Ci sono una Nissan Micra verde, un telo di plastica usato come schermo, cento dollari consegnati a un monaco buddista e una barca che sembrava aspettare da sempre Kevin Costner. Ma, prima ancora, c’è un ragazzo convinto che dalla Calabria si potesse costruire qualcosa di grande quando quasi nessuno era disposto a credergli. Nella casa di Gianvito Casadonte, fondatore e direttore del Magna Graecia Film Festival, la “stanza dei bottoni” della manifestazione è circondata da fotografie. Sono soltanto una piccola parte di un archivio lungo ventitré anni, popolato da premi Oscar, maestri del cinema, attori allora sconosciuti e diventati poi protagonisti.
Casadonte apre quella stanza e i suoi ricordi nel podcastdi Calabria7, Stanza7. Il racconto parte inevitabilmente dal 2004, dalla prima edizione artigianale di Soverato, e arriva alla nuova settimana di cinema con Kevin Spacey, Lino Banfi, Can Yaman e Roberto Vecchioni. In mezzo c’è la storia di una scommessa diventata una delle manifestazioni culturali più longeve della Calabria.
La telefonata nella Micra verde e l’intuizione di Telespazio
Prima del festival c’era la televisione. Casadonte era da poco laureato e aveva appena 23 anni quando provò a vendere a Telespazio Calabria “Mudù”, il programma pugliese delle barzellette sceneggiate destinato a diventare un successo. La risposta iniziale fu negativa. L’emittente non poteva acquistare il prodotto. Casadonte, però, rilanciò: “Va bene. Mi compro io lo spazio e lo pago”. Un azzardo, perché i soldi non c’erano. “Tornai a casa e i miei genitori mi dissero: ‘Ma come glielo paghi lo spazio a Telespazio?’. Risposi che avrei trovato gli sponsor”. A cambiare tutto fu Piero Pulignani, con una proposta allora tutt’altro che scontata. La telefonata arrivò mentre Casadonte era in macchina con quella che sarebbe diventata sua moglie. “Ero nella Nissan Micra verde di mia madre. Non avevo un euro, ero ancora uno studentello. Pulignani mi disse: ‘Dottore, sa cosa facciamo? Lei non paga lo spazio. Tutto quello che entra lo dividiamo’”. Gli sponsor arrivarono, la trasmissione ebbe successo e il giovane produttore cominciò a guadagnare. Ma dopo tre o quattro edizioni qualcosa si era già spezzato. “Mi ero annoiato. E poi mi chiamavano tutti ‘Mudù’: mi dava un fastidio incredibile. Lasciai la televisione nel momento di maggiore successo”.
Il viaggio in America cancellato per restare accanto alla madre
Nel destino di Casadonte, però, la Calabria non era affatto scontata. Aveva già lavorato a Roma come assistente alla regia e stava preparando la partenza per gli Stati Uniti. Un cugino ad Harvard, una possibile strada professionale oltreoceano e una vita che sembrava indirizzata altrove. Poi la madre si ammalò seriamente. “Mi disse: ‘Se parti tu, poi partirà tuo fratello e noi rimaniamo da soli’. Mia madre aveva sofferto moltissimo da bambina quando suo padre era emigrato negli Stati Uniti. Mi raccontava che, dopo la sua partenza, aveva dormito per dieci giorni abbracciata al cuscino per sentirne ancora l’odore”. Quell’immagine rimase più forte dell’America. “Non volevo farle provare la stessa sofferenza, vedere un figlio partire e poi forse anche l’altro. Decisi di non andare”. È da quella rinuncia che, quasi per una deviazione della vita, nasce il percorso professionale costruito in Calabria. Prima la produzione televisiva, poi la decisione condivisa con il fratello Alessandro: riprendere quanto avevano cominciato a fare negli anni romani e trasformarlo in un progetto destinato a durare.
Il primo festival: un telo, i microfoni con il filo e i risparmi sul tavolo
La prima edizione del Magna Graecia Film Festival, nel 2004, aveva poco della macchina organizzativa di oggi. C’erano un telo di plastica, microfoni con il filo e una struttura completamente artigianale. “Io ero veramente ossessionato dal sogno di far diventare grande, grande, grande questa manifestazione. Però nessuno mi dava credito e nessuno mi dava sostegno”. Casadonte aveva messo da parte qualcosa grazie alla televisione e decise di rischiarlo. “Pensai: male che vada, prendo quei soldi e pago le persone che hanno lavorato. Ma dovevo iniziare questo percorso”.
