5 Settembre 2026
5 Settembre 2026
spot_img

Malore fatale in spiaggia, Colangelo: “La cardioprotezione non può essere la battaglia solitaria di pochi”

Il cardiologo originario di Lamezia Terme, che vive e lavora in Campania, torna a denunciare l'assenza di una strategia strutturale sulla cardioprotezione: "Combattere l'arresto cardiaco è un dovere sociale. Non basta inaugurare defibrillatori e poi dimenticarli. Servono formazione, controlli, accessibilità dei DAE e una grande opera di sensibilizzazione"

spot_img
spot_img

La morte di un bagnante colto da un malore in Calabria riporta drammaticamente al centro dell’attenzione il tema della cardioprotezione delle spiagge e dei luoghi ad alta affluenza. A intervenire è il cardiologo Giuseppe Colangelo, originario di Lamezia Terme, che, pur vivendo e lavorando in Campania, mantiene un forte legame con la Calabria, testimoniato dalle numerose iniziative di prevenzione e sensibilizzazione promosse negli anni insieme all’associazione Calabria Cardioprotetta, di cui è presidente onorario.

Una visione limitata

Cardiologo stimato in Campania e conosciuto anche fuori regione per il suo impegno nella prevenzione cardiovascolare e nella diffusione della cultura dell’emergenza, Colangelo ha fatto della cardioprotezione una vera battaglia civile. Solo pochi giorni fa aveva lanciato l’ennesimo appello alle istituzioni chiedendo una mappatura pubblica e aggiornata dei defibrillatori, DAE funzionanti e immediatamente accessibili, controlli periodici dei dispositivi e una formazione capillare della popolazione: “Il primo pensiero va alla vittima e alla sua famiglia. Non sappiamo se, nel caso specifico, la presenza o l’utilizzo tempestivo di un defibrillatore avrebbe potuto modificare l’esito. Sarebbe scorretto affermarlo senza conoscere le cause del decesso e la dinamica completa dei soccorsi. Ma questa necessaria prudenza non può diventare l’alibi per continuare a ignorare un problema noto e segnalato da anni”. Colangelo denuncia soprattutto una concezione della cardioprotezione troppo spesso limitata all’acquisto e all’inaugurazione dei dispositivi: “Non basta comprare un defibrillatore, tagliare un nastro, scattare una fotografia e pubblicare un comunicato stampa. Troppi DAE vengono inaugurati e poi dimenticati: dispositivi non sottoposti a controlli periodici, con batterie scariche o piastre scadute, collocati in luoghi chiusi o comunque non immediatamente accessibili. Un defibrillatore inutilizzabile nel momento dell’emergenza è soltanto un’illusione di sicurezza”.

Sensibilizzare la società civile

Di recente il cardiologo ha sostenuto personalmente le spese per ripristinare un DAE pubblico sul lungomare Falcone-Borsellino di Lamezia Terme, luogo frequentato quotidianamente da cittadini e numerose persone che praticano attività sportiva. All’iniziativa erano presenti soltanto dodici persone. Nessun rappresentante delle istituzioni: “Non cercavo passerelle, applausi o riconoscimenti. Ma quell’immagine deve farci riflettere: un cittadino sostiene a proprie spese il ripristino di un dispositivo salvavita pubblico, partecipano dodici persone e le istituzioni sono assenti. Poi, quando accade una tragedia, improvvisamente torniamo tutti a parlare di prevenzione”. Secondo Colangelo, il problema non può essere risolto esclusivamente aumentando il numero dei defibrillatori presenti sul territorio: “Possiamo installare migliaia di DAE, ma se i cittadini non sanno riconoscere un arresto cardiaco, chiamare tempestivamente i soccorsi, iniziare il massaggio cardiaco e utilizzare il defibrillatore, avremo risolto soltanto una parte del problema”. Da qui la richiesta di una vera e capillare opera di sensibilizzazione capace di coinvolgere tutti i settori della società civile: scuole, università, aziende, associazioni, società sportive, stabilimenti balneari, parrocchie, luoghi di lavoro, forze dell’ordine e amministrazioni pubbliche: “Dobbiamo educare un intero Paese all’arresto cardiaco. Nei primi minuti, prima dell’arrivo dei soccorsi, la vita di una persona è spesso nelle mani di chi si trova accanto a lei. Dobbiamo trasformare milioni di cittadini da semplici spettatori a potenziali soccorritori”. Per il cardiologo servono programmi permanenti di formazione, campagne pubbliche di sensibilizzazione, una mappatura aggiornata dei DAE, verifiche periodiche della loro efficienza e dispositivi realmente accessibili in caso di emergenza. Ma Colangelo non si limita agli appelli pubblici. È conosciuto anche per un’abitudine che rappresenta concretamente il senso della sua battaglia: porta sempre con sé un defibrillatore: “Il DAE viaggia con me. Lo porto sempre con me perché l’arresto cardiaco non avvisa, non sceglie il luogo e non aspetta l’arrivo dei soccorsi”.

Non delegare

Una scelta che il cardiologo sintetizza con un’espressione diventata il simbolo del suo impegno: “Considero il defibrillatore un’arma. Ma un’arma particolare: un’arma che salva e non uccide”. Per Colangelo, portare con sé un DAE significa testimoniare concretamente che ogni cittadino formato può diventare parte della catena della sopravvivenza: “Viviamo in una società nella quale siamo abituati a proteggerci da tanti rischi, ma continuiamo a sottovalutare una delle emergenze tempo-dipendenti più drammatiche. Ogni minuto senza rianimazione e senza defibrillazione, quando indicata, riduce le possibilità di sopravvivenza. Avere un DAE disponibile significa avere una possibilità in più di salvare una vita”. La cardioprotezione, sottolinea Colangelo, non può essere delegata soltanto ai medici, agli infermieri, al sistema dell’emergenza sanitaria, alle associazioni o alla buona volontà di pochi cittadini: “Le istituzioni devono assumersi le proprie responsabilità e passare dalle dichiarazioni ai fatti”. Colangelo assicura che continuerà a impegnarsi per diffondere la cultura della cardioprotezione in Calabria e nel resto del Paese: “La Calabria è la mia terra e continuerò a fare la mia parte, anche quando gli appelli rimangono inascoltati, la partecipazione è scarsa e le istituzioni sono assenti. Continuerò a portare con me il mio DAE, la mia arma che salva e non uccide. Ma combattere l’arresto cardiaco non può essere la battaglia solitaria di pochi. È un dovere sociale. Non servono altri comunicati dopo le tragedie: servono formazione, organizzazione e decisioni prima che accadano. La prevenzione non può aspettare i tempi della politica. La cardioprotezione non può aspettare la prossima tragedia».

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

ARTICOLI CORRELATI

spot_img

ULTIME NOTIZIE

spot_img
× Sponsor