29 Settembre 2026
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Il capolavoro del Pd: perde anche con la destra divisa e Benedetto paga la guerra Irto-Falcomatà. Il campo largo evapora

Il cardiologo sfonda dove sindaci e amministratori progressisti conservano credibilità, crolla dove il centrosinistra ha consumato la propria. A Reggio città il risultato assume il sapore di un regolamento di conti interno ai dem

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C’è un talento che il Partito democratico calabrese sembra avere affinato negli anni fino a trasformarlo in specializzazione politica: riuscire a discutere soprattutto di se stesso mentre gli elettori discutono se valga ancora la pena andare a votarlo. Le suppletive di Reggio Calabria consegnano a Fabio Roscioli il seggio della Camera con 38.359 voti e il 51,02%. Frank Benedetto si ferma a 27.511 voti, il 36,59%. Domenico Giannetta, con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, arriva al 10,94%. L’affluenza ufficiale si ferma al 22,34%. Tutto vero. Ma fermarsi al 51 contro 36 significa guardare il tabellone e perdersi la partita. Perché il grande sconfitto politico non è Frank Benedetto. È il Pd.

Benedetto ci ha messo il nome, la reputazione professionale, la faccia e le scarpe consumate girando i comuni. Il partito avrebbe dovuto metterci il resto. In alcuni territori lo ha fatto. In altri, evidentemente, molto meno. E quando si arriva a Reggio Calabria, la sensazione politica diventa persino più imbarazzante: il centrosinistra sembra avere combattuto contemporaneamente contro Roscioli e contro se stesso. Con il secondo avversario, forse, si è impegnato persino di più.

Roscioli forestiero? Agli elettori non è interessato

Per settimane il centrosinistra ha insistito su un argomento: Fabio Roscioli non è reggino, vive fuori dalla Calabria, è il tesoriere nazionale di Forza Italia, non avrebbe neppure potuto votare nel collegio. Era vero: Benedetto è stato l’unico dei quattro candidati a poter votare alle suppletive nel collegio. Politicamente, però, l’argomento si è rivelato quasi irrilevante. Gli elettori non dovevano scegliere il vicino di pianerottolo. Dovevano scegliere dentro una competizione politica. E Roscioli aveva dietro la macchina di Forza Italia e soprattutto quella di Francesco Cannizzaro. Questo ha contato molto più del certificato di residenza. Le elezioni a bassissima affluenza sono anche competizioni organizzative. Se vota poco più di un elettore su cinque, diventa decisivo sapere chi chiamare, chi mobilitare, chi convincere a uscire di casa. Forza Italia a Reggio lo sa fare. Il Pd, a giudicare dai risultati, lo sa fare soltanto in alcuni territori. Ed è qui che il voto diventa interessante.

Benedetto vince dove il centrosinistra ha ancora una faccia credibile

Guardare i comuni permette di capire qualcosa che le percentuali complessive nascondono. Benedetto funziona laddove trova amministratori, gruppi dirigenti e reti territoriali capaci ancora di trasferire fiducia politica. A Siderno raggiunge percentuali largamente maggioritarie. Vince in tutti i seggi. Il dato non dice soltanto che Siderno è un comune amministrato dal centrosinistra. Sarebbe una lettura troppo elementare. Dice qualcosa di più importante: quando esiste una classe amministrativa percepita come presente, riconoscibile e politicamente viva, anche un’elezione difficilissima può mobilitare un elettorato. Lo stesso ragionamento vale per realtà come Roccella Jonica, dove il centrosinistra dispone di tradizione amministrativa, reti civiche e capacità di rapporto con il territorio. Non sono i simboli a prendere gli elettori per mano e accompagnarli al seggio. Sono le persone. Sono gli amministratori. È la reputazione accumulata negli anni. È quella cosa antica che la politica contemporanea chiama ancora, quando se ne ricorda, credibilità. E infatti succede anche il contrario.

Dove il centrosinistra ha perso credibilità, Benedetto precipita

La fotografia più spietata arriva proprio da Reggio Calabria. Qui il centrodestra dilaga. Ed è difficile raccontare il risultato come un semplice successo di Roscioli. La domanda dovrebbe essere un’altra: che cosa resta elettoralmente del centrosinistra nella città amministrata per anni da Giuseppe Falcomatà? La sconfitta comunale di maggio aveva già fornito una risposta piuttosto sonora. Le suppletive ne aggiungono un’altra. Non basta dire che Cannizzaro possiede una macchina elettorale formidabile. È vero. Bisogna anche chiedersi chi gli abbia lasciato tutta quella strada libera davanti. E qui entra in scena il convitato di pietra di queste elezioni: Giuseppe Falcomatà.