Il festival non nasceva per inseguire soltanto i nomi famosi. L’idea era cercare il cinema rimasto fuori dai grandi circuiti, quello dei giovani autori che impiegano anni per realizzare un’opera e rischiano di vederla scomparire dopo poche proiezioni. “Un film spesso esce tecnicamente nelle sale e poi viene preso e messo in un cassetto. Io avevo capito che bisognava prendere un giovane autore, tirarlo fuori da quel cassetto e dargli vita, luce e sostegno”. Tra i primi incontri ci fu quello con il regista Andrea Costantini e con il cast di Dentro la città: Luca Ward, Rolando Ravello e un Edoardo Leo ancora lontano dalla popolarità di oggi. “Allora era veramente uno sconosciuto”, ricorda Casadonte.
Ettore Scola, il maestro che tornò per otto anni
La prima vera svolta arrivò nel 2005 e portava il nome di Ettore Scola. Un gigante del cinema che non si limitò a una comparsata: tornò al festival per otto edizioni consecutive. “Di solito un grande regista viene una volta e poi si sottrae. Ettore, invece, venne per otto anni a sostenere questa idea e questo progetto. Forse aveva visto un ragazzo giovane che voleva rimanere in Calabria, lavorare e creare lavoro per i calabresi”.
Il rapporto superò presto la dimensione professionale. “È stato per me un papà artistico importante”. A dieci anni dalla morte del regista, Casadonte ha chiesto al sindaco di Soverato di intitolargli una strada, proprio nella città in cui Scola aveva scelto di tornare estate dopo estate. Dopo di lui sarebbero arrivati Francis Ford Coppola, John Landis, Kevin Costner, Richard Gere, Matt Dillon, Pamela Anderson, Russell Crowe e Tim Roth. Quest’ultimo, prima di accettare l’invito, pose una domanda disarmante: “Quando gli proposero di venire, non sapeva neppure dove fosse la Calabria sulla cartina geografica. Chiese: ‘Dov’è la Calabria?’. Poi è venuto ed è stato meraviglioso”.
La barca che sembrava disegnata per Kevin Costner
Tra gli aneddoti più sorprendenti c’è quello legato a Kevin Costner. La telefonata arrivò dalla codirettrice: l’attore voleva partecipare, ma durante il soggiorno avrebbe gradito avere una barca a disposizione. “In piena notte ci mettemmo al lavoro. Noi non paghiamo cachet a ospiti di quel livello: sarebbe impensabile. Però offriamo servizi e costruiamo un progetto che deve avere un senso”. La barca fu trovata grazie a uno sponsor. Poco dopo emerse una coincidenza difficile persino da sceneggiare: “Scoprimmo che il designer, quando l’aveva progettata, aveva pensato proprio a Kevin Costner come testimonial”.
L’attore realizzò poi un video per Pardo Yachts e il rapporto con il festival proseguì. Casadonte lavorava da tempo all’ipotesi di presentare in Calabria Horizon 2, la seconda parte della saga western diretta e interpretata dall’attore americano. “Non basta portare qualcuno. Deve esserci una celebrazione, un anniversario, un progetto. Bisogna pensare e studiare che cosa fare e come farlo”.
I cento dollari al monaco e l’arrivo di Richard Gere
La storia di Richard Gere comincia invece a Los Angeles, sul pontile reso celebre anche dall’immaginario di Forrest Gump. Casadonte era con il fratello, la moglie e i figli quando gli si avvicinò un monaco buddista. “Mi chiese una mano. Misi le mani in tasca e avevo soltanto una banconota da cento dollari. Non avevo cinque o dieci dollari. Guardai il suo sorriso e glieli diedi. Mio fratello mi disse: ‘Ma gli hai dato cento dollari’. Risposi: ‘Vuol dire che ne aveva bisogno, vuol dire che gli servivano’”. Due anni dopo Richard Gere, buddista e da sempre impegnato sul fronte dei diritti umani, accettò l’invito del Magna Graecia Film Festival. Casadonte gli raccontò quell’episodio. “Richard mi disse che quando una persona dà qualcosa a un’altra fa bene anche a se stessa. Per alcuni sarà soltanto una coincidenza, ma io le diedi un significato. Avevo dato quello che potevo a quel monaco e, due anni dopo, Richard Gere decideva di venire da noi. Per me era una cosa incredibile”. Quanto alle richieste stravaganti attribuite alle star, Casadonte ridimensiona il mito: “Molte volte sono gli staff a creare intorno a questi personaggi esigenze inutili. Loro, invece, sono spesso persone semplicissime. Più sono grandi, più sono semplici”.
