30 Ottobre 2026
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‘Ndrangheta, sei smartphone e cinquemila telefonate dal carcere: la Dda chiede altri 16 anni per il boss di Tropea Antonio La Rosa

La Dda di Catanzaro chiede una pena pesante nel filone abbreviato. Al centro del processo Call Me sei smartphone, cinque schede telefoniche e quasi cinquemila conversazioni clandestine

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Sedici anni di reclusione. È la pena chiesta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nei confronti di Antonio La Rosa, 64 anni, conosciuto negli ambienti criminali come “Ciondolino”, considerato dagli investigatori il vertice dell’omonima cosca di ’ndrangheta radicata a Tropea, sulla costa vibonese.
La richiesta è stata formulata dal pubblico ministero Irene Crea al termine della requisitoria nel processo nato dall’operazione antimafia “Call Me”, che si celebra con rito abbreviato davanti al giudice dell’udienza preliminare distrettuale di Catanzaro.
Al centro dell’inchiesta c’è un interrogativo che gli investigatori hanno cercato di ricostruire attraverso migliaia di conversazioni: come riusciva un esponente di vertice della ’ndrangheta a mantenere contatti con l’esterno nonostante la detenzione?
La risposta dell’accusa è contenuta in un sistema di telefoni cellulari, schede intestate a terze persone e collegamenti con familiari e conoscenti. Un meccanismo che, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe consentito a La Rosa di continuare a comunicare dal carcere.

Sei smartphone e cinquemila conversazioni: il carcere che non interrompeva i contatti

L’inchiesta, coordinata dai magistrati della Dda di Catanzaro Irene Crea, Andrea Buzzelli e Annamaria Frustaci e condotta dalla Guardia di Finanza di Vibo Valentia, ha ricostruito una fitta rete di comunicazioni che sarebbero state effettuate durante il periodo di detenzione.
Secondo gli investigatori, Antonio La Rosa avrebbe avuto a disposizione sei smartphone e cinque schede telefoniche, queste ultime intestate a cittadini stranieri e attivate fuori dalla Calabria.
Un apparato tecnologico clandestino che avrebbe consentito di aggirare le restrizioni previste dal regime carcerario ordinario.
Gli accertamenti avrebbero individuato quasi cinquemila conversazioni non autorizzate, attraverso le quali il detenuto sarebbe rimasto in contatto con familiari e altre persone all’esterno dell’istituto penitenziario.
Le condotte contestate riguardano il periodo in cui La Rosa si trovava nel carcere di Avellino, tra il 22 ottobre 2020 e il 21 maggio 2021. Attualmente il 64enne è detenuto in regime di 41 bis, il cosiddetto carcere duro.

Le ricariche telefoniche e il falso profilo Facebook

La ricostruzione della Guardia di Finanza si concentra anche sul ruolo che avrebbero avuto alcune persone esterne al carcere.
Tra queste figurano Loredana Molina e Carmela La Torre, entrambe imputate in un distinto procedimento davanti al Tribunale di Vibo Valentia.
Secondo l’ipotesi accusatoria, le due donne si sarebbero occupate di effettuare ricariche telefoniche destinate al detenuto e di predisporre un profilo Facebook fittizio che La Rosa avrebbe potuto utilizzare per comunicare attraverso il social network.

Un sistema che, nella prospettazione della Procura, avrebbe garantito al presunto vertice della cosca la possibilità di mantenere rapporti con l’esterno nonostante la privazione della libertà personale.
Si tratta di circostanze oggetto delle contestazioni giudiziarie, sulle quali non è ancora intervenuta una sentenza definitiva nell’ambito del procedimento Call Me.

Dall’associazione mafiosa all’estorsione: le accuse della Dda

Il quadro accusatorio nei confronti di Antonio La Rosa comprende diversi reati. La Procura distrettuale contesta al 64enne l’associazione mafiosa, l’accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di detenuti, con l’aggravante mafiosa, e un’ipotesi di estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Quest’ultima contestazione riguarda il titolare di una pizzeria di Tropea, che secondo l’accusa sarebbe stato vittima di una condotta estorsiva.
Nel procedimento compare inoltre l’ipotesi di trasferimento fraudolento di valori, contestata in concorso con la figlia Cristina La Rosa.
È su questo complesso di accuse che il pubblico ministero Irene Crea ha formulato la richiesta di 16 anni di reclusione.
La difesa di La Rosa è affidata all’avvocato Giovanni Vecchio. Sarà il giudice a valutare le contestazioni, le prove raccolte e gli argomenti difensivi prima di pronunciare la sentenza.

Da Rinascita Scott a Peter Pan: le precedenti condanne definitive

Il nome di Antonio La Rosa attraversa alcune delle principali inchieste antimafia che hanno interessato il territorio di Tropea e il comprensorio vibonese.
Il 64enne era stato arrestato il 19 dicembre 2019, nell’ambito della maxioperazione Rinascita Scott, coordinata dalla Dda di Catanzaro, che aveva colpito numerose articolazioni della ’ndrangheta vibonese.
Per quel procedimento La Rosa ha riportato una condanna definitiva a 16 anni di reclusione.
Il suo coinvolgimento nelle vicende giudiziarie della criminalità organizzata tropeana risale tuttavia a diversi anni prima.
Già nell’operazione “Peter Pan”, eseguita nel dicembre 2012 dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia, gli investigatori avevano ricostruito l’esistenza e l’operatività della cosca La Rosa.
Quel procedimento si è concluso con sentenze definitive che hanno riconosciuto la natura mafiosa dell’organizzazione e registrato una condanna anche nei confronti di Antonio La Rosa.
Le precedenti condanne sono definitive, mentre le accuse formulate nell’inchiesta Call Me restano sottoposte al vaglio della magistratura giudicante.

Call Me, 46 imputati e tre percorsi processuali

L’operazione Call Me ha coinvolto complessivamente 46 imputati, le cui posizioni sono state successivamente suddivise in diversi procedimenti.
La posizione di Antonio La Rosa è stata stralciata rispetto a quella degli altri imputati. Il 64enne ha scelto di essere giudicato con il rito abbreviato, procedimento che si celebra allo stato degli atti e che prevede, in caso di condanna, una riduzione della pena di un terzo.
Un altro troncone del procedimento si sta celebrando con rito ordinario davanti al Tribunale di Vibo Valentia e riguarda 21 imputati, tra i quali figurano anche familiari di La Rosa.
Altre posizioni vengono invece esaminate in un distinto procedimento con rito abbreviato.

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