Falcomatà, Benedetto e quella campagna vissuta quasi da spettatore

La frattura tra Falcomatà e Nicola Irto non nasce domenica mattina davanti alle urne. Era precedente. Era politica. Era visibile. Secondo le ricostruzioni circolate durante la campagna elettorale, Falcomatà non aveva condiviso la scelta di Benedetto, sostenuta invece dal segretario regionale del Pd. E la sua presenza nella campagna elettorale non è esattamente ciò che resterà nei manuali di mobilitazione politica. Naturalmente nessuno può sapere cosa abbia votato Falcomatà. E nessuno può sostenere seriamente, senza prove, che abbia lavorato per Cannizzaro. Sarebbe un’accusa che i numeri non consentono. Ma la politica conosce anche un fenomeno più sottile: si può favorire un avversario senza diventarne alleati. Basta indebolire il proprio campo. E questo è il punto. Quanto ha pesato la guerra interna al Pd sulla mobilitazione reggina? Quanto ha pesato il conflitto con Irto? Quanto ha pesato un pezzo di partito che non sembrava esattamente disposto a morire politicamente per la candidatura scelta dalla segreteria regionale? Non abbiamo un misuratore scientifico. Abbiamo le urne. E quelle dicono che proprio nel luogo in cui il Pd avrebbe dovuto esibire la propria forza maggiore si è aperto uno dei buchi più profondi. Un capolavoro, se l’obiettivo era dimostrare che il problema del centrosinistra non fosse Benedetto.

Cannizzaro ringrazia. Anche chi non voleva ringraziarlo

Per questo il paradosso è quasi comico. Il centrodestra arrivava alle suppletive con una frattura vera. Domenico Giannetta non era un passante: era stato capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale e ha portato Futuro Nazionale di Vannacci al 10,94%, con oltre ottomila voti. In teoria era l’occasione perfetta. Il centrodestra diviso. Forza Italia attaccata da un suo ex dirigente. Vannacci impegnato a rosicchiare consenso proprio nell’area conservatrice. Il campo largo unito. E invece? Ha vinto comunque il centrodestra. Non di un’incollatura. Di quasi quindici punti. A quel punto una domanda diventa inevitabile: se il centrosinistra non riesce a vincere neppure quando l’avversario perde per strada più del 10% verso una formazione concorrente, quale congiunzione astrale sta aspettando? Marte in opposizione? Mercurio retrogrado? O, più banalmente, un Pd che smetta di usare metà delle proprie energie per combattere l’altra metà?

Irto voleva Benedetto. Falcomatà no. Ha perso il Pd

Ed eccoci a Nicola Irto. Sarebbe semplicistico attribuire al segretario regionale tutta la responsabilità della sconfitta. Ma sarebbe ancora più surreale esonerarlo. Un segretario esiste precisamente per questo. Per scegliere. Per costruire. Per mediare. Per imporre una linea quando serve. E soprattutto per rispondere quando la linea perde. Irto ha sostenuto Benedetto. La candidatura aveva una sua logica: un professionista conosciuto, estraneo al professionismo delle correnti, potenzialmente capace di parlare oltre il perimetro tradizionale del Pd. Il problema non era necessariamente il candidato. Il problema era il partito che avrebbe dovuto accompagnarlo. Perché se una parte sostiene Benedetto e un’altra guarda la campagna elettorale con l’entusiasmo con cui si osserva la replica notturna di una televendita, la somma aritmetica dei simboli diventa una truffa ottica. Sulla scheda erano tutti insieme. Fuori dalla scheda molto meno.

Benedetto ha perso, ma non è lui il problema

Il rischio, adesso, è il più classico. Il candidato perde e il partito si prepara a spiegare che bisogna “ripartire dai territori”. Formula meravigliosa. La politica calabrese riparte dai territori con tale frequenza che ormai dovrebbe aver compiuto il giro del mondo. Benedetto può avere commesso errori. Può non avere sfondato. Può non avere avuto il tempo necessario per costruire una candidatura realmente competitiva. Ma i risultati comunali raccontano che dove ha trovato un centrosinistra funzionante è stato competitivo e spesso vincente. Dove invece ha incontrato macerie politiche, divisioni e amministrazioni che hanno dilapidato consenso, non è bastata la reputazione personale. Questo dovrebbe terrorizzare il Pd molto più del risultato di Roscioli. Perché significa che il problema non è trovare ogni volta un candidato nuovo. È capire cosa rimane del partito sotto il candidato.

