La richiesta di Sergio Barbuto di costituire un gruppo autonomo di Sinistra Italiana nel Consiglio comunale di Vibo Valentia incontra il parere contrario del Viminale. Dopo la rottura con i Progressisti, il consigliere aveva rivendicato la possibilità di rappresentare il partito attraverso un gruppo composto da lui soltanto. Il ministero dell’Interno, esaminata la questione sottoposta dal Comune, ritiene invece che quella strada non sia percorribile nella situazione descritta. La conclusione è contenuta nella nota della Direzione centrale per le Autonomie e indirizzata alla Prefettura di Vibo Valentia: “Per i motivi sopra evidenziati e per la situazione così come prospettata dall’ente non sembra sia possibile, per il consigliere fuoriuscito dal gruppo, costituire un gruppo unipersonale”.
Una valutazione che dà sostegno alla contestazione regolamentare avanzata da Liberamente Progressisti, il movimento guidato da Antonio Lo Schiavo. Il documento contiene però anche una precisazione: la disciplina dei gruppi appartiene all’autonomia locale e spetta al Consiglio comunale interpretare le norme che si è dato.
La rottura con i Progressisti e la richiesta arrivata a Roma
La vicenda nasce dall’uscita di Barbuto dal gruppo nel quale era stato eletto alle Comunali del 2024. Come ricostruisce il ministero, la lista “Progressisti per Vibo” aveva ottenuto due seggi e il suo contrassegno comprendeva gli elementi identificativi di Liberamente Progressisti e di Alleanza Verdi Sinistra, con Europa Verde e Sinistra Italiana. Con una comunicazione del 6 agosto 2026, Barbuto aveva annunciato al presidente del Consiglio comunale le dimissioni dal gruppo di appartenenza e la contestuale volontà di costituire un gruppo unipersonale denominato “Sinistra Italiana/AVS”. La denominazione era stata successivamente rettificata in “Sinistra Italiana”, mantenendo il logo del partito.
Il 9 settembre, il presidente del Consiglio comunale e il segretario generale avevano quindi chiesto al ministero quale fosse la corretta applicazione dell’articolo 15 del regolamento consiliare: poteva un consigliere uscito dal proprio gruppo crearne uno autonomo, facendo valere l’appartenenza a una formazione con rappresentanza regionale, quando il relativo simbolo era già presente nella lista in cui era stato eletto?
Il Viminale: l’uscita dal gruppo conduce al misto
Il regolamento distingue più situazioni. I consiglieri eletti nella stessa lista costituiscono un gruppo indipendentemente dal loro numero. Per formarne uno non corrispondente ad alcuna lista occorrono almeno due consiglieri, con una deroga che consente il gruppo unipersonale quando il consigliere appartiene a una formazione politica con rappresentanza regionale o costituita in gruppo al Consiglio regionale. Era questa la disposizione sulla quale poggiava la richiesta di Barbuto. Il ministero richiama però anche il comma 3, che disciplina l’uscita dal gruppo originario e prevede l’adesione al misto.
Nel parere si legge: “Dalla lettura dei citati commi sembrerebbe che la questione rappresentata rientri nell’ipotesi prevista dal comma 3, in quanto il consigliere eletto nella lista ‘Progressisti per Vibo’ ha comunicato le dimissioni dal detto gruppo consiliare e tale manifestazione di volontà ha come conseguenza quella di dover aderire al gruppo misto”.
Per gli uffici ministeriali, dunque, il richiamo alla rappresentanza regionale non risolve la questione. La deroga invocata presuppone infatti la costituzione di un gruppo non corrispondente ad alcuna lista: una condizione che, nella ricostruzione del Viminale, non ricorre nel caso sottoposto dal Comune.
Il simbolo già presente nella lista e il rischio di duplicazione
Il passaggio successivo chiarisce perché la richiesta trovi un ostacolo proprio nella composizione originaria di Progressisti per Vibo: “Sul punto si segnala che l’articolo 15 non prevede la contemporanea presenza di due gruppi consiliari che siano espressione di una medesima forza politica”, scrive il ministero.
Il documento osserva che il nuovo gruppo avrebbe il programma politico e il simbolo di Sinistra Italiana, già contenuti, insieme a quelli di altri partiti, nel programma e nel contrassegno della lista elettorale originaria. La questione, quindi, non si esaurisce nel numero dei componenti: riguarda anche il rapporto fra il gruppo che si vorrebbe creare e la lista dalla quale proviene il consigliere. Su questo terreno Liberamente Progressisti aveva contestato la legittimità dell’operazione, attraverso una presa di posizione di Marika Varvaglione, rappresentante legale della lista. Il parere ministeriale offre ora un sostegno a quella contestazione.
Lo scontro politico e la difesa di Sinistra Italiana
La separazione aveva aperto una polemica sui rapporti fra il movimento di Lo Schiavo e Sinistra Italiana. Il segretario provinciale Fortunato Petrolo aveva difeso Barbuto, sostenendo che fosse già iscritto al partito e che avesse confermato l’adesione per il 2026. Nella sua ricostruzione, la scelta del consigliere rispondeva alla volontà di rendere riconoscibile in aula un’appartenenza politica già esistente. Petrolo aveva inoltre ribadito il sostegno alla maggioranza del sindaco Enzo Romeo.
Il parere del Viminale riguarda però una questione diversa dall’iscrizione al partito: la possibilità di tradurre quell’appartenenza in un nuovo gruppo consiliare, dopo l’uscita dalla formazione nella quale Barbuto era stato eletto. Ed è su questa possibilità che la risposta ministeriale è negativa, nei termini e sulla base dei fatti rappresentati dal Comune.
La competenza resta al Consiglio comunale
Nella parte conclusiva della nota, il ministero ribadisce che “solo il consiglio comunale, nella sua autonomia ed in quanto titolare della competenza a dettare le norme cui conformarsi in tale materia, è abilitato a fornire un’interpretazione delle norme di cui lo stesso si è dotato”. In altri termini: un parere contrario al gruppo autonomo richiesto da Barbuto, con la competenza interpretativa lasciata all’assemblea comunale. La contestazione dei Progressisti trova un riscontro nella lettura del Viminale; la gestione istituzionale della vicenda resta a Palazzo Luigi Razza.













