2 Ottobre 2026
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Nuova intimidazione verbale in aula dal carcere: il boss “Scarpuni” attacca la magistrata antimafia Marisa Manzini

Durante il dibattimento al Tribunale di Salerno, il capomafia ergastolano Pantaleone Mancuso ha scagliato nuove accuse in videoconferenza contro il sostituto procuratore generale di Catanzaro

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La toga simbolo della lotta alla criminalità organizzata calabrese torna a subire le pressioni della mala irriducibile. Nel corso dell’ultima udienza celebrata davanti al Tribunale di Salerno, il boss Pantaleone Mancuso, noto con il soprannome di “Scarpuni”, ha sfruttato lo strumento delle dichiarazioni spontanee per lanciare un nuovo affondo frontale.
Collegato in videoconferenza dal penitenziario de L’Aquila, dove si trova ristretto in regime di ergastolo, il capomafia ha tentato di delegittimare il lavoro investigativo svolto dalla magistrata, oggi in servizio alla Procura generale di Catanzaro.
Nel mirino del detenuto sono finiti i verbali resi dal collaboratore di giustizia Andrea Mantella e le dichiarazioni di Ewelina Pytlarz, ex congiunta del boss. Secondo l’impianto difensivo e polemico esposto in aula dall’imputato, la dottoressa Marisa Manzini avrebbe attribuito credito a ricostruzioni definite “false”, impiegate nei procedimenti che hanno sancito la sua condanna definitiva. Alle contestazioni sui pentiti si sono aggiunti gli attacchi nei confronti di un sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, accusato dal capomafia di aver riferito circostanze non veritiere durante l’istruttoria dibattimentale.

Una vita sotto scorta in prima linea contro i clan vibonesi

Le parole pronunciate nell’aula giudiziaria riaprono una ferita mai rimarginata e riportano al centro dell’attenzione la figura di un magistrato che vive sotto sorveglianza armata da decenni. La carriera della dottoressa Marisa Manzini si è snodata lungo i fronti più caldi della ‘ndrangheta, prima come sostituto procuratore alla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e oggi con ruoli di vertice in Procura generale, seguendo in prima persona le inchieste più complesse sulle consorterie del Vibonese.
Il rapporto giudiziario e di contrapposizione frontale con “Scarpuni” possiede radici profonde, segnate da episodi di palese intolleranza verso le istituzioni. Tra questi spicca il famigerato precedente registrato nel corso del maxi-processo denominato “Black Money”, quando il boss si rivolse direttamente al magistrato con la minaccia esplicita: “Statti zitta ca parrasti assai”, una condotta persecutoria che si è già tradotta in una condanna definitiva per minacce aggravate.

La risposta della pubblica accusa e la trasmissione degli atti

Il nuovo episodio non è passato inosservato agli organi inquirenti presenti in aula, decisi a tracciare un argine invalicabile contro qualsiasi tentativo di condizionamento o delegittimazione istituzionale. La pubblica accusa ha immediatamente formalizzato la richiesta di trasmissione degli atti, sollecitando il Tribunale a inviare i verbali dell’udienza alla Procura competente affinché vengano valutati eventuali profili di illiceità nelle affermazioni del detenuto.
Assistita dall’avvocato Giovanna Fronte, la magistrata continua a godere della solidarietà del mondo giudiziario e delle forze dell’ordine, mentre l’autorità giudiziaria valuterà i provvedimenti necessari per reprimere sul nascere ogni ulteriore tentativo di intimidazione verbale proveniente dai circuiti penitenziari di massima sicurezza.

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