Il campo largo esiste sulla carta. Gli elettori un po’ meno

C’è un altro numero che andrebbe appeso alle pareti delle federazioni democratiche. Nel 2022 centrosinistra e Movimento 5 Stelle correvano separatamente. Questa volta erano nello stesso campo. Eppure Benedetto si ferma a 27.511 voti. È persino meno dei voti che quattro anni fa aveva ottenuto da solo il candidato del centrosinistra. Non significa che si possano sommare meccanicamente elezioni diverse. Una suppletiva non è una politica nazionale. L’affluenza è incomparabile. Ma politicamente il segnale è brutale: mettere insieme i simboli non significa mettere insieme gli elettori. Puoi fotografare Schlein, Conte, Renzi e mezzo centrosinistra sullo stesso palco. Se poi l’elettore resta a casa, hai costruito una coalizione perfetta per Instagram. Meno per Palazzo Montecitorio.

Il Pd dovrebbe preoccuparsi meno di chi comanda e più di chi ancora lo vota

E così si ritorna alla questione fondamentale. Non chi vincerà il congresso. Non chi prenderà il prossimo posto in lista. Non chi controllerà la federazione di Reggio, Cosenza o Vibo. Ma chi dovrebbe votare questo Pd e perché. Perché a Siderno funziona? Perché in altri centri regge? Perché a Reggio crolla? Le risposte probabilmente hanno molto meno a che fare con le teorie nazionali sul campo largo di quanto immagini il Nazareno. Hanno a che fare con buona amministrazione, reputazione, presenza, capacità di risolvere problemi, rapporti costruiti negli anni. La politica locale conserva una regola elementare: puoi raccontare tutto quello che vuoi, ma alla fine gli elettori sanno se una strada viene pulita, se un’amministrazione funziona, se un sindaco risponde, se un dirigente compare soltanto quando deve comporre una lista.

E ora Irto e Falcomatà facciano una cosa rivoluzionaria: dicano la verità

Nicola Irto dovrebbe spiegare perché il suo Pd non è riuscito a mobilitare il proprio elettorato nella sua Reggio. Giuseppe Falcomatà dovrebbe spiegare quale contributo politico abbia dato alla candidatura Benedetto e quale futuro immagini per un centrosinistra che nella città da lui governata per anni è uscito prima sconfitto alle comunali e ora travolto alle suppletive. Non servono accuse di tradimento. Sono categorie infantili. La questione è più seria. Se una componente del Pd considera la sconfitta dell’altra componente quasi più utile della vittoria del partito, il Pd non è una comunità politica: è una società semplice per la gestione delle candidature. E Francesco Cannizzaro può soltanto osservare. Forse persino ringraziare. Non perché Falcomatà sia stato il suo alleato. Non abbiamo alcun elemento per dirlo. Ma perché quando l’avversario trascorre la campagna elettorale a indebolire se stesso, l’alleanza diventa superflua. Cannizzaro ha dovuto organizzare il centrodestra. Il centrosinistra si è organizzato da solo per rendergli il lavoro più facile.

La vera sconfitta è questa

Roscioli andrà alla Camera. Benedetto tornerà alla sua professione e, probabilmente, conserverà una reputazione personale superiore a quella di molti dirigenti che lo hanno candidato. Vannacci festeggerà il suo quasi 11%. Cannizzaro rivendicherà la forza della propria macchina politica. E il Pd? Il Pd rischia di riunire una direzione per discutere della sconfitta, approvare all’unanimità un documento sulla necessità di aprirsi alla società civile e poi ricominciare esattamente come prima. È questo il vero problema. Non aver perso una suppletiva. Averla persa mentre il centrodestra era diviso. Averla persa con un candidato rispettabile. Averla persa mostrando che nei territori dove il centrosinistra amministra bene e conserva credibilità gli elettori rispondono, mentre laddove ha consumato fiducia non basta più nemmeno presentarsi tutti sotto lo stesso ombrello. E soprattutto averla persa nella città in cui si combatte una guerra interna che gli elettori comprendono benissimo, anche quando i dirigenti fingono che non esista. Alla fine la lezione di Reggio è elementare. Roscioli ha vinto perché il centrodestra ha saputo portare i propri elettori alle urne. Benedetto ha perso perché dietro di lui c’era un campo largo sulla scheda e molto più stretto nella realtà. Il resto sono percentuali. E riunioni di partito.

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