All’ultimo atto dell’abbreviato di Rinascita Scott mancherà il ventinovesimo imputato. Il 24 novembre la Cassazione esaminerà i ricorsi di 28 persone contro le pene rideterminate dalla Corte d’Appello di Catanzaro. Domenico Camillò, 85 anni, ritenuto dagli inquirenti il capobastone della ’ndrina Pardea-Ranisi di Vibo Valentia, non ha impugnato la sentenza pronunciata il 21 maggio. La sua condanna a 11 anni e 4 mesi di reclusione è diventata definitiva. Per gli altri imputati il giudizio prosegue. Per “zio Mimmo”, conosciuto anche come “Mangano”, la vicenda processuale di questo troncone si chiude qui. Nel suo passato giudiziario c’è anche un passaggio rimasto senza seguito: aveva manifestato la volontà di parlare con i magistrati antimafia, ma quella collaborazione non prese forma.
La collaborazione annunciata, poi il silenzio in aula
Camillò aveva reso dichiarazioni alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, depositate nell’udienza preliminare di Rinascita Scott. Gli investigatori, però, le giudicarono generiche, lacunose e non coerenti con altre risultanze dell’inchiesta. Secondo la Dda, non emergeva una piena volontà di collaborazione, soprattutto rispetto alle conoscenze che gli venivano attribuite sulle dinamiche della ’ndrangheta vibonese e sul proprio ruolo. La distanza fra la disponibilità iniziale e ciò che accadde dopo divenne evidente nell’aula bunker di Lamezia Terme. Chiamato a deporre nel maxiprocesso, Camillò si presentò di persona, comunicò le proprie generalità e si avvalse della facoltà di non rispondere alle domande del pubblico ministero. L’esame finì in pochi istanti. Una scelta diversa da quella del figlio Michele Camillò, che ha intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia. Anche il nipote Bartolomeo Arena, collaboratore di giustizia, ha chiamato in causa “zio Mimmo”, descrivendone il peso negli equilibri criminali della città.
Il ruolo contestato nella ’ndrina
Nella ricostruzione dell’accusa, Domenico Camillò aveva un ruolo rappresentativo e decisionale nel gruppo dei Pardea, detti “Ranisi”. Avrebbe contribuito a mantenere l’ordine interno alla ’ndrina, coordinandone le attività e partecipando alle riunioni nelle quali si assumevano le decisioni più importanti. Arena lo ha indicato fra i promotori del nuovo “locale” di ’ndrangheta costituito a Vibo nel 2012, insieme al defunto Raffaele Franzè, detto “Lo Svizzero”. Nel procedimento a Camillò sono state contestate anche vicende relative alle armi e un’estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni dei titolari di un noto ristorante di Vibo.
Perché la pena è stata rideterminata
La sentenza del 21 maggio è arrivata dopo un annullamento parziale con rinvio della Cassazione. La Suprema Corte aveva escluso l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis, sesto comma, del codice penale, relativa al finanziamento delle attività economiche controllate con i proventi dei delitti. I giudici d’appello hanno quindi ricalcolato le pene di 29 imputati. Per Camillò, condannato a 15 anni e 4 mesi nel precedente giudizio, la pena è stata fissata a 11 anni e 4 mesi. Gli altri 28 hanno presentato ricorso e torneranno davanti alla Cassazione il 24 novembre. Camillò no. Dopo quella deposizione interrotta quasi prima di cominciare e dopo anni di passaggi tra i giudici, la sua condanna nell’abbreviato di Rinascita Scott è passata in giudicato.













