27 Ottobre 2026
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Slot truccate nel Cosentino, l’ipotesi degli investigatori: “Fino all’80% delle giocate fuori dalla rete”

Nell’inchiesta coordinata dalla Procura di Cosenza, le schede clonate avrebbero consentito di sottrarre alla contabilizzazione nazionale gran parte delle giocate

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Le anomalie registrate durante i controlli sulle slot machine avrebbero rappresentato uno dei primi segnali di un sistema di gioco parallelo nel Cosentino. Contatori apparentemente fermi, incassi troppo bassi e dispositivi con possibili vani nascosti sono alcuni degli elementi che hanno attirato l’attenzione dei funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm), contribuendo allo sviluppo dell’indagine coordinata dalla Procura di Cosenza.

L’inchiesta, diretta dal procuratore Vincenzo Capomolla e affidata al pm Antonio Bruno Tridico, ipotizza l’esistenza di un’organizzazione capace di alterare il funzionamento degli apparecchi da intrattenimento attraverso schede elettroniche illecite e sistemi di commutazione. I dettagli dell’attività investigativa sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa dai carabinieri del Comando provinciale di Cosenza, che hanno lavorato insieme all’Adm.

Il presunto accordo tra il funzionario Adm e l’imprenditore

Secondo l’ipotesi accusatoria, Francesco Gaudio, funzionario dell’Agenzia dei Monopoli a Cosenza, avrebbe passato informazioni riservate all’imprenditore Gianni Spadafora, indicato dagli inquirenti come figura centrale del presunto sodalizio. L’organizzazione avrebbe avuto il compito di procurare le schede alterate, conservarle e gestirne l’impiego, oltre a occuparsi dell’installazione e della rimozione dei dispositivi. Per gli investigatori, il rapporto tra il funzionario e l’imprenditore sarebbe stato fondato su un presunto scambio corruttivo: da una parte, notizie su ispezioni e controlli; dall’altra, compensi economici.

Stando alla ricostruzione dell’accusa, Spadafora avrebbe promesso e versato a Gaudio 2.000 euro al mese, ai quali si sarebbero aggiunti pagamenti variabili in base ai profitti illeciti ricavati dagli apparecchi Awp modificati e dalla raccolta delle scommesse. Le intercettazioni avrebbero inoltre documentato l’utilizzo di espressioni convenzionali per concordare i pagamenti. In questo linguaggio, l’espressione «mezza dose» sarebbe stata utilizzata per indicare mille euro.

Gli altri presunti componenti e la gestione degli apparecchi alterati

Nell’ipotesi investigativa, il gruppo avrebbe coinvolto anche Pino Tenuta, Andrea Montalto, Fabrizio Gioia, Gianluca Iaccino, Giorgio Basile e Guanito Greco. I loro ruoli sarebbero stati collegati alle operazioni sugli apparecchi: dalla manutenzione all’installazione, fino alla rimozione, al ripristino e all’occultamento dei sistemi alterati. Grazia Romano e Carmine Galizia, entrambi originari della Campania, sarebbero invece stati individuati dagli inquirenti come presunti fornitori esterni delle schede utilizzate per modificare le slot. Tra gli elementi raccolti figurerebbero anche dispositivi elettronici e documentazione contabile. Il materiale avrebbe contribuito, secondo gli investigatori, a delineare i rapporti tra i soggetti coinvolti e le modalità operative del presunto sistema.

Sequestri e dichiarazioni, gli elementi raccolti dalla Procura

Durante la conferenza stampa, il procuratore Capomolla ha richiamato l’importanza delle dichiarazioni rese da alcuni indagati, che avrebbero aiutato a ricostruire il funzionamento dell’attività contestata. Le indagini avrebbero permesso di individuare l’impiego di schede clonate in grado di sottrarre alla contabilizzazione della rete nazionale una parte consistente delle giocate effettuate negli esercizi commerciali: secondo la ricostruzione investigativa, tra il 70 e l’80% delle giocate.

Un altro passaggio significativo sarebbe stato il sequestro di telefoni cellulari, tablet e computer riconducibili a Spadafora. Dall’analisi dei dispositivi sarebbero emersi ulteriori elementi indiziari, compresi dati e schede contabili che sarebbero stati condivisi con il funzionario dell’Adm. Per gli inquirenti, il complesso degli elementi acquisiti avrebbe contribuito a ricostruire l’esistenza di un presunto sodalizio e a definire i rapporti tra i partecipanti.

Tre controlli decisivi: i segnali che non tornavano

A indirizzare gli approfondimenti sarebbero state soprattutto tre verifiche effettuate dagli operatori dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Nel primo caso, all’interno di una sala giochi, gli ispettori avrebbero notato una pulizia insolita sotto gli apparecchi, interpretata come un possibile indizio di spostamenti recenti. Durante l’ispezione di una macchina sarebbe stato inoltre trovato un doppiofondo contenente un biglietto. Un secondo elemento di sospetto avrebbe riguardato gli incassi: gli importi registrati risultavano talmente bassi da far ipotizzare che gli apparecchi fossero rimasti spenti o non avessero contabilizzato regolarmente le giocate.

Nel corso di ulteriori verifiche in altre sale, gli addetti avrebbero riscontrato una dinamica simile: i contatori risultavano fermi prima dell’ispezione, per poi riprendere a registrare proprio durante l’accesso. Eppure, nonostante le anomalie nei flussi di gioco, gli apparecchi non avrebbero mostrato manomissioni immediatamente rilevabili. Le incongruenze sono state quindi trasmesse all’Ufficio Controlli Giochi dell’Adm a Roma. Le successive analisi tecniche avrebbero confermato i sospetti maturati durante le verifiche sul territorio, offrendo nuovi elementi all’indagine sul presunto sistema di slot alterate nel Cosentino.

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