Gianni Letta fa l’amministratore di condominio. Mette Antonio Tajani e Roberto Occhiuto attorno allo stesso tavolo, li ascolta per un’ora e li vede uscire esattamente come sono entrati: il segretario di Forza Italia convinto che il suo vice danneggi il partito con le critiche del libro appena presentato, il governatore della Calabria convinto che a far perdere voti sia la linea del partito.
Nel giro di un giorno, nel vocabolario di Occhiuto, Forza Italia cambia perfino colore: mercoledì è un partito “ingiallito“, giovedì un partito che “si è ingrigito“. Per la Repubblica il vertice si chiude con “una fumata nera, a tratti nerissima”.
Un’ora in largo del Nazareno
Il compito, scrive La Stampa, a Letta lo affida la famiglia Berlusconi, perché “quando c’è un problema serio” si rivolge ancora a lui: trovare una tregua tra il segretario e “il rampante governatore della Calabria”, almeno fino alle elezioni.
Per il Fatto Quotidiano è Marina Berlusconi a chiedere al “gran visir del berlusconismo” di fare da paciere, mentre l’incontro lo caldeggiano Letta e lo stesso Tajani, che mercoledì sera telefona al governatore. Per Repubblica lo chiede il segretario e lo caldeggia Marina.
La Stampa riassume lo scambio in due battute: “Le sue critiche stanno danneggiando il partito” da una parte, “No, è la linea che abbiamo che sta affossando Forza Italia” dall’altra. Tajani dice al suo vice “a brutto muso” di non avere “alcuna intenzione di subire certi attacchi fino alle elezioni” e, secondo Repubblica, aggiunge che uscite del genere “fanno male al partito e fanno perdere consensi, disorientano gli elettori e ci fa scendere nei sondaggi”.
Occhiuto ribatte che i consensi si perdono “stando fermi” e, sempre secondo Repubblica, insiste chiamandolo per nome: “Antonio, non si tratta di un attacco alla tua leadership, ma di proposte per rilanciare il partito“. Il segretario, scrive La Stampa, non crede a una parola: nel tour del libro vede una campagna per logorarlo.
Sul tavolo romano Occhiuto mette la proposta che rilancia anche in radio, a Un giorno da pecora: “Chiunque faccia il segretario di qualsiasi partito ha bisogno di quattro-cinque persone che lo aiutino“, cioè, precisa il Fatto, “sicuramente i vicesegretari e i capigruppo”.
Tajani la vive “come un commissariamento”. Lo stesso articolo racconta il clima della vigilia: alcuni fedelissimi del segretario hanno “addirittura chiamato agenzie e giornali per chiedere di non dare troppo spazio al governatore“, mentre Letta prova a tenere tutti insieme con una formula da buon padre di famiglia, bene il pluralismo purché il partito non appaia “come litigioso e come un insieme di correnti”. Il Fatto titola con due battute, “Comandi solo” e “Ora basta!”, e chiude con una diagnosi coniugale: “Nessun accordo. Ognuno per la propria strada, da separati in casa“.
Il libro come mozione congressuale
Il coraggio di governare (Piemme) arriva in libreria il 29 settembre, giorno in cui Silvio Berlusconi avrebbe compiuto novant’anni. L’indomani Occhiuto lo presenta a Roma, a pochi passi da Palazzo Chigi, con David Parenzo che gli chiede se si tratti di un pre-congresso.
In sala il Fatto conta ventiquattro parlamentari, tutti della minoranza interna e nessuno vicino a Tajani, compresi i ministri Paolo Zangrillo ed Elisabetta Casellati. Si segnala anche Fabio Roscioli, tesoriere del partito, eletto da due giorni nel collegio di Reggio Calabria, e in terza fila Francesca Pascale.
Dal palco il governatore recita la formula di rito, “Io sono il vice di Tajani, non sono l’anti-Tajani”, e subito dopo smonta l’impianto della segreteria: i congressi “andavano bene nella Prima Repubblica”, il partito deve “discutere meno di congressi e tessere”, la comunicazione “del partito e del segretario forse andrebbe rivista”.
Nel libro c’è anche l’apertura alle adozioni per le coppie omosessuali, che secondo Repubblica non è stata presa bene dal segretario “e non solo da lui”.
