18 Settembre 2026
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Sospensione del bollo auto, vi spiego perché il governo Meloni vi prende per il culo

Palazzo Chigi celebra il taglio del bollo, ma riduce lo sconto sul diesel: circa 160 euro l’anno di risparmio possono sparire tra pieni e bollette. E senza rimborsi adeguati alle Regioni, il conto rischia di tornare ai cittadini sotto forma di meno servizi e altre tasse

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Centocinquanta euro all’anno fanno dodici euro e cinquanta al mese. Questa sarebbe la rivoluzione. Il governo Meloni annuncia il taglio del bollo, si mette la corona del liberatore fiscale e aspetta gli applausi. Nel frattempo gli italiani devono fare benzina, pagare la luce, accendere il gas. E soprattutto arrivare alla fine del mese. Presentare questo sgravio come la risposta al carovita è, a mio giudizio, la più grande presa per il culo di questo governo. Il beneficio esiste. È la sproporzione fra il beneficio e la fanfara a insultare l’intelligenza dei cittadini.

Il risparmio del bollo e il conto del carovita

Partiamo dai numeri. L’Unione Nazionale Consumatori, rapportando lo stanziamento annunciato alla platea indicata dal governo, calcola un vantaggio medio di poco meno di 163 euro per veicolo. È una stima, non un assegno uguale per tutti. La stessa associazione quantifica in 882 euro annui per famiglia l’aggravio legato all’inflazione al 3,3%. Sono grandezze diverse, ma raccontano bene la distanza fra un piccolo sollievo fiscale e il costo complessivo della vita.

Per alcune utilitarie il vantaggio è persino inferiore: negli esempi di Altroconsumo, calcolati con la tariffa base, si va da 113,52 a 141,90 euro l’anno. Importi che cambiano secondo potenza, classe ambientale e Regione. Nessuno li disprezza. Proprio chi conta gli spiccioli, però, sa riconoscere la differenza fra un aiuto e una salvezza annunciata in televisione.

Il pieno si mangia lo sconto

Ieri, giovedì 17 settembre, il gasolio self costava mediamente 2,266 euro al litro sulla rete stradale e 2,346 in autostrada, secondo i dati Mimit. Siamo dunque nell’ordine dei due euro e trenta. Per arrivare a una critica feroce bastano questi prezzi: non occorre inventarsi i tre euro, che restano uno scenario temuto, non un destino già scritto. Facciamo un conto comprensibile anche senza laurea alla Bocconi. In una simulazione con il gasolio passato da 1,80 a 2,30 euro, chi consuma cento litri al mese spende cinquanta euro in più. Se quella differenza durasse dodici mesi, sarebbero seicento euro. Il bollo risparmiato si sarebbe già consumato in poco più di tre mesi di soli rincari del carburante.

Può sparire tutto già nel primo mese? Sì, in determinate condizioni. Nella stessa simulazione, con duecento litri acquistati, il maggior costo è di cento euro: bastano altri sessanta euro di rincari mensili complessivi su luce e gas per assorbire centosessanta euro. È un esempio di spesa, non la media delle famiglie italiane. Ma chiarisce il problema: uno sconto annuale può essere divorato da un mese particolarmente pesante. E quello promesso per il 2027 non salda le fatture che scadono oggi.

Le accise scendono meno, il conto sale

C’è poi una scelta politica precisa. Il governo ha già ridotto le accise, ed è giusto riconoscerlo. Adesso, però, restringe lo sconto sul diesel: dai circa 17 centesimi al litro si passa a 12,2 dal 18 al 25 settembre e a 6,1 dal 26 settembre al 5 ottobre, Iva compresa. A parità delle altre componenti del prezzo, meno sconto significa più spesa alla pompa. Mentre si festeggia il bollo di domani, si alleggerisce la protezione sul pieno di oggi.

