Cinquant’anni fa la Provincia di Vibo Valentia non esisteva ancora. Esisteva, però, già sulla carta: dieci pagine depositate al Senato, una nuova circoscrizione disegnata comune per comune e un progetto politico destinato a impiegare altri sedici anni prima di diventare realtà.
Era il 29 luglio 1976 quando il senatore democristiano Antonino Murmura comunicò alla presidenza del Senato il disegno di legge numero 83, intitolato “Istituzione della Provincia di Vibo Valentia”. La proposta immaginava un ente formato da 47 comuni, 90 frazioni e circa 180mila abitanti, distribuiti su una superficie di 1.049 chilometri quadrati. Nel documento, Murmura descriveva una Calabria schiacciata dentro confini amministrativi considerati ormai “superati e anacronistici”, incapaci di seguire i cambiamenti economici, sociali e territoriali avvenuti nel corso del Novecento.
Una Calabria divisa in appena tre province
Nel 1976 la Calabria contava 410 comuni e quasi due milioni di abitanti, ma era suddivisa soltanto tra le province di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria. La sola provincia di Catanzaro si estendeva per 5.245 chilometri quadrati, comprendeva 159 comuni e amministrava oltre 712mila persone.
Molti centri distavano più di cento chilometri dal capoluogo. Raggiungere gli uffici provinciali significava affrontare strade difficili, collegamenti insufficienti, costi e lunghe attese. Era proprio la distanza da Catanzaro una delle motivazioni ricorrenti nelle deliberazioni con cui i Comuni del Vibonese chiedevano la nascita della nuova Provincia.
Il ddl sosteneva che l’accesso difficoltoso ai capoluoghi frenasse le relazioni istituzionali, rallentasse le pratiche e contribuisse alla depressione economica delle aree periferiche. La Provincia veniva quindi presentata come uno strumento per avvicinare lo Stato ai cittadini, distribuire meglio i servizi e riconoscere al territorio una propria rappresentanza politica. Argomentazioni scritte mezzo secolo fa, ma che conservano una sorprendente attualità in una regione dove mobilità, collegamenti e accesso ai servizi continuano a segnare la distanza tra i territori.
La Provincia immaginata da Murmura
La nuova circoscrizione avrebbe dovuto comprendere 47 comuni del Vibonese, dalla costa tirrenica alle Serre, passando per l’altopiano del Poro e le valli dell’Angitola e del Mesima. Dal progetto furono inizialmente esclusi Filadelfia, Francavilla Angitola e Polia. I tre Comuni, pur avendo formalmente chiesto di aderire alla futura Provincia, appartenevano all’ex circondario di Nicastro. Murmura spiegò di averli lasciati fuori per evitare “improduttive polemiche e sterili competizioni”. La scelta sarebbe stata superata nel 1992: i tre centri entrarono nella circoscrizione definitiva, portando a 50 il numero complessivo dei Comuni della Provincia di Vibo Valentia.
Nel disegno del 1976 il territorio veniva descritto come un’area omogenea non soltanto dal punto di vista geografico, ma anche economico e culturale. Il documento richiamava la vocazione agricola del Poro, le produzioni delle colline e della costa, le attività artigiane delle Serre, il porto di Vibo Marina e le potenzialità turistiche di Pizzo, Tropea, Capo Vaticano e Nicotera. L’obiettivo era dimostrare che non si stava progettando una “mini-provincia”, ma un ente che avrebbe potuto essere, nelle parole del senatore, “moderno, snello ed efficiente”.
Il precedente storico di Monteleone
La relazione riservava ampio spazio anche alla storia. Murmura ricordava che Monteleone, l’attuale Vibo Valentia, era stata scelta nel 1806 come capoluogo della Calabria Ulteriore durante il periodo francese. La sua posizione centrale, tra il Tirreno e l’Appennino, consentiva di raggiungere più facilmente le diverse aree della Calabria meridionale. Con la riorganizzazione amministrativa del 1816, tuttavia, il territorio venne diviso tra Catanzaro e Reggio e Monteleone perse le funzioni di capoluogo.
Il documento ricordava anche che nel 1935 erano stati costruiti in città alcuni edifici destinati a ospitare gli uffici provinciali. Il progetto, annunciato come imminente, non fu portato a termine a causa degli eventi bellici. Per Murmura, dunque, la nascita della Provincia non rappresentava soltanto una nuova organizzazione amministrativa, ma una sorta di restituzione storica a una città che aveva già esercitato funzioni di governo su un territorio molto più vasto.
Gli uffici avrebbero dovuto aprire nel 1978
Il ddl era estremamente concreto. L’articolo 1 istituiva la Provincia e indicava tutti i Comuni che ne avrebbero fatto parte. L’articolo 2 prevedeva che gli organi e gli uffici iniziassero a funzionare dal 1° gennaio 1978. Il ministro dell’Interno avrebbe dovuto nominare un commissario, mentre Catanzaro e Vibo avrebbero concordato la separazione del patrimonio, del personale, delle attività e delle passività.
Quel calendario, però, rimase sulla carta. La proposta non completò il proprio percorso parlamentare e il Vibonese dovette attendere ancora. L’istanza tornò nelle legislature successive, alimentata dalle deliberazioni dei Comuni e dall’impegno politico e istituzionale dello stesso Murmura.
Il traguardo arrivò sedici anni dopo
La svolta arrivò il 6 marzo 1992, quando il Governo emanò il decreto legislativo numero 253, istituendo ufficialmente la Provincia di Vibo Valentia nell’ambito della Regione Calabria. Il decreto fu pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 1° aprile ed entrò in vigore il 16 aprile 1992. La circoscrizione definitiva comprendeva cinquanta Comuni. Fino alle elezioni del 1995, gli organi della Provincia di Catanzaro continuarono a esercitare le proprie funzioni sull’intero territorio, mentre un commissario seguiva gli adempimenti necessari alla nascita del nuovo ente.
Tra il ddl del 1976 e il decreto del 1992 trascorsero sedici anni. Cinquant’anni dopo quella proposta, le pagine presentate da Murmura restano la testimonianza di una lunga battaglia istituzionale e di un’idea precisa: trasformare il Vibonese da periferia amministrativa in territorio capace di rappresentarsi e governarsi. Il progetto non rispettò la scadenza immaginata per il 1978. Ma anticipò quasi punto per punto la Provincia che sarebbe nata nel 1992. Una Provincia attesa per decenni e costruita, prima ancora che attraverso un decreto, dalla determinazione dei suoi Comuni.