Da Kevin Spacey a Lino Banfi: la nuova edizione
La ventitreesima edizione riporta il festival a Soverato dal 25 luglio al primo agosto, con otto giornate tra il Teatro comunale e l’Arena sul lungomare. Il programma intreccia opere prime e seconde, documentari, proiezioni speciali e conversazioni con gli autori. Tra gli ospiti più attesi ci sono Kevin Spacey, Can Yaman e Lino Banfi. Quest’ultimo sarà celebrato dopo avere raggiunto i novant’anni. “Kevin Spacey è un grandissimo attore, secondo me uno dei più grandi della sua generazione. Basta ricordare House of Cards, I soliti sospetti e American Beauty. Lino Banfi è la storia del nostro cinema popolare, mentre Can Yaman è un attore in grande ascesa”. Il Magna Graecia, però, non vuole più essere soltanto un festival cinematografico. “È diventato un grande happening culturale”, spiega Casadonte. Accanto ai film ci saranno lo sport, la prevenzione sanitaria, i libri e una nuova finestra sui temi della giustizia.
Vecchioni e quella canzone ascoltata mentre nessuno ci credeva
Tra gli incontri più personali c’è quello con Roberto Vecchioni. Casadonte aveva provato più volte a portarlo in Calabria, senza riuscire a incastrare date e impegni. Quest’anno il cerchio si chiuderà con l’anteprima mondiale del documentario Corri, Roberto corri. In viaggio con Roberto Vecchioni, realizzato da Gianni Canova. “Sogna ragazzo sogna mi ha accompagnato nella fase creativa, quando lavoravo per rendere grande il festival. Quella canzone mi aiutava a sognare”. L’invito inseguito per anni si concretizza così nel momento che Casadonte considera più giusto: “Le cose capitano quando devono capitare. Presenteremo il documentario in anteprima mondiale e lo faremo insieme a Roberto e a Gianni Canova. Quel cerchio finalmente si è chiuso”.
L’idea nata a un matrimonio e la Calabria servita alle star
Anche il Magna Graecia Food Fest nasce da una scena quasi casuale. Casadonte era al matrimonio dell’amico Lino Polimeni e si trovò a parlare con Giacomo Giovinazzo, dirigente regionale del settore Agricoltura. “Gli dissi: ‘È possibile che mi arrivino prodotti dal Trentino o dall’Alto Adige e io non riesca a far conoscere agli attori che vengono qui le eccellenze calabresi? È assurdo’”. Da quella conversazione nacque il progetto che porta nella lounge del festival i prodotti e la cucina della regione. “Vogliamo far degustare l’enogastronomia calabrese e raccontare un’altra immagine della nostra terra”.
Dieci mesi di lavoro per otto serate gratuite
Dietro le fotografie con i divi c’è una macchina meno visibile. Il festival richiede dieci mesi di preparazione e quindici giorni soltanto per montare le strutture sul lungomare. “A Soverato stanno lavorando con quaranta gradi. È una macchina enorme: alberghi pieni, ristoranti, strutture che lavorano. C’è un indotto economico e un impatto sociale incredibile, oltre al valore culturale e umano delle serate”.
Eppure, dopo ventitré anni, agli organizzatori capita ancora di ricevere la stessa domanda: quanto costa il biglietto? “Un agente mi ha scritto per chiedermi quanto bisognasse pagare per vedere Lino Banfi o Can Yaman. Il festival è stato offerto gratuitamente ai calabresi per ventitré anni. I posti a sedere sono quelli disponibili, ma si può assistere anche in piedi”. È forse questa l’immagine che meglio chiude il viaggio nella stanza dei bottoni: fuori, sotto il sole, gli operai montano l’Arena; dentro, sulle pareti, scorrono ventitré anni di cinema. In mezzo resta quel primo telo di plastica e l’ostinazione di un ragazzo che aveva scelto di non partire.