Nel 2022 Draghi intervenne su benzina e gasolio con un taglio delle accise di 25 centesimi al litro, che, considerando l’effetto sull’Iva, valeva 30,5 centesimi. Su cinquanta litri, 15,25 euro. L’aliquota Iva ordinaria non veniva abbassata: diminuiva anche l’Iva pagata perché si riduceva la base imponibile. I contesti sono diversi, ma il precedente dimostra che una leva fiscale esiste. Costa, certo. Anche il bollo costa. Governare significa spiegare perché si spendono miliardi in una direzione invece che nell’altra.

La Meloni dell’opposizione avrebbe probabilmente fatto a pezzi una simile operazione. Alla Meloni di governo va chiesto come intenda proteggere chi usa l’automobile per guadagnarsi lo stipendio. Il prezzo internazionale del petrolio non lo decide Palazzo Chigi; la distribuzione degli aiuti, invece, sì.

Regioni, il rischio è pagare lo sconto con i servizi

E arriviamo al conto nascosto dietro la festa. Il bollo alimenta i bilanci regionali. Lo sgravio comporta circa 2,3 miliardi di minori entrate da compensare. Il governo promette i ristori e i presidenti di Regione del centrodestra sostengono che saranno equivalenti al gettito perso. Altri governatori contestano l’adeguatezza delle coperture. La garanzia va verificata negli importi e nei tempi, non nel volume degli applausi.

Se i rimborsi saranno integrali e puntuali, quel buco sarà coperto. Se saranno insufficienti, qualcuno dovrà pagare. Il rischio è comprimere servizi, aumentare tariffe o cercare altre entrate tributarie, nei limiti consentiti. Anche il trasporto pubblico può finire sotto pressione. Una tassa cancellata può così tornare dalla finestra sotto forma di abbonamento più caro, addizionale più pesante o prestazione non più disponibile.

I Comuni in affanno e gli sprechi da tagliare

I Comuni, che non incassano direttamente il bollo, hanno già i loro guai. Nell’ottobre 2025 l’Anci segnalava circa 2,08 miliardi di tagli e accantonamenti sulla spesa corrente fino al 2029, denunciando difficoltà per servizi essenziali e trasporto locale. La stessa Anci riconosceva che la nuova manovra non aggiungeva ulteriori tagli al comparto: restavano quelli precedenti. È questo il terreno sul quale si pretende di organizzare un’altra festa fiscale.

Anche i ministeri hanno subito tagli. Ma tagliare un bilancio non dimostra di aver eliminato gli sprechi. Vorremmo vedere una revisione verificabile delle spese inutili, delle duplicazioni, dei programmi inefficaci. Prima di chiedere un altro sacrificio agli enti con le pezze al culo, Palazzo Chigi mostri dove ha fatto pulizia in casa propria.

Il regalo arriva nell’anno delle elezioni

Resta il calendario. La misura parte nel 2027, anno delle prossime elezioni politiche; Meloni assicura che sarà strutturale, mentre la disciplina illustrata finora riguarda l’annualità 2027. È legittimo sospettare che la visibilità elettorale pesi più dell’urgenza economica. Il sospetto politico, però, nasce da una scelta osservabile: l’emergenza è adesso, il regalo arriva dopo. E una promessa permanente richiede risorse permanenti. Se la si finanziasse sacrificando investimenti o spostando il conto sul debito, anche i figli pagherebbero lo sconto dei genitori. Il governo dica quali spese elimina e quali entrate sostituisce. La parola “strutturale” non è una copertura finanziaria.

Andare a lavorare non può diventare un lusso

Draghi ci mise davanti al dilemma fra pace e condizionatore acceso. Per chi vive con poco, il dilemma rischia di diventare assai più brutale: scaldare la casa o riempire il frigorifero, fare il pieno per lavorare o conservare i soldi per la spesa. Chi ricorda le stangate di Monti conosce la paura di vedere lo stipendio assottigliarsi. Il carovita produce lo stesso dolore senza nemmeno spedire una cartella esattoriale.

Morale della favola: togliete pure il bollo ma risparmiateci la celebrazione. Gli italiani vogliono potersi permettere di usare l’automobile, non soltanto di possederla. E un governo che festeggia il risparmio sul possesso mentre andare a lavorare rischia di diventare un lusso dovrebbe abbassare la voce. Prima ancora delle tasse.

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