivale a una fermata già avvenuta della produzione. L’azienda ha però avvertito che il mancato arrivo dei gas tecnici e dei prodotti necessari alle lavorazioni potrebbe rendere necessario programmare lo spegnimento degli impianti. Per la Calabria il rischio riguarda quindi un collegamento concreto della filiera dei carburanti. Le informazioni disponibili non documentano, al momento, distributori calabresi rimasti senza scorte a causa della protesta di Taranto.
Dal 16 ottobre il fermo dell’autotrasporto calabrese
Il secondo fronte si aprirà venerdì 16 ottobre, con il fermo regionale annunciato da Fedralog fino a martedì 20 ottobre. L’associazione chiama alla mobilitazione gli autotrasportatori calabresi e punta a fermare i mezzi delle imprese aderenti, nel rispetto dei servizi essenziali e delle eccezioni previste dalla normativa. Alla base della decisione c’è una crisi che, secondo la categoria, sta consumando la liquidità delle aziende. Carburante, personale, assicurazioni, manutenzione e rate dei camion pesano sui bilanci, mentre le tariffe di trasporto non consentirebbero, in molti casi, di recuperare i costi. Fedralog mantiene aperto il confronto con le istituzioni, ma sostiene che finora non siano arrivate risposte sufficienti a superare le ragioni del fermo. La partecipazione, precisa l’associazione, dovrà essere pacifica, ordinata e rispettosa della sicurezza.
Consegne a rischio: gli effetti dipenderanno dalle adesioni
Il confronto alla Cittadella regionale con l’assessore Antonio Montuoro non ha portato alla revoca della mobilitazione. Il consigliere regionale di Fedralog Girolamo Giovinazzo ha spiegato che per diverse imprese manca ormai la liquidità necessaria a mantenere i mezzi in circolazione. La categoria ha richiamato anche le possibili conseguenze sui rifornimenti alimentari. L’avvio di una consulta come tavolo tecnico è stato accolto positivamente, ma non è stato considerato una soluzione immediata alle difficoltà economiche.
L’entità dei disagi dipenderà dalle adesioni, dalle scorte disponibili e dalle possibilità di organizzare trasporti alternativi. Il fermo annunciato non consente di prevedere una paralisi totale della Calabria o dell’intero Sud. Rende però concreta la possibilità di ritardi nelle consegne, soprattutto se la mobilitazione dovesse coinvolgere una parte consistente delle imprese.
Anche le cave denunciano il peso del gasolio
L’aumento dei costi investe anche la filiera estrattiva. Marcello Ferraro Restagno, presidente nazionale di Federcave, ha denunciato il rincaro seguito al ritorno dell’accisa ordinaria: “Dal 6 ottobre il ritorno all’accisa ordinaria ha comportato un aumento di circa 6,1 centesimi al litro, iva compresa, rispetto al precedente regime agevolato”.
La federazione contesta inoltre l’esclusione dalle agevolazioni sul gasolio impiegato come forza motrice dei mezzi d’opera gommati immatricolati e muniti di targa. Una lettura contestata anche da Ance, che richiama un precedente orientamento favorevole al beneficio in determinate condizioni. Federcave chiede il ripristino delle agevolazioni per i mezzi che operano stabilmente nei siti estrattivi e strumenti più efficaci per adeguare i prezzi degli appalti. Il problema, sottolinea la categoria, si trasferisce dalle cave ai trasporti, ai materiali da costruzione e ai cantieri, mentre i contratti già sottoscritti rendono difficile recuperare rapidamente i maggiori oneri.