Il nodo vero è il metodo. Contestare congressi e tessere significa contestare il terreno su cui un segretario in carica è più forte, quello dell’apparato e degli iscritti, e spostare la partita dove il governatore si sente avvantaggiato: visibilità, risultati elettorali, rapporto con la famiglia del fondatore.
Da Letta, riferisce il Fatto, Occhiuto chiede “congressi veri e aperti con gazebo nelle piazze“; i fedelissimi di Tajani rispondono evocando “un congresso straordinario per blindarsi“.
Gazebo contro tessere, piazze contro delegati. E quando gli uomini del segretario passano al contrattacco, lo fanno con il lessico della conta.
Il caminetto, il pallottoliere e l’Udc
Intorno al caminetto di Tajani, racconta La Stampa, i generali del segretario si fanno coraggio a vicenda: “Se vuole candidarsi, vediamo chi prende più voti. La Calabria è un terzo di Roma“.
E ancora: “Per fare il segretario di partito ce ne vuole”, “Gli altri presidenti di Regione non stanno con lui”, fino alla frase più avvelenata, “Se ha tradito Berlusconi, tradirà di nuovo”, che richiama gli anni di Occhiuto nell’Udc. “Il veleno scorre a fiumi”, annota Capurso.
Il curriculum, letto per intero, offre appigli. Eletto in Consiglio regionale nel 2000 con Forza Italia, Occhiuto rompe nel 2002 con i vertici calabresi azzurri e passa al Ccd di Casini, che di lì a poco confluisce nell’Udc.
Con i centristi arriva alla Camera nel 2008, l’anno in cui l’Udc corre fuori dalla coalizione di Berlusconi; nel 2013 si ricandida nell’alleanza di Mario Monti e resta fuori perché Lorenzo Cesa opta per il seggio calabrese. A dicembre aderisce alla Forza Italia appena rinata, e nel giugno 2014 torna a Montecitorio subentrando proprio a Cesa, eletto a Strasburgo.
Sulla proporzione con la Capitale, invece, i numeri raccontano un’altra storia. Alle europee del 2024 Forza Italia-Noi Moderati raccoglie in Calabria 115.527 voti, circa il 18 per cento, quasi il doppio della media nazionale; nella città di Roma, in cui gran parte delle preferenze azzurre va a Tajani, si ferma al 4,57 per cento, circa 43.600 voti.
La regione “un terzo di Roma”, sostanzialmente porta al partito più di due volte e mezzo i voti della Capitale.
Alle regionali del 2025 Forza Italia è il primo partito calabrese con il 17,98 per cento, a cui si è sommato il 12,39 della lista Occhiuto presidente. E domenica e lunedì scorsi il seggio di Reggio lasciato libero da Francesco Cannizzaro è andato a Roscioli con il 51,02 per cento.
Perché la Calabria pesa più di quanto dica la geografia
Quella sproporzione diventa un fatto politico se la si legge con i sondaggi e con la riforma elettorale sul tavolo. La rilevazione Swg per il TgLa7 condotta tra il 23 e il 28 settembre ha dato Forza Italia al 6,9 per cento, dietro Futuro Nazionale di Roberto Vannacci all’8; a inizio mese YouTrend per Sky TG24 aveva già registrato il sorpasso, 7,9 a 7,1.
In un partito che sul piano nazionale viaggia sotto il 7, una regione che gli consegna stabilmente il 18 pesa come una riserva strategica. La legge elettorale approvata dal Senato il 15 settembre, ora in terza lettura alla Camera, e la maggioranza ha superato lo scoglio delle pregiudiziali, reintroduce le preferenze: capolista bloccati e fino a tre preferenze in liste di sei nomi. Il capolista lo sceglie Roma, le preferenze si raccolgono sul territorio. È lungo questa linea che passa la faglia tra un segretario a cui spetta l’ultima parola sulle candidature e un governatore che in Calabria governa il consenso.
Letto così, il “vediamo chi prende più voti” del caminetto cambia significato. Con le preferenze i voti si contano nome per nome, e in Calabria la macchina che li produce porta la firma di Occhiuto e di Cannizzaro.
C’è poi il laboratorio
La tesi del libro, una Forza Italia liberale che non insegue i populisti sul loro terreno, ha finora un solo banco di prova con numeri veri, ed è calabrese. A Reggio Futuro Nazionale candida Domenico Giannetta, ex capogruppo azzurro in Consiglio regionale, e si ferma al 10,94 per cento, mentre nei sondaggi nazionali il partito del generale sta davanti a Forza Italia.
