Negli eserciti in ritirata, avvelenare i pozzi era una consuetudine antica quanto la guerra: si lasciava al nemico la terra e gli si toglieva l’acqua. Il centrodestra di governo, incalzato da settimane di blocchi stradali e cortei, ha rispolverato la tecnica e nel pozzo, stavolta, ha calato un sindaco di provincia, perché chiunque vada ad attingere, dal camionista in presidio allo studente in corteo, ne riporti su un secchio torbido.
Che per un primo cittadino della Sibaritide si siano scomodati addirittura un ministro della Repubblica e il capogruppo alla Camera del principale partito di maggioranza, basta a misurare la posta in gioco.
L’arresto
Mercoledì 28 ottobre i carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza hanno eseguito 41 misure cautelari nell’inchiesta “Ginestra” della Dda di Catanzaro, ventiquattro in carcere e diciassette ai domiciliari. Fra questi ultimi c’era Flavio Stasi, al quale viene contestato lo scambio elettorale politico-mafioso per le comunali del 2024.
Secondo l’accusa un presunto affiliato gli avrebbe procurato una ventina di voti, in un’elezione che il sindaco vinse con 26.793 consensi e oltre dodicimila voti di scarto sull’avversaria.
Le responsabilità saranno accertate nel processo e fino ad allora Stasi resta un indagato, coperto da quella presunzione d’innocenza che l’articolo 27 della Costituzione riconosce a chiunque, sindaci compresi.
Il video e l’Aula
Quattro giorni prima dell’arresto, il 24 ottobre, Stasi era andato a testimoniare la sua solidarietà ad agricoltori e degli autotrasportatori calabresi in lotta contro il caro carburanti, dopo che dal governo erano piovuti sospetti di infiltrazioni criminali nei presidi.
Se chi protestava pacificamente veniva trattato da criminale, aveva scritto Stasi, “ci costituiamo tutti”.
Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha raccolto la frase e l’ha restituita con gli interessi in un video sui social dopo l’operazione contro la ‘ndrangheta nella Sibaritide: gli agricoltori non sono delinquenti, ha scandito, e Stasi non ha avuto bisogno di costituirsi perché sono andati a prenderlo i Ros.
Dopo aver augurato agli arrestati di “provare la loro innocenza”, formula che rovescia con una certa disinvoltura l’onere della prova, il capo del dicastero all’Agricoltura ha chiuso così: “Per ora però l’unica cosa che si è provata è che purtroppo avevo ragione”.
Nelle stesse ore Galeazzo Bignami, in Aula, ha lamentato il silenzio delle opposizioni, ha elencato i leader che avevano sostenuto Stasi in campagna elettorale, da Elly Schlein a Giuseppe Conte, a Pasquale Tridico e Vittoria Baldino ed ha ironizzato sul sindaco che “è stato di parola, anzi sono andati a prenderlo”, chiedendo a Pd e M5s di prendere le distanze da quelle che ha definito “proteste in odore di mafia”.
Un calendario che non torna
La ragione rivendicata dal ministro, a guardare le date, poggia su un calendario sbagliato. L’ordinanza che ha condotto Stasi ai domiciliari, infatti, porta la firma del gip del 30 settembre: redatta cioè quando la protesta dei tir non era ancora iniziata.
I fatti contestati nell’operazione risalgono alla primavera del 2024, i presidi all’autunno del 2026, e fra le due vicende corrono quasi due anni e mezzo senza un solo riscontro che le tenga insieme.
Lo ha fatto notare perfino Antonello Talerico, avvocato che si definisce liberale di area moderata e consigliere comunale a Catanzaro: anche se le accuse a Stasi venissero confermate, ha osservato, nulla dimostrerebbero sulle proteste degli agricoltori.
Il capro della periferia
Resta da capire perché, per sostenere una tesi così fragile, si sia scelto un bersaglio così periferico. La risposta a quanto pare è insita proprio nella periferia.
Il Levitico prescriveva di caricare sul capro le colpe dell’intera comunità e di spingerlo nel deserto.
Un sindaco del Sud, civico, eletto con il sostegno di Pd, M5s e Avs, che nei giorni dei blocchi si era fatto vedere nei presidi, rappresenta il capro ideale: abbastanza lontano da Roma da non avere voce nei salotti televisivi, abbastanza vicino ai leader nazionali da poterli colpire di sponda.
Peraltro, oltre ottantamila abitanti pesano poco sulla bilancia del dibattito nazionale, ma forniscono un nome e un’accusa da accostare ai trattori.
Il fazzoletto del prestigiatore
L’accostamento serviva, perché in queste settimane il governo ha avuto un problema di piazze.
Oggi l’Usb ha proclamato lo sciopero generale, con manifestazioni in oltre cinquanta città.
Davanti a un Paese che fa i conti con la spesa e che non arriva a fine mese, un governo può rispondere a chi protesta oppure insinuare che tra i manifestanti ci sia qualcuno che odori di ‘ndrangheta.
Bignami ha imboccato la seconda strada, con la mossa del prestigiatore che agita il fazzoletto con la destra perché nessuno guardi cosa combina la sinistra: il sospetto su un uomo diventa patente di sospetto per un’intera categoria, e così il caro gasolio esce di scena in punta di piedi.
Mal comune, mezzo gaudio
Poi c’è il secondo movente, più domestico e forse più rivelatore. Chi in casa propria ha qualche imbarazzo giudiziario da gestire ha bisogno di mostrare che anche nella casa di fronte gli armadi siano pieni, secondo la vecchia regola del mal comune mezzo gaudio.
Jasmine Cristallo, della direzione nazionale del Pd, ha ricordato a Bignami lo zelo garantista che lo stesso capogruppo aveva speso per Andrea Delmastro, quando emersero i rapporti societari di quest’ultimo con la figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per reati aggravati dall’agevolazione del clan Senese.
Su Stasi, del resto, Bignami ha concesso in Aula che bisognerà verificare cosa la magistratura riterrà di contestargli, e lo ha fatto nello stesso intervento in cui si domandava se quel “ci costituiamo tutti” fosse stato una confessione.
L’ironia nelle carte
L’ironia più sottile, a ben vedere, sta nelle carte che il centrodestra ha brandito. Stando all’ordinanza, il gruppo rossanese indicava di votare per la coalizione che a Stasi si opponeva, quindi proprio il centrodestra, e il presunto procacciatore si sarebbe mosso per il sindaco di nascosto, in dissenso dalla linea dei suoi.
Il dato, va detto con la stessa cautela che si deve a Stasi, ma in un’Aula dove si contavano con tanta cura gli imbarazzi altrui, nessuno ha ritenuto di leggerlo ad alta voce.
E mentre da Roma si sparava ad alzo zero, in Calabria il presidente della Regione Roberto Occhiuto, che del centrodestra è uno dei volti più noti, ha scelto il registro garantista. Come Stasi aveva fatto con lui.
Una città fuori mappa
A Corigliano Rossano, intanto, la legge Severino ha sospeso il sindaco dalla carica e una città di oltre ottantamila abitanti si è svegliata senza la sua guida.
Oggi si torna in piazza a Roma, Milano, Torino e Bologna, Cosenza e il Viminale ha passato la vigilia a disegnare la mappa delle città a rischio. Corigliano Rossano, su quella mappa, non c’è.