Su quel risultato Occhiuto costruisce il suo argomento principale e definisce “drogato” il 10 per cento calabrese di Vannacci, gonfiato dal passaggio di un campione di preferenze, ricordando poi di aver detto, scherzando, che il generale, sognando di fare della Calabria la sua Sassonia, era stato invece “preso a sassate elettorali”.
Le ricadute tra la Cittadella e Palazzo Campanella
Per la Calabria la partita romana ha almeno tre conseguenze.
La prima riguarda il governatore stesso. Il suo peso nazionale nasce dai risultati calabresi, amministrati a Catanzaro ed esibiti a Roma: a Mattino Cinque, mercoledì mattina, Occhiuto si porta dietro come esempio il reddito di merito, da 500 a 1.000 euro al mese agli universitari che restano negli atenei calabresi con una media tra il 27 e il 30.
Il tour romano del governatore si allunga: ai cronisti che gli chiedono della guida del partito risponde di “non avere questa ambizione”, perchè ha ancora ” 4 anni davanti”, riferendosi al mandato regionale.
La seconda conseguenza riguarda la successione, che nessuno nomina in pubblico.
Un salto romano di Occhiuto riaprirebbe la partita della Regione: Cannizzaro? Gallo? Francesca Pascale interpellata da agenzie di stampa è chiara nell’investitura: “Forza Italia vince solo in Calabria, andrebbe premiata la linea di due dirigenti come Occhiuto e Cannizzaro“.
Gianluca Gallo però, non briga, fa il suo, resta in silenzio sull’argomento, anzi glissa. Ma ci spera. Eccome se ci spera. Forte dei suoi numeri e considerato imbattibile dai più.
La terza conseguenza riguarda le liste, ed è la più irta. Con i capolista bloccati scelti dal vertice e le preferenze raccolte sul territorio, lo scontro tra segretario e vice è destinato a scaricarsi sulle candidature calabresi alle politiche: chi guiderà le liste, quanti posti utili resteranno a chi porta i voti, quanto spazio otterranno i fedelissimi di Tajani in una regione dove il partito ha il volto del governatore.
Il caso Giannetta ha già mostrato a Reggio quanto pesi, in una sfida a destra, un campione di preferenze che cambia casacca.
Marina, l’unità e un tour appena cominciato
Resta la variabile. A febbraio, come aveva riportato il Sole 24 Ore, Marina Berlusconi dice che Forza Italia ha “da guadagnare dalla circolazione delle idee. Di Occhiuto e anche di altri, non politici”, avvertendo però che “l’unità è fondamentale”. A Start, su Sky TG24, Occhiuto racconta che, quando gli è capitato di parlarle, ha capito che «giustamente ci tiene a questa creatura del padre», per poi chiudere con una formula di prudenza: “Io sono uno di quelli che la sente di meno“.
Repubblica riferisce che in molti escludono una regia della famiglia dietro le sue prese di posizione, specie quando i toni salgono, e che l’incontro da Letta ne sarebbe stato la dimostrazione.
Due giorni prima della presentazione, però, a Reggio è eletto il tesoriere definito fedelissimo della famiglia, accompagnato alla Camera dalla macchina elettorale del governatore e del sindaco.
Insomma, il tour del libro è solo all’inizio e Tajani non vuole una scalata interna alla vigilia delle politiche. Occhiuto, a Un giorno da pecora, ieri non esclude un impegno sempre maggiore nel partito, precisando che la cosa non è urgente né per lui né per Forza Italia.
Lunedì, a urne di Reggio chiuse, Tajani saluta su X una Forza Italia che “stravince” e dato il benvenuto a Roscioli, destinato a rappresentare “al meglio le istanze dei reggini e della Calabria”.
Martedì, intervistato da La Stampa, aggiunge che il nuovo deputato può essere utile alla Calabria “grazie ai suoi rapporti a Roma”.
Venerdì, sulle pagine dello stesso quotidiano, la Calabria compare nei numeri dei suoi fedelissimi in frazioni della Capitale: un terzo.
Già. Un terzo.













